breve di cronaca
Quel tempo arricchito
il manifesto - 15-01-2004
Intervista con Clotilde Pontecorvo, docente di psicologia dell'educazione

di Arianna Genova

Nel progetto di riforma del ministro Moratti, il tempo pieno applicato nelle scuole dell'infanzia e nelle elementari pubbliche verrebbe sostituito da un generico «doposcuola». Oltre alla mercificazione delle attività scolastiche in orari aggiuntivi - con aggravamento economico a carico dei genitori - c'è un'altra direzione che non va trascurata ed è quella della moderna pedagogia. Clotilde Pontecorvo, docente di psicologia dell'educazione presso l'università La Sapienza di Roma, è convinta che quella direzione non sia da abbandonare e che invece sia quella giusta e disattesa dalla riforma.


Il tempo pieno non è solo un insieme di ore ma anche un modello pedagogico...

Il tempo pieno è una visione organica della giornata scolastica, che non significa riempirla in qualsiasi modo ma articolarla coerentemente dal punto di vista educativo. I bambini non vanno a scuola per essere custoditi ma tutti i momenti della giornata devono essere qualificati. Nel tempo pieno è centrale l'esigenza del bambino, il rispetto dei suoi ritmi, anche delle sue stanchezze....L'articolazione della giornata deve essere proporzionata ai tempi del suo sviluppo.


Cos'è invece il doposcuola sostenuto dalla Moratti ?

Il doposcuola esisteva prima degli anni 80 come possibilità per i bambini che ne avessero bisogno per più ragioni, ragioni che erano spesso familiari o legate alla indisponibilità dei genitori. Era un servizio che nelle sue intenzioni era buono ma che poi si risolveva in una sorta di «badanteria».


È vero che il doposcuola spezzerebbe l'unitarietà ma anche la cooperazione didattica?

Sì, bisogna però spiegare cosa si intende per cooperazione didattica. Per il pedagogista francese Freinet, che ha avuto molte applicazioni in Italia, soprattutto in piccoli centri, l'idea di cooperazione rappresentava il principio fondante dell'organizzazione delle attività didattiche. La «cooperativa» significava uno scambio di esperienze, competenze ma anche un'auto-formazione per gli insegnanti. La famiglia era inoltre chiamata a una corresponsabilità nell'«impresa scuola» che è un bene comune.


Cosa rende oggi sconsigliabile il ritorno al doposcuola?

Il problema è questo: se l'orario aggiuntivo diventa facoltativo ghettizza chi lo fa. È diverso andare a scuola nelle stesse ore e fare insieme attività non strettamente scolastiche, come possono essere la musica o la ceramica. Il doposcuola in realtà divide il gruppo classe, il tempo pieno è un tempo «arricchito», con più valenze culturali, cosa che altrimenti potrebbero avere soltanto pochi bambini. La perdita del modello educativo è netta. Il doposcuola introduce delle attività solo per distogliere i bambini dallo stare davanti la tv nel pomeriggio. Non bisogna infatti idealizzare la condizione dell'infanzia. La realtà è che il bambino si trova isolato, non ha luoghi pubblici di incontro e nemmeno più al sud esistono le famiglie clan per l'accudimento. Il doposcuola diventa allora un tempo da riempire.

L'idea base del tempo pieno era che andasse nella direzione di uno sviluppo equilibrato del bambino. La riforma non ha capito che con quel modello si volevano rispettare i tanti campi dell'intelligenza che non si manifesta soltanto attraverso la logica ma anche con attività motorie, manipolative, creative, di espressività. Non si va ad aggiungere un corso ad un altro ma si garantisce al bambino uno sviluppo integrato. Gli psicologi parlano di «motivazione alla competenza». Quando ci si accorge di sapere fare una cosa piuttosto che un'altra, si è disposti all'impegno e anche a sopportare piccole frustrazioni. La direzione è quella della multidimensionalità dell'intelligenza. Il tempo pieno è quindi un valore pedagogico in sé.

Alle elementari non si va, come pensano in molti, per imparare soltanto a leggere scrivere. È un errore ed è riduttivo. Si impara guardando il mondo, allargando il campo dell'esperienza.


Infine: l'ingresso anticipato nella scuola dell'obbligo, la figura del «bambino precoce»...

Uno studio della Cgil svolto al sud sulla scuola anticipata ha scoperto che questa precocità la richiedevano le classi sociali più disagiate nel timore che i propri figli ripetessero la loro esperienza negativa. Attraverso mie ricerche, ho scoperto che gli altri paesi si muovono in questo senso a seconda delle loro necessità materiali. In Finlandia la scuola dell'obbligo comincia a sette anni perché i bambini devono essere il più autonomi possibile per camminare sulla neve e il ghiaccio. In Inghilterra, l'età è cinque anni ma si chiama "infant school", si svolge in una struttura familiare e così concepita non corrisponde all'ingresso nelle nostre elementari. Il vero punto da affrontare è un altro e riguarda la continuità educativa tra scuole di infanzia ed elementari. Una scuola d'infanzia che crea buoni rapporti, una capacità di chiedere aiuto agli adulti e insieme una certa autonomia, va sicuramente bene. E mezzo anno in più per essere bambini non è mai troppo.


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