Vedi alla voce amore
Anna Pizzuti - 14-01-2004
“Già da quarant’ anni gli scrittori scrivono dell’ Olocausto e continueranno sempre a scriverne”, pur essendo «in un certo qual modo [–] tutti quanti condannati al fallimento, perché ogni altra ferita e ogni altro malanno si può tradurre nella lingua di una realtà conosciuta, e solo la storia dell’ Olocausto non la si può tradurre, ma resterà sempre questo bisogno di tentare ancora e di nuovo, di provarcisi, di smussare le sue punte acute sulla carne viva dello scrivente, e se vuoi essere sincero con te stesso - disse con aria grave - e allora sei obbligato a osare e a cimentarti con la stanza bianca.»
«E quella stanza bianca [–] in fondo non è affatto una stanza. È, diciamo, un gesto, sì: [–] un gesto che fanno tutti i libri che si occupano dell’ Olocausto e tutte le fotografie e i film e i fatti documentati e le cifre raccolte lì al Yad Vashem, un gesto che fanno verso qualcosa che resterà per sempre incompresa, per sempre insoluta. E questo è il cuore stesso del cratere, non è vero, Shlomik?»

David Grossman – Vedi alla voce amore – Einaudi 1988



Sono diventata insegnante per insegnare la shoah. Il che potrebbe far pensare che ne parli continuamente, in classe.
Non è così. Al contrario, quando accade, le parole che mi sento pronunciare mi sembrano del tutto inadeguate. Ogni volta immagino che debbano cadere come pietre, e invece si srotolano una dopo l’altra come le tante che pronunciamo dalla cattedra. Come quelle solite.

Conservo però - preziosissimo – il ricordo del silenzio intenso e partecipe con il quale i ragazzi hanno ascoltato, qualche anno fa,Pietro Terracina, superstite di Aushwitz, raccontare la sua storia. Il silenzio più bello che mi abbiano regalato.

Delle immagini mi servo poco. Non credo agli effetti dello sconvolgimento. E in più considero l’atto del mostrarle, quasi un’ ulteriore offesa alle vittime. Come la perpetuazione di quella demolizione del loro essere uomini perseguita nei lager e riconosciuta da Primo Levi come morte prima della morte.

Credo invece – per averlo verificato – che il “considerare che ciò è stato” possa avvenire nei luoghi in cui è stato. Quelli che sono rimasti uguali e quelli che sono diventati altro.




Nei blok di Mauthausen, però, guardavamo, con i ragazzi, fuori dalla finestra, cercando di immaginare con quale sguardo lo facesse chi lì aveva abitato, se è possibile usare questo termine per la non vita che lì dentro si è consumata.

Lo sguardo che fugge dai luoghi dai quali né il corpo né l’anima possono fuggire.

Dicendo "quello che successe allora", i non ebrei danno alla Shoah una collocazione temporale. Gli ebrei, invece, in qualsiasi lingua essi si esprimano, dicono "quello che successe laggiù". Come dire che la dimensione temporale porta a sfumare certamente il ricordo di un evento fino a cancellarlo, mentre un luogo non si cancella, rimane, è lì per sempre, a futura memoria.

Laggiù” e non “allora”, quindi. La meta misteriosa dei treni che partivano all’alba. Dai quali era possibile gettare lo sguardo su quelli che per gli altri, i non destinati, rimanevano i paesaggi ed i luoghi della vita quotidiana, come lo erano stati anche per i viaggiatori che non sarebbero ritornati più.




Tra le testimonianze contenute nel documentario Memoria ce n’è una giocata proprio sullo sguardo: una deportata che ricorda come, dal treno appena partito osservasse le strade, le case, della sua città. Era l’alba ed ancora non c’era nessuno in giro: le vie deserte, i portoni e le finestre chiusi. Tutto già estraneo, lontano, per lei che guardava. Ma non era, la sua, una percezione simbolica dell’addio. Al contrario, era la sottolineatura della diversità, del marchio imposto: perchè tra poche ore quelle porte e quelle finestre si sarebbero aperte, quelle strade riempite della vita di tutti i giorni, mentre la sua veniva cancellata.


Un’altra immagine, vista dai treni, mi torna in mente ed a raccontarla è uno degli intervistati da Lanzmann, nel film/documentario SHOAH. Accadeva quando erano già in Polonia e la meta misteriosa vicina. Accadeva di vedere contadini che interrompevano il loro lavoro, alzavano lo sguardo verso il treno e portavano le dita, di taglio, al collo: un gesto orribile nella sua semplicità, un gesto dal significato chiarissimo. Che, anticipando ciò che laggiù sarebbe accaduto, dimostrava e dimostra ancora oggi che c’era chi sapeva. E quel gesto non aveva lo scopo di mettere sull’avviso o di esprimere dolore e compianto: semplicemente documentava.

Quando i moventi diventano superflui, allora il male diventa banale” (1)

Hanna Arendt ci ha insegnato il concetto di banalità del male, che ci spaventa perché ci avvicina il concetto di male, che così non sembra più mostruoso.

Anche quando lo si definisce “male assoluto” e lo si fa diventare formula per un lavacro.

Mentre, quando accade, ci sfiora o ci sommerge quasi non lo vediamo. Come se solo la distanza mettesse le lenti giuste alla nostra coscienza.

La coscienza di Eichmann era in pace; egli, quindi, secondo Hanna Arendt, possedeva una coscienza come chiunque altro.




Come gli estensori dei documenti burocratici, i compilatori dei moduli e degli elenchi, i verbalizzatori degli avvenimenti quotidiani nei lager.

Una lettura da consigliare, ai revisionisti ed ai negazionisti, quella del Kalendarium: la registrazione, giorno dopo giorno, del funzionamento della gigantesca macchina dello sterminio, sulla base di una mole impressionante di documenti originali, accuratamente vagliati e controllati dalla ricercatrice polacca Danuta Czech, consultabile sul sito Internet dell' ANED Milano

Una lettura che documenta verso dove avvenissero

a) il respingimento degli ebrei dai singoli territori di insediamento del popolo tedesco;

b) il respingimento degli ebrei dallo spazio vitale del popolo tedesco;

come nelle intenzioni ufficialmente dichiarate nella conferenza di Wannsee



Ma la storia attraversa anche i passaggi minimi della vita quotidiana, quelli che, apparentemente, non richiedono “coscienza”.

Ci pensavo, scoprendo, in un documento d’archivio, in un contesto in cui l’appartenenza ad una religione non c’entrava nulla, che il soldato che chiede al commissario prefettizio di aiutarlo ad ottenere una licenza, si dichiara – declinando le proprie generalità - “di religione cattolica”. Facendoci comprendere che considerava normale il fatto che l’appartenenza all’una o all’altra religione potesse diventare il sì o il no, per il quale si moriva.





O, per tornare ai luoghi, ricordando il lindo villaggio di Mauthausen. Misurare la distanza brevissima che lo separava dal lager , non può non farci interrogare su come i suoi abitanti diluissero, nella propria coscienza, lo spettacolo delle file di prigionieri che ogni mattina uscivano per andare a lavorare nelle fabbriche di Lintz.

O osservando come, a Terezin, fossero di nuovo abitare le case che erano state parte integrante di quel lager.

E’ questo che mi fa interrogare sulla funzione della memoria oggi. Che mi fa temere che – nella ritualità - possa svuotarsi di significato, divorando se stessa, come Cronos divorava i propri figli.




Come fare, mi chiedo, perché il racconto di “ciò che implica, come è stato efficacemente rilevato, l’esilio della parola, il suo annichilimento nelle pieghe di un fenomeno storico che lascia, letteralmente, senza parole” superi l’intensità dell’emozione, diventi coscienza estesa che ci faccia individui capaci di riconoscerlo il male che accade oggi intorno a noi e di operare in modo che “non accada mai più”.

Come farla operare, nel presente, la memoria.

Hanna Arendt parte da Eichmann per fondare una nuova morale politica, una morale fondata sul giudizio. E’ il giudizio, cioè una scelta di vita, che non si deve sottrarre alla responsabilità di prendere posizione.

La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto” (2)

Viviamo in tempi in cui questo ci è stato reso possibile da chi il male allora lo seppe guardare e combattere, anche in nome nostro.

A patto però che quella “stanza bianca”, il “cuore del cratere” come dice il personaggio di Grossman non sia una stanza chiusa.


(1) Young-Bruehl Elisabeth, Hannah Arendt: 1906-1975, cit., Arendt a McCarthy, 20 settembre 1963 p.418(In possesso di M. McCarthy)

(2) Hannah Arendt, La vita della mente, Il Mulino, Bologna, 1987






























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