tam tam |  curiosità  |
Le parole che feriscono
Il Mattino - 12-01-2004

Dire il male, non calunniare, è importante, quindi la maldicenza, che è anche garanzia per i cittadini, va istituzionalizzata. È quanto emerso nel corso del primo convegno sull’arte della maldicenza che si è svolto all’Aquila: l’evento ha chiuso la due giorni dedicata alla tradizione, tutta aquilana, della maldicenza, che si celebra da secoli, in occasione della ricorrenza della festa di Sant’Agnese, protettrice dei linguacciuti. Ospite d’onore e protagonista del dibattito, moderato da Bruno Vespa, l’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga che si è professato esponente della maldicenza. Il 21 gennaio circa 90 congreghe celebreranno la festa dei linguacciuti.

La maldicenza? Chiedete a un pettegolo se esiste e vi risponderà: ma no, è un’idea bislacca delle vittime di verità scomode. Come chiedere a un mafioso se esiste la mafia. In realtà, anche quando la calunnia assume la leggerezza del pettegolezzo da salotto rischia di stritolare l’oggetto delle chiacchiere. E, come nelle migliori torture, più la vittima reagisce e si ribella, più inconsapevolmente finisce col mettersi nei guai. Tipica frase: se si agita tanto vuol dire che c’è qualcosa di vero.
Ma è proprio così? Non è un tema da poco visto che se ne parla da secoli nei trattati di teologia e morale non solo cristiana e se ieri a L’Aquila, al Teatro comunale, si sono riuniti per parlare del «Pianeta maldicenza» docenti universitari, politici, giornalisti, antropologi, rappresentanti del mondo cattolico. C’erano Bruno Vespa, che da padrone di casa del salotto mediatico d’Italia di maldicenti e pettegoli ne conosce sin troppi, e il picconatore per eccellenza, Francesco Cossiga, il presidente dell’Accademia della Crusca e il rettore della Pontificia Università di Roma.
Il convegno è nato da un’idea della Confraternita dei devoti di Sant’Agnese, martire cristiana, eletta sin dall’antichità a protettrice dei maldicenti e dei pettegoli. E a L’Aquila ogni mese di gennaio (il 21 si festeggia appunto Sant’Agnese) si riuniscono le ottanta confraternite devote alla giovane donna che subì il martirio per non aver voluto sottostare alle proposte indecorose del figlio di un pretore romano.
Un convegno nato intorno ad un teorema tutto da dimostrare, ossia che la maldicenza resta l’ultima frontiera di chi non ha voce, di chi vuol esprimere il proprio dissenso. Una forma alta di critica sociale e politica, insomma. L’antropologa Daniela Marcheschi della maldicenza ha dato una lettura addirittura sovversiva: «Dire il male significa mettere in evidenza ciò che di negativo esiste in una società, si va contro il potere e l’autorità costituita».
A L'Aquila - spiega il presidente della Confraternita, Tommaso Ceddia - «la maldicenza viene intesa come sano antagonismo e nel suo spirito di valenza sociale, che non ha nulla a che vedere con il pettegolezzo di basso profilo». Insomma, il convegno ha voluto rivalutare quella che per il linguista Tullio De Mauro è solo «l’abitudine a mettere in rilievo colpe e difetti altrui, a divulgare notizie vere o false con malizia e perfidia». Uno sport dai contorni aguzzi, un quadrilatero con gli angoli segnati da invidia, viltà, arrivismo e menzogna.
Ne sanno qualcosa le vittime del mobbing, parola che viene dal latino «mobile vulgus» che significa appunto «movimento di gentaglia». Il «mob», termine inglese, significa conflitto sociale senza capi, fuoco plebeo. Alberoni tempo fa ha scritto che «la maldicenza è anche una forma di lotta all’interno del proprio ambiente di lavoro. Vi sono individui che usano sistematicamente la maldicenza per rallentare o impedire l’ascesa di chi considerano un potenziale concorrente. I più astuti, poi, non denigrano direttamente. Mettono in giro delle voci che però, proprio perché circolano sulla bocca di tutti, vengono prese per vere».
Diversa l’opinione di Francesco Cossiga: «La maldicenza è una critica in chiave sarcastica ma non è mai cattiva. Non è calunnia, o diffamazione. Deve sempre partire dalla verità. Noi sassaresi della maldicenza abbiamo fatto un'arte. Un'arte finissima». D’altra parte sono davvero pochi i «grandi» che non siano stati pettegoli o maldicenti nei confronti dei propri antagonisti. Da Petrolini a Malaparte, da Marinetti a Montanelli non si salva nessuno. Lo si evince anche dalla grafia che si presenta fluida e spigliata (come la loro lingua sciolta), con spazi larghi tra le parole (per l’esagerazione dei fatti), scarsa triplice larghezza (per la superficialità) condita dai ricci della spavalderia (mancanza di senso del rispetto). Parola di grafologo. Un po’ maldicente, naturalmente.


Manuela Piancastelli


discussione chiusa  condividi pdf