Un popolo
Gianni Mereghetti - 17-01-2004
b>SE CI FOSSE UNA EDUCAZIONE DEL POPOLO
TUTTI STAREBBERO MEGLIO

Milano che viene paralizzata dagli scioperi selvaggi degli autoferrotranvieri; la Parmalat che nel suo tracollo trascina con sé tante medie imprese e numerosi piccoli risparmiatori; il terrorismo che fa capolino tra gli interstizi di una convivenza civile che non si è ancora liberata della pressione ideologica; lo scontro sociale che si acutizza ogni giorno di più alimentando una diffusa insicurezza nel lavoro e la paura che vi sia sempre qualcuno pronto ad accaparrarsi ciò che non gli appartiene.
L’uomo d’oggi si sente continuamente minacciato dalla stessa società che in questi anni ha costruito. Eppure è la società del diritto che pensava di aver edificato, una società che fa continuo riferimento alla Costituzione e si radica nella tolleranza, quella che fin dalla Rivoluzione Francese ha fatto della propria libertà il limite dell’altrui.
Ma è proprio qui l’origine della sua deriva, la pena del contrappasso di una convivenza in cui è diventato diritto tutto ciò che l’uomo vuole - anzi pretende, in quanto gli è dovuto - e non importa se per ottenerlo deve andare contro il bene degli altri. E’ perché qualcuno sta affermando un suo diritto che un uomo può svegliarsi la mattina e non sapere se potrà recarsi al lavoro, o se troverà ancora i suoi soldi sul conto corrente bancario, o se a scuola i suoi figli incontreranno un maestro che li sappia educare.
Anni e anni di questione morale hanno fatto del diritto il perno indiscutibile della convivenza civile, e il diritto è diventato così onnipotente da valere più della persona, più della promozione del bene comune. L’esito è una società in cui sono sempre più gli interessi individuali e particolaristici a dettar legge, misura indiscutibile di giudizio e di azione! Del resto quando il nulla diventa come oggi dominante e determina la concezione che l’uomo ha di sè, la persona è ridotta alle reazioni che il contesto sociale la induce ad assumere e che diventano suoi indiscutibili diritti, o pretese.
Dentro questa società che va verso un impoverimento sempre più diffuso e viene lacerata da gravi conflitti sociali un punto positivo permane, un fondamento su cui ricostruire e ridare speranza per il futuro: è l’essere umano, il suo desiderio di felicità, il suo bisogno di amare e di essere amato, la sua tensione ad un bene, che si possa condividere con gli altri.
E’ un punto positivo che permane e si diffonde grazie all’impegno con la vita e con il suo senso testimoniato da tanti uomini e donne dentro gli ambienti di lavoro, ai gesti e alle opere di solidarietà che caratterizzano ancora il tessuto sociale del paese, alla capacità di incontro e dialogo che segna tanti ambiti religiosi e laici, al sacrificio per il bene comune di cui molti italiani sanno essere esempio significativo, come è stato per i carabinieri di Nassiriya, ai tanti imprenditori che rischiano capacità e ricchezze per creare nuove possibilità di lavoro, alla coscienza che tanti genitori e tanti insegnanti hanno dell’urgenza del compito educativo.
Che dentro una società alla deriva operino uomini con uno sguardo positivo alla realtà e con una capacità di bene comune, è questo che dà speranza all’uomo d’oggi e lo educa a domandare e ricercare il valore della sua vita e di quella di ogni essere umano, così da ritrovare quella gratuità e quel senso di responsabilità che possono contribuire ad un futuro più prospero e pacifico del nostro Paese.
Tanto più questo vale per i giovani, il cui desiderio di vita, spesso depresso dal cinismo di tanti adulti, non aspetta che di essere liberato. La scuola, in cui entriamo ogni mattina, è per loro questa occasione, e lo è perché possono incontrare uomini mossi da una speranza che riguarda tutta la vita. Per questo assumersi la responsabilità di educare in una scuola, che rischia anch’essa di precipitare in una lacerante situazione conflittuale, è il nostro modo di contribuire ad una soluzione positiva della crisi della nostra società.


Gli insegnanti di Comunione e Liberazione


interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Giusi Bossi    - 17-01-2004
Sono perfettamente d'accordo con il contenuto così chiaro, si vede che chi scrive vive sulla sua pelle quello che dice e rischia di persona.

 Renata Rosso    - 18-01-2004
Trovo mistificante chiamare con le stesse parole, unendole in un'unica falsa analogia offerta alle successive argomentazioni, fatti che hanno un'incolmabile distanza, quali quello di lavoratori che lottano per avere uno stipendio decoroso, pagandone le conseguenze, e quello di crimini economici di tale portata.
Che il disagio che i lavoratori procurano alla popolazione sia limitazione alla "libertà", mi pare cosa sconcertante cui solo il "sondaggismo" televisivo di una informazione senza ormai più alcun pudore può dare credito. Dalle persone che ancora vivono su questa terra e non dietro uno schermo di abbagli ho sentito solo parole di solidarietà.

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Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. (Mt. 10,34)

 Giuseppe Aragno    - 18-01-2004
Per gli insegnanti di "Comunione e Liberazione", gli autoferrotranvieri in sciopero per la paga sono degli autentici mascalzoni: assieme a terroristi, bancarottieri e ladri, minacciano la convivenza civile e fanno pesare sulla società - e chi se non loro? - il peso di una intollerabile pressione ideologica, dalla quale, è noto a tutti, gli insegnanti di "Comunione ecc", sono del tutto immuni.
Per gli insegnanti di "Comunione ecc" le cose sono chiarissime: c'è un "bene comune" che è al di sopra del popolo; c'è un popolo che non è educato (e bisognerà pensarci); c'è lo scontro sociale, che si acutizza perché un popolo ineducato non si rassegna a morire di fame ed a riempire di santi il paradiso, ma fa sciopero e rompe le scatole agli insegnanti di "Comunione ecc" che hanno la missione di educarlo; c'è l'uomo di oggi, che quando forma il popolo minaccia e quando è da solo si sente minacciato dalla società che ha costruito, così che non si capisce più nulla. Il fatto è - dicono gli insegnanti di "Comunione ecc" - che tutto ciò che il popolo vuole è diventato diritto e così non si va avanti: lavoro, paga, sciopero, tempo libero... Che pretese assurde! E il bene comune dove lo mettiamo? E la questione morale? E diavolo, ma dove siamo, insomma, con questa storia dei diritti! Ci vuole assolutamente qualcuno che lo spieghi al popolo che, prima di difendere il futuro dei figli, ognuno deve badare a far sì che, chi li tiene, trovi i propri soldi sul conto corrente bancario. Chi li possiede, certo, compresi i benpensanti ideologi della "Comunione e CC"!
In quanto al resto, è giunta la nuova e buona novella a ridare speranza per il futuro: c'è, l’essere umano c'è, ancora, con il suo desiderio di felicità. Desiderio, si badi bene. Basterà fargli capire bene che tale deve rimanere: un desiderio. Pio.


 Gianni Mereghetti    - 18-01-2004
I commenti apparsi domenica 18 gennaio al volantino di Comunione e Liberazione mi sollecitano a fare alcune osservazioni, certo che sia il dialogo uno dei modi per costruire oggi.
In primo luogo non mi pare che si voglia mettere sullo stesso piano Tanzi, autoferrotranvieri, terrorismo e quant'altri, ma solo dire che oggi in Italia diversi fattori contribuiscono a generare una crisi generale e una situazione di conflitto. Che la situazione del Paese sia difficile, che la conflittualità sia in aumento mi pare innegabile, prima ancora che si attribuisca la responsabilità all'uno o all'altro.
In secondo luogo mi sembra importante sottolineare che il bene comune non è la somma dei beni particolari nè una sorta di torta da dividere in parti giuste, ma una costruzione comune che corrisponda al bisogno di ognuno. Che la coscienza di questo compito oggi in Italia stia diminuendo mi pare anche questo evidente, il che indica una responsabilità che tutti dobbiamo prenderci!
Da ultimo credo che l'aspetto più significativo del volantino sia l'apertura di una speranza. Una speranza che poggia su fatti di umanità, di solidarietà e di collaborazione già presenti nel tessuto sociale del paese.
Questa mi pare un'indicazione decisiva, in quanto è evidente che non si costruisce da un'idea, nè da un progetto, bensì da uomini che hanno un approccio positivo alla realtà e si prendono la responsabilità di costruire risposte ai bisogni quotidiani.
Se si desse più spazio a questo il conflitto sociale diminuerebbe di intensità per lascare spazio alla costruzione!
Ringrazio per l'ospitalità, primo segno di costruzione.

 M. Serena Agnoletti    - 19-01-2004
Queste parole hanno un peso perché riflettono un'esperienza e sollevano dal vuoto di tante ciance e proteste, che nascondono il più delle volte la voglia di non essere mai rimessi in discussione. Grazie!

 Michele Carchen    - 21-01-2004
Solo chi ha una speranza educa. Nella scuola occorre proprio ripartire da ciò che fino ad oggi ha sostenuto il lavoro di molti di noi. Il volantino degli insegnanti di Comunione e Liberazione ha il merito di segnalarci che è ancora possibile educare. Ed è per questo che ogni giorno per me è possibile entrare in classe senza scartare il volto ed il desiderio di crescere di ogni mio alunno, per meno di questo cambio mestiere.

 Rachele Altobelli    - 22-01-2004
l'articolo è molto bello per la sua lucidità e chiarezza; mi è piaciuto in modo particolare l'indicazione "operativa" cioè la risposta che possiamo dare noi insegnanti, noi adulti, cioè l'accettare la responsabilità dell'educazione: stare al lavoro con lo sguardo positivo,aperto!
Tu come fai? Dove lo impari?
ciao Rachele