Che fare
Francesco Mele - 24-01-2004

Approvato il decreto, la riforma fa il primo passo e per noi si pone il problema del che fare.
Ovvio che continueremo a lottare contro questa riforma, rispolverando anche lo strumento dell’occupazione delle scuole insieme ai genitori, come sta succedendo già in alcune realtà.
Ma prima o poi ci troveremo di fronte al dilemma:
- dare ascolto all’io politico e mettere i bastoni tra le ruote alla realizzazione dei disegni di questa sciagurata gestione delle sorti della scuola pubblica italiana;
- dare ascolto all’io professionale e fare di tutto perché i nostri ragazzi ricevano, nonostante tutto, la migliore formazione possibile, ricucendo, tamponando, attenuando così gli effetti negativi.
Non è una questione da poco e penso che tutti, sindacati, comitati, assemblee, collegi, singoli, dovremo porci questo problema e offrire spunti di riflessione utili per tutti.
Da parte mia credo che dovremo pensare a comportamenti che rispondano a tutti e due i nostri io, il politico e il professionale, comportamenti che garantiscano il meglio ai nostri studenti ma che d’altra parte mantengano manifesta la nostra opposizione all’idea di scuola di questo governo.
Faccio un esempio relativamente alla questione del famigerato tutor.
Non finiremo evidentemente mai di denunciare il carattere di involuzione didattica che questa scelta rappresenta (dal lavoro in team al lavoro individuale) e l’inevitabile peggioramento della qualità che ne deriverà (insegnanti ormai specialisti di area costretti a insegnare anche le altre discipline). Nel concreto però dovremo rivendicare al collegio dei docenti (e al consiglio di circolo) la definizione dei criteri, il più possibile rigidi, rigorosi e vincolanti, per la loro individuazione, come del resto prevede lo stesso decreto(art. 7, c. 7 ).
Uno dei criteri a mio avviso dovrà essere il “possesso di una specifica formazione” (art. 7, c. 5), che andrà considerata come una vera e propria conditio sine qua non.
Non sono un esperto di scuola primaria – e quindi non so come – ma occorrerà anche fare in modo di salvaguardare al massimo il valore della collegialità.
Fatto questo però penso che un segnale manifesto di dissenso debba essere comunque dato: che nessuno si offra volontario tanto per cominciare ma, evidentemente, non può bastare. Penso che i collegi debbano prioritariamente decidere un codice comportamentale che porterà i tutor individuati a non accettare di ricoprire il ruolo al ricevimento della lettera di incarico del DS ma rifiutarsi con un documento condiviso contenente le motivazioni didattiche e pedagogiche del gesto; i DS dovranno essere costretti a reiterare la nomina con un vero e proprio ordine di servizio.
Può sembrare poca cosa ma potrebbe rappresentare un segnale forte, diffuso, mediaticamente significativo, di cosa pensa la categoria riguardo a scelte sciagurate come questa.
Resta ora da dire come veicolare questa proposta.
A parte farla circolare in rete e con i canali autonomi di comunicazione, io penso che debba essere fatta propria dai sindacati, con un esplicito e pubblico invito ai propri iscritti ad assumere tali comportamenti.
Sono a conoscenza di resistenze in questo senso, perché “un sindacato non può dire pubblicamente una cosa del genere” …
E perché dico io?
É poco dignitoso? È fuori dalle regole? Si pensa che il sindacato debba solo occuparsi di indire scioperi generali?
Io penso invece che sempre di più il ruolo del sindacato debba essere di stimolare, promuovere, sostenere, RICONOSCERE COME PROPRIE, forme di lotta diverse, nuove, articolate, ad alto impatto mediatico e più possibile diffuse nell’intero territorio nazionale.
Penso a iniziative anche sul filo della discutibilità, anche attaccabili dai benpensanti, ma che facciano parlare e mettere all’ordine del giorno il problema che vogliamo sollevare, si tratterà poi di gestire il “chiasso” ...
Basta coi falsi pudori da educande, questi fanno male, picchiano duro, non hanno regole, pescano nel torbido di un’opinione pubblica che sperano di abbindolare – e spesso ci riescono – con parole d’ordine falsamente liberali, esaltando l’individualismo, l’egoismo, l’interesse dei singoli, dei pochi capaci di prevaricare il prossimo, e tutto questo viene venduto per LIBERTÀ!
Nelle assemblee sento in continuazione un ritornello che mi fa star male: “ma voi sindacati cosa fate?”.
Mi fa star male perché è lo specchio dell’atteggiamento di delega che è molto diffuso nella nostra categoria; un atteggiamento che ritiene che i sindacati evidentemente abbiano il potere di impedire quanto sta succedendo, per il solo fatto di dire che sono contrari o, peggio ancora, che sia sufficiente uno sciopero a cui partecipi una quota pur alta di docenti per mettere in crisi le scelte del ministro.
Non è più così e lo sarà sempre meno in futuro.
Il sindacato, la sua forza, il suo potere di dire no, sono i lavoratori che dicono di no in tutte le forme che la loro creatività gli suggerisce, non c’è altra via, non ce ne possiamo permettere nessun’altra.
Il CHE FARE è cosa che riguarda tutti!



interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Giuseppe Aragno    - 25-01-2004
Qualunque cosa facciano, i lavoratori hanno bisogno di sapere almeno questo: i sindacati sono disposti a rifiutarsi di trattare con la Moratti e con il governo che il ministro rappresenta? Da subito, dico, e senza alcun tipo di eccezione? Su questa base è possibile immaginarsi molteplici ed articolate forme di lotta. Serve però questo impegno sindacale: un taglio nettissimo ed inequivocabile.
Vedrà poi la Moratti.

 Monica Battini    - 25-01-2004
Concordo sostanzialmente con le questioni che poni. Ma aggiungo qualche riflessione. Facendo un bilancio di “cosa non ha funzionato” nella protesta che abbiamo portato avanti, direi che la mancanza d’unità è stato l’elemento più evidente. Ciò ha riguardato, a mio parere, sia i “movimenti di base” che le organizzazioni sindacali. Infatti, pur non essendo certo mancato un diffuso atteggiamento di disinteresse e di delega, non si può negare che ci sia stata mobilitazione. Il problema è che ognuno ha lottato adottando forme vecchie e nuove di protesta all’interno della propria realtà, senza che ciò abbia dato origine ad azioni condivise e concordate a livello nazionale e dunque visibili all’opinione pubblica. Sono state raccolte firme, organizzate conferenze, inviate cartoline ecc. ecc., ma se n’è avuto notizia? Al massimo sul quotidiano locale. Anche i sindacati, pur dichiarandosi tutti contrari alla riforma, non si sono comportati diversamente. Se si esclude la manifestazione del 29 novembre, ciascuno ha agito in autonomia, quasi in concorrenza (vedi raccolta agende Moratti, petizioni per il ritiro del decreto, ecc.). Insomma penso che sia stata la mancanza d’unità a determinare, oltre ad un enorme spreco d’energie, scarsi risultati (dando per scontato il fatto evidente che dall’altra parte c’è qualcuno che non vuole assolutamente sentire).
La mia preoccupazione attuale è che, per come stanno andando le cose, si perda unità anche all’interno della categoria. Nel caso in cui adesso s’indicesse uno sciopero generale, o si adottassero altre forme di protesta, cosa farebbero le scuole superiori? A loro interessa dell’anticipo, del tempo pieno, del tutor? Lo dico non in tono polemico, il discorso vale anche al contrario.
Questo mio bilancio non vuole essere disfattista, ma al contrario intende trarre dall’esperienza indicazioni su come muoversi in futuro. Dobbiamo stare attenti a non parcellizzare la nostra resistenza. Evitare che ogni istituto agisca singolarmente o che ciascun grado scolastico lotti individualmente per difendere il proprio orticello. Dobbiamo stare uniti, dalla scuola dell’infanzia alle superiori, coinvolgere tutti: insegnanti, personale ata, genitori, studenti. Perché è chiaro, e lo deve essere per tutti, che l’attacco alla scuola è a 360 gradi e non esclude nessuno. E’ qui che entra in gioco il ruolo dei sindacati. Perché se è vero che ”il sindacato siamo noi” e che quindi è troppo comodo dire “ma voi sindacati cosa fate?” è pur vero che, attualmente, solamente i sindacati hanno un’organizzazione tale da poter sostenere, come dici tu “forme di lotta diverse, nuove, articolate, ad alto impatto mediatico e più possibile diffuse nell’intero territorio nazionale”. A mio parere, i movimenti di base, da soli, non riuscirebbero a gestire la complessità di tali azioni. Inoltre, occorre tener presente che il sindacato rappresenta anche una sorta di “garanzia di legalità”. Perché stiamo attenti anche a questo: quanti sarebbero disposti ad mettersi in gioco in prima persona con “iniziative sul filo della discutibilità”? Penso pochi.
Concludo con un’idea ingenua, probabilmente irrealizzabile: perché i sindacati dopo tante raccolte di firme, non organizzano insieme una consultazione seria (una sorta di referendum) che permetta a tutta la categoria di esprimersi sulla riforma Moratti? Forse non potrà cambiare le cose, ma almeno così, di fronte ad un NO chiaro e deciso, a dati inconfutabili che dimostrano che il mondo della scuola è contrario alla riforma, la ministra non potrà più dire “abbiamo sentito gli insegnanti ….”!

 Cristina Contri    - 25-01-2004
Il tema proposto da Francesco Mele, quello di come resistere, della ricerca di possibili forme di disobbedienza civile, lo sento anche io come urgente. Da subito, all’interno dei collegi docenti, si dovrà discutere su come fare la scuola di domani, e non sarà semplice. Perché io credo che non si possa neanche per un minuto pensare di non fare la miglior scuola possibile, perché la scuola di un paese non è un esercizio commerciale, è un contesto politico, e chi ci lavora deve assumersi la responsabilità di operare al meglio, non per il governo, che non è il padrone della scuola, ma per un senso etico e politico che il mestiere di insegnare ha in sè.
La proposta di Francesco relativamente all’atteggiamento da tenere rispetto al ruolo del tutor mi convince. Quella proposta, se ben declinata, potrebbe addirittura riassumere, in unico gesto “l’io politico e l’io professionale”. Se con questa proposta il collegio docenti riesce a contrastare l’idea di fondo di questa “riforma”, e cioè che la scuola sia un mucchio di individui, un disomogeneo insieme di singolarità, allora il collegio compie una azione di resistenza. Se il collegio docenti delibera, in modo collettivo, che nessuno è tutor, ma che tutti siamo insegnanti, maestre e maestri, responsabili di un gruppo, non di singoli, il collegio compie obiezione di coscienza. Se facciamo in questo modo, politicamente e professionalmente, diciamo di no a un’idea di scuola che avvalla e promuove una società dove ciascuno corre da solo e, se ha fortuna, forza e denaro arriva primo al successo. Se ogni collegio si rifiuta di decidere chi e perché deve fare il tutor chiedendo a tutti i dirigenti un ordine di servizio, quel collegio si rifiuta di programmare ciò che la consapevolezza e il sapere pedagogico impedisce. E dopo, quando i dirigenti scolastici avranno emesso i loro ordini di servizio, sarebbe un bel segnale se ogni tutor si dichiarasse responsabile di un gruppo, non di un agglomerato di singoli, perché l’educazione e l’apprendimento sono dei processi sociali che avvengono nello scambio con gli altri, nella relazione, dentro il gruppo.
A questa forma di disobbedienza io ci sto, e non vedo perché non possa essere una parola d’ordine del sindacato visto che si tratta di una questione che ha molto a che fare con le condizione di lavoro degli insegnanti.

Cristina Contri

 S. Indelicato    - 25-01-2004
La reazione apocalittica e di rigetto totale del decreto mi sembra fuori dalla realtà. Bisogna stare al contenuto del decreto e attenzionare i seguenti elementi di interesse rispetto alla iniziale posizione:
- un riferimento importante all'autonomia delle scuole: “in attesa dell'emanazione delle norme regolamentari di cui all'articolo 8 del DPR 275/99, le istituzioni scolastiche, nell'esercizio della propria autonomia didattica ed organizzativa, provvedono ad adeguare la configurazione oraria delle cattedre e dei posti di insegnamento ai nuovi piani di studio allegati al presente decreto”;
- l'aver confermato l'organico della scuola primaria. Per quella secondaria di primo grado, l'attuale assetto organico è confermato fino alla “messa a regime”, cioè almeno fino al 2006/2007. La previsione citata attenua di molto le difficoltà organizzative immediate per la programmazione degli organici e delle cattedre per il prossimo anno (e le conseguenti tensioni interne agli istituti).
- l'organico di istituto. Se questo significa il ripristino, sia pure in altra forma, dell'organico funzionale allora non possiamo che accoglierla con favore.
- la riconfermata previsione del tutor. E' positiva la previsione di una prima differenziazione professionale nel profilo docente, che può costituire l'avvio del superamento nell'attuale condizione di appiattimento. Come pure è da apprezzare l'indicazione della necessità di una sua “specifica formazione”, e l'indicazione delle sue aree di responsabilità (rapporto con le famiglie ed il territorio, funzioni di orientamento rispetto alla scelta delle attività opzionali, tutorato degli allievi, coordinamento delle attività educative e didattiche, relazioni con le famiglie, cura – con l'apporto degli altri docenti – della documentazione del percorso formativo).
Affermazioni fatte a caldo quali quelle che in caso di futuro cambio di maggioranza si azzera tutto, non fanno altro che scambiare la scuola per un terreno di scorribande della politica.
E perché poi il sindacato dovrebbe occuparsi di tutto e del contrario di tutto. E le forze politiche, il parlamento, le associazioni professionali che ci stanno a fare ?

 Claudio Stentarelli    - 26-01-2004
Carissimo Francesco,

credo che al tuo dilemma gli insegnanti riformatori abbiano già storicamente risposto: l' ”io politico”, che è un medium concettuale che ci aiuta a collocare i confini della nostra dignità professionale e della nostra libertà, comprende ed ingloba l' “io professionale”. Senza la chiara consapevolezza di questa importante verità non sarebbe accaduto proprio nulla nella storia scolastica dell'Italia repubblicana. Anzi; proprio questo dilemma è stato pervicacemente usato come un reiterato ed ossessivo ricatto, come un'arma preventiva nei confronti del cambiamento. Gli insegnanti non possono nemmeno concepire l'intento perverso del far valere i loro diritti, anche quelli sacrosanti, per tramite di un ricatto perpetrato con danno dei loro allievi, danno anche soltanto minimo. Anzi; è vero il contrario: quanto più dominasse un'idea tecnicistica ed autosufficiente della relazione pedagogico-didattica, tanto più recheremmo offesa ai nostri allievi (in una moltitudine di casi il termine dell’obbligo scolastico ad appena 12 anni, la Scuola Media come filtro del vecchio “Avviamento”, l’allievo come cliente di un supermercato, etc... etc...). E’ certo il fatto che gli insegnanti non recheranno danno alcuno ai loro allievi, ma è maggiormente vero che essi – gli insegnanti – non recheranno ai loro allievi un danno ulteriore rispetto a quello, già gravissimo, che una controriforma sciagurata come questa certamente arrecherà loro (Una scuola frantumata, senza qualità alcuna, senza ambizioni, traguardi...).

Ma è sul tutor che la questione diviene mortale: il tutor è uno strumento perverso i cui obiettivi sono la stabilizzazione del disordine e di una sorda conflittualità; te la immagini una scuola che, nella migliore delle ipotesi, debba sopportare, di colpo, una gerarchizzazione (quanto meno funzionale) tra docenti a profilo professionale compiuto (i tutor) e docenti privati della responsabilità della programmazione, della relazione scuola – famiglia etc... etc...? Ed i primi effetti già si mostrano, segnalandoci in modo trasparente ed impeccabile che l’intento del decreto è semplicemente maligno: ignorando completamente l’aperto dissenso di una parte consistente – quella storica – del Collegio, alcuni DS hanno fatto pressioni in favore del corso di formazione dei Tutor (ben 9 mila Euro stanziati per ogni scuola?). Il risultato (troppi docenti iscritti) anticipa gli effetti prossimi del decreto: poichè non esistono criteri per filtrare l’accesso al corso (nè il merito, nè la capacità, nè l’esperienza, nè i pregressi) e poichè chi ha cultura e storia professionale ha una invincibile diffidenza nei confronti di una controriforma che ha mobilitato mezzo paese, il risultato è che si sono iscritti al corso i disperati, i supplenti, i precari, gli ultimi; c’era forse un modo più efficace per rendere immediatamente inoffensivi proprio quelli che avendo molto investito nella scuola meglio rappresentavano una opposizione alla controriforma? E’ fin troppo chiaro a tutti (e al ministro in particolare) che una simile bestialità non sarebbe mai passata quando fosse stato rispettato il corpo storico dei docenti (sicuramente non quelli della scuola elementare che, in quanto tali, sono portatori di una specifica cultura didattico – pedagogica). L’obiettivo della smobilitazione ha bisogno, già da subito, di non-maestri, di precari, di disorientati, di “frantumati”, di ricattabili.

Non è necessario richiamarsi alla teoria della complessità per intuire che un simile sconquasso potrebbe anche generare un “disastro”: nessun determinismo può attribuire prevedibilità agli esiti di terremoti come quelli che il decreto ha messo in movimento; e infatti non c’è da attendersi una razionalità governativa, proprio perché non è possibile immaginare una razionalità circa eventi non prevedibili e allora ci si dovrà preparare ad una determinazione a governare d’imperio la scuola.

La mia disponibilità ad iniziative concrete, immediate ed incisive è totale; nulla è da temere in contingenze come queste più dell’isolamento, della solitudine e della rassegnazione. Abbiamo bisogno di parole d’ordine ed è urgente una mobilitazione in prima persona della Scuola: è confortante l’entusiasmo dei genitori, è insperato l’incremento formidabile delle richieste di iscrizione al tempo pieno, ma non è assolutamente immaginabile poter uscire da questo pantano delegando ad altri un problema che è nostro.

Claudio Stentarelli