La Storia ci dimenticherà?
Gianni Pardo - 22-01-2004
Settembre 1998 - Riferisce il "Giornale" che un celebre e ricco cantante, Claudio Baglioni, ha fatto un esperimento: si è messo barba e baffi finti, ha imbracciato la sua chitar-ra, ed ha cantato nella Galleria Umberto di Napoli, chiedendo l'elemosina. Il risultato è stato che questo artista che riempie gli stadi e guadagna miliardi, in un’ora di mendicità, ha raggranellato tredicimila lire. A questo punto uno si chiede se Baglioni merita miliardi, e allora sono pazzi i viandanti che non si sono fermati ad ascoltarlo e ricoprirlo d'oro, o se al contrario sono pazzi quelli che pagano magari cinquantamila lire a testa per andarlo ad ascoltare allo stadio. Da una parte o dall’altra ci deve essere un errore.
Se la superiorità di Baglioni fosse evidente, se ne sarebbero dovuti accorgere anche i passanti. Magari non tutti, perché non tutti s’interessano di musica leggera: ma almeno alcuni. Invece non risulta che ci sia stato un solo passante che si sia fermato e sia rima-sto incantato, lasciando perdere tutto il resto. Come è successo da ragazzo a chi scrive, durante una gita scolastica, quando gli è capitato di sentire Dora Musumeci, allora ragazzina, al piano. O come capitò a Cimabue, vedendo il pastorello Giotto disegnare.
Tuttavia l'arte di Baglioni deve esistere, altrimenti non si spiegherebbe il suo successo. Non si spiegherebbero i teatri pieni, gli stadi osannanti, i soldi a palate. Probabilmente questo successo si spiega con l'apprezzamento dei competenti che ha finito col fare valanga. Essi hanno indotto i profani a prestare attenzione alle canzoni di questo signore, finché tutti si sono accorti che erano belle. Se Baglioni si fosse presentato da solo, nudo e crudo, come ha fatto nella Galleria Umberto, senza essere additato come un artista prima ancora che cominciasse a cantare, forse non avrebbe sfondato. Ovviamente la buona presentazione non sarebbe stata sufficiente a creargli la fama e se fosse stato un cane, sarebbe stato dimenticato: ma essa è stata indispensabile.
Lo schema è dunque: prima l’artista è lanciato, poi vola con le proprie ali. Da solo, il grande pubblico non è capace di riconoscere l’arte. All'inizio deve essere guidato.
Questo è ancora più vero nell'ambito della musica classica. La gente va al concerto o all'opera perché dirige il tale maestro e non uno sconosciuto. Come se fosse capace di distinguere l'esecuzione dell'uno da quella dell'altro. Come se fosse capace di farlo rispetto ad un brano che neppure conosce: tutto questo è assurdo. In realtà, Muti e Abbado oppure, ai loro tempi, Furtwängler e Karajan hanno avuto successo perché sono piaciuti ai critici e ai competenti. Il grande pubblico, gregge senza volto, ha seguito. E non poteva essere diversamente, visto che in particolare nelle sale da concerto esso è composto da snob presuntuosi. Gli spettatori sono snob due volte: perché fingono di amare la musica classica, mentre non l'ascoltano mai, salvo che ai concerti. E questo è assurdo, come sarebbe assurdo dire che si è appassionati di calcio se si seguono le partite della nazionale, una volta ogni quattro anni, ai campionati mondiali. Poi sono presuntuosi perché, lodando Pollini, vorrebbero dare ad intendere di saper distinguere il suo tocco da quello di Richter o, Dio guardi, di Benedetti Michelangeli. Chi, se non un violinista che conosce la partitura, e ha sentito quel brano decine di volte, può distinguere l'esecuzione di Oistrakh da quella di Accardo?
Né le cose vanno diversamente in letteratura. Se oggi Dante presentasse il suo manoscritto ad un editore, ammesso che qualcuno cominciasse a leggere la sua Commedia, provocherebbe solo qualche sarcasmo. Gli si direbbe che un poema in versi, di cento canti e migliaia di versi, è una follia solo a pensarlo. Poi che la sua opera è noiosissima e infine che gli attirerebbe un mare di querele. Visto che appartiene alla corporazione degli speziali, è meglio che il signor Alighieri torni al suo mestiere. Le uniche opere che il pubblico apprezza veramente sono quelle che ama malgrado l’opinione dei critici: Dumas, Pitigrilli, De Crescenzo.
In passato opere oggi impubblicabili hanno avuto successo perché da un lato c’erano molti analfabeti, ma dall’altro coloro che sapevano leggere leggevano molto di più. Per questo poteva avvenire che un autore pubblicasse a sue spese e divenisse lo stesso ce-lebre, come è avvenuto a Proust. Perché l’uscita di un libro era un avvenimento. Se Proust pubblicasse oggi la sua opera, a spese sue, gli rimarrebbero sullo stomaco tutte le tremila copie stampate. Sarebbe costretto ad offrirle in omaggio ad amici e parenti, con terrore dei beneficati: "Vuoi vedere che questo poi mi chiede che cosa ne penso?"
Nella nostra epoca il successo è il risultato di una convergenza di fattori. Fra di essi - certamente - c'è il merito, ma esso è uno fra gli altri. L'ideale è che l’artista si renda prima famoso per un'impresa sportiva o per il successo in politica. O perché ha ammazzato cinquanta persone: dopo potrà pubblicare. La sua opera avrà, quanto meno, il suo bravo, effimero succès de scandale.
L’artista può anche essere lanciato da una consorteria: gli intellettuali di sinistra, i preti, un grande gruppo editoriale disposto ad investire centinaia di milioni in pubblicità. E magari a corrompere i critici o comprare un premio letterario. Ma l’autore da solo non va da nessuna parte.
Poi l'opera deve essere alla moda: inutile scrivere oggi Giulietta e Romeo. L'editore e il pubblico direbbero che sa di muffa. Magari se i Capuleti e i Montecchi fossero due co-sche mafiose, magari se Giulietta si suicidasse perché in crisi d'astinenza, chissà.
Il risultato totale è che siamo condannati al carino e non al bello; a ciò che è alla moda, non a ciò che è destinato a durare; alla plastica e non al marmo.
Il Ventesimo Secolo ha offerto agli artisti, più numerosi che mai, molte più occasioni e facilitazioni di quante ne offrissero i secoli passati: e tuttavia non ha prodotto praticamente nulla. Nel bailamme di un'epoca clamorosa e insulsa, la scelta è stata limitata a ciò che poteva avere un successo immediato. Abbiamo avuto migliaia di canzonette, ma non una sinfonia degna della Quarta di Brahms. Abbiamo il cinema e il teatro è morto. Abbiamo i romanzi di Barbara Cartland e non quelli di un Dostoewskij.
Il Ventesimo Secolo è un secolo di nipoti sciocchi che godono del grande patrimonio lasciato loro da un nonno geniale. La Storia ci dimenticherà.

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