breve di cronaca
La partita resta aperta
Scuolaoggi - 19-01-2004
QUALI POSSIBILI SCENARI ?

E’ il caso di fare qualche ragionamento e cercare di capire a che punto siamo nella vicenda, complessa e tutt’altro che definita, del primo decreto attuativo della riforma Moratti sulla scuola primaria.
Dati alla mano, possiamo grosso modo distinguere tre-quattro fasi diverse, tre-quattro tempi in successione logica e cronologica.

Primo tempo. Il MIUR ed il governo, diciamolo, tentano di sbarazzarsi, con un colpo solo, dell’attuale scuola elementare così com’è stata modellata dalla riforma del 1990 (tempi distesi, gruppo docente, ambiti disciplinari suddivisi tra i docenti in maniera paritaria).
Il modello di scuola pubblica, statale, che si viene a delineare è quello di una “scuola leggera”, fondata su un orario di insegnamento ridotto (27 ore per tutti) più qualche attività opzionale, a richiesta, per eventuali tre ore aggiuntive. Questo è quanto emerge dal testo dello schema del decreto reso pubblico nel giugno scorso. Qui non ci sono equivoci: il tempo mensa è chiaramente espulso dal tempo scuola (il comma 3 dell’art.7 dice chiaro e tondo che l'orario delle attività educative e didattiche, stabilito dai commi 1 e 2, “non comprende" il tempo eventualmente dedicato alla mensa). Netta distinzione dunque tra un tempo, obbligatorio, di “istruzione di base” per tutti, qualche ora facoltativa di “attività varie”, extracurricolari e il tempo “assistenziale” dell’eventuale refezione a scuola.

E qui cominciano i primi dolori ed inizia il secondo tempo. La prima ad insorgere è l’ANCI, l’associazione dei Comuni italiani, che intravede il pericolo, soprattutto per sé. Se la mensa viene “scorporata dal tempo scuola”, del quale era finora considerata parte organica e integrante (art.130, T.U. 297/94) e magari dall’orario di servizio e dalle funzioni dei docenti, è chiaro che i genitori che hanno necessità di questo servizio si rivolgeranno agli enti locali. La preoccupazione dei Comuni in questo senso è evidente ed il dibattito si accentra infatti su chi gestirà gli alunni in mensa (ancora i docenti, i collaboratori scolastici, cioè i bidelli, o personale assistenziale a carico del Comune?) e chi si farà carico di questo servizio (ancora lo Stato? l’ente locale? cooperative esterne?).
E’ Valentina Aprea, non “una qualunque” ma il Sottosegretario con delega all’Istruzione, a sostenere in un dibattito sulla Riforma a Peschiera Borromeo che la mensa non sarà più compito dei docenti ma, semmai, dei bidelli, in quanto la vigilanza rientrerebbe, anche contrattualmente, nelle loro funzioni. Il Ministro Moratti in questa fase non si pronuncia. Forse nessuno si è ancora preso la briga di spiegarle cos’è il tempo pieno e che la refezione scolastica non è la stessa cosa della mensa dei poveri.

Qualche mese dopo, più o meno verso novembre 2003, appare nel sito web del MIUR, novità assoluta nella storia della legislazione scolastica italiana, il testo dello schema del decreto con "commento incorporato", al fine di contrastare le interpretazioni false e tendenziose e dare finalmente quella autentica. Qui si ribadisce che non cambierà nulla, che "il tempo pieno degli alunni" continuerà ad esserci, più o meno nelle forme già previste dalla legge 148/90, che il tempo mensa continuerà ad essere garantito fino ad un massimo di 10 ore settimanali e che continueranno ad occuparsene i docenti, in quanto “assistenza educativa”. Peccato che sul piano giuridico siano gli articoli di un decreto nei vari commi che li compongono ad avere valore, non un commento aggiunto, per quanto autorevole, ma tant’é. Prendiamo per buone le precisazioni apportate e consideriamo che si tratta di un passo indietro o di una correzione di tiro, in ogni caso di una modifica non irrilevante dell’impostazione iniziale.

A questo punto, e siamo al terzo tempo, la discussione si accentra sul significato delle 40 ore di tempo scuola. Il Ministro Moratti, sull’onda del suo prorompente staff e compagnia cantante, con una lettera si rivolge direttamente ai genitori per rassicurarli, in particolar modo le madri che lavorano, affermando che il tempo pieno e le 40 ore di tempo scuola sono garantiti (addirittura "gratuitamente"..!) e che quindi non ci saranno problemi di sorta. E giù a sostenere che, anzi, i genitori si troveranno di fronte ad un ampliamento delle offerte formative potendo addirittura scegliere fra diversi tempi scuola, (come se la possibilità di scegliere due modelli orari diversi non fosse già implicita nella legge 148/1990, con l’opzione fra tempo Modulo e Tempo Pieno…).
Ma qui il “ventaglio” degli orari e delle opportunità si amplia ulteriormente, la scuola diventa un “servizio a domanda individuale” e ciascuna famiglia può decidere a seconda di come gli aggrada e gli fa comodo. Siamo o non siamo in una società basata sulle leggi della domanda/offerta e del libero mercato? Basta allora con i modelli statalistici e accentratori, meno Stato più mercato..!
Qualcuno ha subito apprezzato questa maggiore flessibilità e apertura degli orizzonti e delle offerte formative (a quanto pare anche un’autorevole rivista come Tuttoscuola non è rimasta indifferente di fronte a queste profonde "innovazioni"…).
Ma le malelingue insistono: queste 40 ore, intese come sommatoria di spezzoni orari (27+3+10) sono tutt’altra cosa dalle 40 ore del Tempo Pieno, quello con le iniziali maiuscole, inteso come progetto didattico e modello educativo unitario. Le “quantità orarie”, replicano al Ministro, non fanno la "qualità". E, come si sa, la maldicenza si diffonde, "come una freccia dall'arco scocca, vola veloce di bocca in bocca", e porta sulle piazze decine di migliaia di genitori, insegnanti, cittadini, associazioni varie.

Nel frattempo il Ministro, questa volta decisamente mal consigliato dagli ultras del suo staff, compie un passo falso. Con un atto amministrativo, una Circolare, apre le iscrizioni ad una scuola che non c’è, a modelli orari che non sono ancora stati legittimati da una norma approvata dal Parlamento o dal governo. Apriti cielo: le opposizioni insorgono e le iscrizioni dovranno ancora essere riferite ai modelli esistenti (moduli e tempo pieno), sulla base della legge tuttora in vigore. Almeno per ora e sino all’approvazione del decreto.

A questo punto – e siamo al quarto round – rischiano di saltare tutti i tempi utili per far partire la riforma dal settembre prossimo. Si viene a prospettare così una soluzione di ripiego, d’altra parte “obbligata”. Come risultato, pare, dell’accordo raggiunto il 10 dicembre tra MIUR e Conferenza Stato-Regioni, si confermerebbe "in via di prima applicazione, per l'a.s. 2004-2005, il numero dei posti attivati complessivamente a livello nazionale per l'a.s. 2003-2004 per le attività di tempo pieno e tempo prolungato" (v. art.14 bis). A livello nazionale, nell’insieme quindi, non automaticamente negli organici docenti delle varie regioni e province. E, soprattutto, "in via di prima applicazione" e "limitatamente all’a.s. 2004-2005".
A questo punto, se il prossimo anno venisse confermato alle scuole l’organico docenti attuale si aprirebbe uno scenario inedito e altamente problematico. Se così fosse (e usiamo il se), le scuole verrebbero a disporre delle risorse di organico del vecchio Tempo Pieno per attuare il “nuovo tempo pieno” e il nuovo modello previsto dalla riforma Moratti. In questo caso é facile azzardare la previsione che, rivendicando i princìpi dell’autonomia scolastica, i collegi docenti tenderanno a confermare quanto hanno già espresso in tante mozioni e prese di posizione, vale a dire si rifiuteranno di attuare un impianto organizzativo fondato sul docente tutor più satelliti vari, ma confermeranno in buona parte il modello organizzativo esistente, basato sul gruppo docente paritario e la contitolarità.
Se questo scenario è corretto e non fantapolitico, ciò vorrebbe dire che di fatto si delineerebbe un anno di "tregua armata", in attesa della definitiva applicazione del decreto, con conseguenti e successive ricadute su organici e organizzazione didattica a partire dall'anno scolastico successivo.

In caso contrario, cosa può succedere? Che MIUR e governo, ignorando la protesta delle scuole e le grandi manifestazioni di questi giorni, procedano imperterriti per la loro strada e il Consiglio dei Ministri, sbattendosene dei pareri della Conferenza Stato Regioni, delle Commissioni parlamentari, del CNPI e quant’altro, approvi il decreto così com’è, con un successivo decreto sugli organici che assegna alle scuole docenti in proporzione al "monte ore strettamente necessario" e non alla doppia titolarità (2 insegnanti ogni classe di T.P.).
In questo caso si aprirebbe da subito una fase di forte conflittualità e di caos nelle scuole. Fin dal settembre prossimo, con l’introduzione forzata del tutor e con meno ore e meno docenti assegnati alle scuole, salterebbero le continuità didattiche su tutte le classi, le compresenze, l’attuale organizzazione didattica nel suo complesso (suddivisione per ambiti disciplinari tra i docenti, ecc.).

Insomma una prospettiva non certo pacifica ed edificante. E’ solo questione di tempi dunque. A meno che non si riesca, sull’onda delle mobilitazioni di questi giorni, a far ritirare il decreto, a modificarne la sostanza e a riaprire finalmente un dibattito di massa sull’intera riforma. Alla ricerca di una riforma condivisa e non imposta forzatamente. In un Paese normale, con un ceto politico di governo serio, questo accadrebbe. E infatti succede non molto lontano da qui, in Francia.


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 Lorenzo Picunio    - 22-01-2004
SCHEDA SULLA RIFORMA E SULLA CIRCOLARE SULLE ISCRIZIONI

La “riforma” della scuola è nelle sue linee generali una legge, la n. 53 del 2003. Ad essa fanno riferimento i documenti che il Ministero produce, anche se questa certezza è inficiata dalla non ancora avvenuta approvazione dei documenti attuativi, tuttora fermi in Consiglio dei Ministri: e bloccati, sembra, da veti incrociati interni alla maggioranza, condizionata a sua volta dalle lobbies presenti in ogni partito e dal riflesso delle posizioni dei sindacati scuola.
La questione potrebbe apparire solo formale: ma è vero che il Tar del Lazio ha già fermato alcune disposizioni del Ministro sulla sperimentazione, su istanza della Cgil Scuola, perché – in sostanza – “una circolare non può sopravanzare una legge” e le leggi tuttora valide sono quelle precedenti la “riforma” Moratti (in quanto la legge non è ancora “perfetta” se mancano i decreti attuativi).

Il Ministro ha presentato una circolare sulle iscrizioni che risente di questa contraddizione. Da un lato essa dice che “Le iscrizioni vanno fatte secondo la modulistica del precedente anno scolastico”, dall’altro invita a “considerare il nuovo quadro legislativo”. Altri due elementi che complicano il quadro sono l’accordo fra governo ed A.N.C.I. relativamente al mantenimento del tempo pieno nella scuola elementare e del tempo prolungato nella scuola media, la questione economica posta dai cosiddetti “anticipi”, il dettato della legge finanziaria relativo alla scuola e la prossima uscita di una circolare ministeriale sugli organici (anticipata in parte – e in termini critici - dall’Ispettore Ministeriale Raffaele Iosa sull’ultimo numero di “Vita Scolastica”). Infine, sullo sfondo, ci saranno i certi cambiamenti che verranno dalle norme sulla “devolution” laddove attribuiscono poteri esclusivi alle Regioni in materia di scuola.

Prima di entrare nel merito delle iscrizioni, vediamo le grandi linee della riforma. I punti da distruggere sono, nell’organizzazione scolastica, i concetti di pari dignità di tutti gli insegnamenti, uguale peso e quindi collegialità fra gli insegnanti, tempi distesi di apprendimento (considerati – all’ingrosso – pesi ideologici da sessantottini, ed ostacoli ad una conoscenza essenzialmente trasmissiva e non costruita assieme all’alunno). Dico subito che per brevità tralascerò l’aspetto – non secondario – dei programmi.

LA SCUOLA DELL’INFANZIA

La scuola dell’infanzia (ex materna, questo cambio di none è uno dei pochissimi punti positivi) andrà da un minimo di 875 ad un massimo di 1700 ore annue, secondo modelli diversificati in base alla richiesta dei genitori. Oggi la maggioranza delle scuole dell’infanzia italiane funziona su circa 1600 ore annue, 40 a settimana per 40 settimane. I modelli diversificati determineranno l’organico, e si potranno avere nella stessa scuola bambini che fanno dalle 8 alle 12, o fino alle 13, alle 14, alle 16 e così via. Vediamo poi in blocco la questione degli anticipi.

LA SCUOLA ELEMENTARE

La scuola elementare avrà 891 ore annue, più una quota annuale opzionale di 91 ore da destinare ad attività opzionali scelte dalle famiglie, in ambito settimanale 27 ore più altre 3. Inizialmente non era stata prevista la mensa, poi con l’accordo con l’A.N.C.I. essa è rientrata “per un massimo di 10 ore settimanali”, e questo è il trucco che consentirebbe di salvare il tempo pieno di 40 ore settimanali (27 + 3 + 10): non è però chiaro in quale modo la mensa potrà rientrare nell’orario degli insegnanti, salvo che non si ritenga di renderla così tanto opzionale da poter avere solo pochi bambini che mangiano a scuola, seguiti da un insegnante ogni parecchie classi.
Così non si avrebbe più la struttura organizzativa attuale che prevede 4 opzioni:

- modulo di 3 insegnanti su 2 classi (con divisione, in genere, fra insegnamenti linguistici, logico-matematici e scientifici, antropologici, associando in modo diverso le cosiddette “educazioni”, all’immagine, al suono, motoria); questo modulo consente di avere abbastanza spazi di contemporaneità oraria (“compresenza”) per svolgere laboratori ed attività individualizzate; il suo “costo” è di un insegnante ogni 1,5 classi.
- Modulo di 4 insegnanti su 3 classi, con meno (anzi quasi nulla) contemporaneità oraria e con un insegnante ogni 1,33 classi.
- Moduli diversamente strutturati per scuole piccole, con meno personale, dove l’esiguità delle classi rende poco necessaria la contemporaneità oraria (questa soluzione ha salvato negli anni molti “microplessi”).
- Tempo pieno con due insegnanti per ogni classe, che la riforma del 1989 ha “fermato” al numero esistente in quell’anno: se ne possono fare di nuove solo se in provincia ne spariscono di vecchie. Per molti anni il tp ha rappresentato circa il 15% delle classi, ma il 20% degli alunni, in quanto mediamente esse erano più numerose delle classi a modulo e concentrate nelle grandi aree urbane. Esso aveva in passato una forte valenza di modernità didattica (“scuola del fare”, laboratori, spesso la biblioteca alternativa a sostituire il libro di testo); negli ultimi anni ha acquisito un significato più “sociale” non tanto nel senso del sostegno a situazioni di disagio (un dato – peraltro – che si è mantenuto nel tempo) quanto di supporto alle madri che lavorano. Oggi i tempi pieni sono il 22 % con il 26% dei bambini.

Tutte e quattro queste soluzioni prevedono condivisione nel team docente della programmazione didattica, che si concretizza in due ore settimanali di coordinamento didattico, verbalizzato in un apposito registro.

La riforma prevede invece un insegnante “tutor” per ciascuna classe, al quale sono affidate le materie principali, ed una serie di figure “stellari”, specializzate per attività ed operanti su più classi. Il tutor avrà 18 ore in una classe, e gli sarà affidata la funzione di coordinamento dei rapporti con i genitori e di stesura del “portfolio” del bambino. Non è specificato il criterio di selezione dei tutor. Tutti coloro che hanno scritto della riforma hanno ipotizzato che in prospettiva – continuando nell’attuale trend di non assunzioni nella scuola – resteranno solo i tutor come impiegati dello stato, oltre agli insegnanti di religione, e le altre attività potranno essere assegnate ad agenzie esterne o rapporti di lavoro a tempo determinato. L’orario sarà di 27 ore settimanali (oggi sono da 28 a 32 nei moduli, e 40 nel tempo pieno), aumentate delle ore opzionali, per un massimo di 3 settimanali, anche in concorso fra più scuole, e dell’eventuale mensa. Il Ministro giura pe r ora sulla gratuità delle tre ore aggiuntive, ma anche su questo tutti i commentatori sono scettici. Non ci saranno ore di contemporaneità oraria, se gli organici saranno – come si ipotizza – di un insegnante ogni 1,2 classi (cioè 6 insegnanti per 5 classi). Ci vuol poco a calcolarlo: 27 x 5 = 135 ore di 5 classi; 22 X 6 = 132 ore di 6 insegnanti; vanno aggiunte le ore di lingua straniera, salvo dove è un insegnante di classe a svolgerne l’insegnamento; e vanno aggiunte le ore di religione, salvo dove è un insegnante di classe a svolgerne l’insegnamento o dove vi sono bambini che non si avvalgono dell’insegnamento della religione e svolgono attività alternative. Basta che si crei una di queste tre condizioni in una delle 5 classi e si azzera qualunque spazio di contemporaneità.

GLI ANTICIPI

Questo è stato il punto più strombazzato a livello propagandistico, anche perché fa leva su desideri profondi (il figlio “primino” che va a scuola a 5 anni) o su necessità autentiche (la mancanza degli asili nido, o il loro costo altissimo). La circolare dice che possono andare a scuola “i bambini che compiono sei anni entro il 28 febbraio dell’anno successivo a quello di riferimento”.
Ma se per la scuola elementare il problema tocca soltanto un “travaso” di bambini che altrimenti frequenterebbero la scuola d’infanzia (e comunque modificherebbe pesantemente la numerosità ed il numero delle classi prime) per la scuola d’infanzia i comuni hanno messo un significativo altolà, e quindi la circolare dice che l’ammissione può avvenire una volta esaurite le liste d’attesa di chi ha già diritto perché ha compiuto i 3 anni. C’è un altro punto significativo: la circolare dice “entro la data del 31 agosto” per le iscrizioni normali, ed uno che legge pensa ad un lapsus: “31 dicembre”. Invece no: i bambini andranno a scuola perché nati entro il 31 agosto (cosa, fra l’altro, che avrebbe un senso logico, per evitare quel fenomeno che una volta si chiamava “perdere l’anno”); dopodiché l’autore della circolare se ne dimentica e non prevede alcuna disposizione, lasciando nel limbo i nati fra settembre e dicembre. In ogni caso, una modifica di questo tipo non può essere tagliata con l’accetta: i genitori di questi bambini – nati fra settembre e dicembre -rivendicheranno un diritto che una circolare, e non una legge, toglie loro.

COSA SUCCEDERA’

È facile ipotizzare che i decreti attuativi non vengano approvati, come segno dell’incapacità ormai del governo di legiferare su qualunque cosa tranne gli interessi privati di Berlusconi. La riforma ha una base ideologica che trova resistenze nella maggioranza, e nel mondo della scuola ci sono forti resistenze che si riflettono sulla maggioranza stessa: resteranno senz’altro i tagli, che dipendono da altri ministeri, diversi da quello della P.I.

Così è successo per il sostegno: solo qualche dichiarazione di esponenti, probabilmente nazisti nel profondo, di A.N. e della Lega ha dichiarato esplicitamente che i bambini con handicap vanno espulsi dalla scuola. Ma nella scuola si è tagliato fortemente il sostegno negli ultimi anni, portando la motivazione ipocrita che “il bambino con handicap è una responsabilità di tutti gli insegnanti della classe”.

A COSA SERVE LA SCUOLA ?

Secondo l’impianto della “riforma” la scuola è un mero contenitore di conoscenze. Lo spirito è quello che alcuni studiosi conservatori americani chiamano “un quinto, quattro quinti”, intendendo che un quinto comanderà, i rimanenti ubbidiranno. Giova ricordare che anche la produzione ha bisogno di cultura, ma questo è un argomento di lungo periodo che non interessa a chi non sa nemmeno essere conservatore lungimirante. La scuola è luogo di apprendimento condiviso, di incontro e contaminazione fra etnie e culture. Val la pena ricordare che la scuola primaria italiana è internazionalmente considerata di ottimo livello ?


 olindo    - 11-02-2004
Per cortesia vi chiedo di dirci che fine faranno gli insegnanti di Educazone Tecnica che hanno visto il loro orario ridursi del 66% ?
Inoltre vorrei delle vostre considerazioni a riguardo.