Bari: 28 e29 gennaio 1944
Grazia Perrone - 08-01-2004
Ovvero: cronaca di un Congresso

28 e 29 gennaio 1944: i partiti antifascisti tengono – nel teatro Piccinni di Bari - il primo congresso dei Cln (che poco tempo prima – in una precedente convocazione - il governo, sotto pressione alleata, aveva impedito). Non potendolo impedire nuovamente il governo Badoglio nomina – nella persona del generale Pietro Gazzera - un “sovrintende speciale all’ordine pubblico” il cui unico provvedimento di rilievo è quello di “corredare” il primo Congresso CLN di una imponente cornice di forze di polizia. Italiane e alleate. Il generale Alexander – “proconsole” britannico in Italia - proibisce alle forze alleate di parteciparvi vietando, in una sorta di "censura preventiva"che non fu apprezzata nemmeno in Inghilterra, anche la trasmissione della radiocronaca a dimostrazione che - fin da subito - il controllo o, meglio, il "monopolio dell'informazione" costituisce, in Italia, una priorità.

Radio Bari libera, però, aggirando il "diktat" registra gli interventi piu' salienti dei delegati presenti, come quello di Benedetto Croce, e li passa alla BBC.

Il Paese, dunque, conoscerà gli esiti congressuali da … Radio Londra e la cosa, come sottolinea Monteleone [1], finirà per avere un "lancio mediatico" (diremmo oggi) tale da suscitare interesse non solo in Italia ma … in varie zone del mondo.

Il dibattito – al quale parteciparono 120 delegati provenienti da ogni parte del Paese … anche da quelle occupate dai nazifascisti - si incentra principalmente sulla questione istituzionale e sul futuro assetto politico e sociale del Paese: comunisti, socialisti e azionisti sono dichiaratamente a favore della repubblica, mentre democristiani, e liberali rimangono più possibilisti. Nel documento finale – frutto di un compromesso – si considera (…)”presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana l’abdicazione immediata del Re, principale responsabile delle sciagure del Paese (…)”. Il documento prosegue con la proclamazione del Congresso come (…)”espressione vera e unica della volontà e delle forze della nazione (…)” e si conclude con la richiesta della formulazione di un Governo (…)”con i pieni poteri del momento di eccezione e con la partecipazione di tutti i partiti rappresentati al Congresso (…)”. Per quanto attiene la questione istituzionale si decide, alla fine, soprattutto nell'intento di non spaccare il fronte antifascista e su proposta del CLN di Milano di rinviare la questione istituzionale all’esito di un referendum popolare da effettuarsi alla fine della guerra.

Viene eletta una giunta permanente, comprendente un rappresentante per partito, delegata a occuparsi delle decisioni e delle deliberazioni del Congresso. ll Cln di Milano diventa Cln Alta Italia (Clnai), col compito di guidare e organizzare il movimento di Resistenza nella zona occupata dai fascisti.

Contemporaneamente gli azionisti e i socialisti - come già i comunisti con le Brigate Garibaldi -iniziano ad organizzare i propri reparti partigiani, che si chiameranno rispettivamente Brigate Giustizia e Libertà e Brigate Matteotti.

Alla lotta partigiana parteciperanno anche gli anarchici (molti dei quali appena liberati dal confino di polizia e totalmente assenti al Congresso) con formazioni proprie come il battaglione Lucetti (nella zona di Carrara) e le brigate Bruzzi-Malatesta (Milano).

[1] Cfr. F.Monteleone,"Storia della RAI dagli Alleati alla DC. 1944-1954", ed. Laterza, 1980, pp.42-43.

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 gp    - 10-01-2004
Noi, l’Italia che combatte

FONTE: La Gazzetta del Mezzogiorno-Puglia 10 gennaio 2004

Omaggio di Ciampi a Radio Bari, la prima voce dell’Italia libera: fu laboratorio di idee e contribuì alla rinascita delle istituzioni scrive il Presidente in un a nota inviata in occasione della mostra che si è aperta ieri a Bari.

Riporto uno dei documenti in esposizione pubblicato nel già citato quotidiano.

Una strada diritta e ventosa, via Putignani a Bari. Ogni sera, verso le 11, noi la percorrevamo muti e frettolosi come quando ci si reca ad un appuntamento importante. Nel fondo il portone della Radio gettava sul marciapiede una striscia di luce giallastra. Entravamo e spesso ci accoglieva un motivo di musica leggera. Ufficiali alleati passavano presi nei loro incarichi, qualcuno annunciava: “E’ arrivata l’Italia combatte”. Eravamo imbarazzati di portare questo titolo solenne noi, poveri cristi, stretti nei nostri logori abiti di profughi, le scarpe rotte. In quel vivaio di lingue straniere che ci circolavano attorno era quella la prima mezz’ora concessa alla voce della libera Italia e a volte ci pareva che né la nostra faticosa esistenza, né il fatto di aver traversato le linee e neanche il nostro entusiasmo bastassero a darci il diritto di parlare. Al primo piano la sala di trasmissione era una stanza qualunque foderata di sdruciti tendaggi neri. Eppure là dentro noi ritrovavamo il nostro clima naturale, respiravamo in libertà. Si chiudeva gelosamente la porta al modo di un bastione di frontiera e subito ci sentivamo pronti e scattanti come soldati prima dell’attacco.

E difatti quella era la nostra trincea, da lì combattevamo, seppure una battaglia di parole. Seri, pallidi, comunicavamo tra noi col solo volgere degli occhi. Poi quando, di colpo, udivamo le note dell’Inno di Garibaldi, a tutti il cuore prendeva a battere nel petto senza più ritegno. Rapida di contro a noi la lancetta dell’orologio incominciava a camminare. Mezz’ora, niente di più: come dire un minuto. Un di noi parlava a turno e gli altri lo fissavano controllando quasi il peso, il valore delle sue parole. Davanti a noi stava il microfono, freddo.

Forse, oltre quello, gente stava in ascolto, i patrioti nei rifugi montani, i cittadini, nelle loro case, e tutti rischiavano la vita per ascoltarci. O forse nessuno: le trasmissioni, si sapeva, erano disturbate. Avremmo voluto udire in risposta una voce, una parola.

Temevamo di parlare nel vuoto, inutilmente scoprire i nostri più riposti sentimenti. Parevano sordi e muti. Solo per mezz’ora miracolosamente potevamo entrare nelle case, parlare ai loro orecchi. Mille cose avevamo da dire e la lancetta camminava. Insistente mi veniva alla memoria l’immagine di Emily nella Piccola città che torna per poche ore nel mondo dei vivi e parla e nessuno ode la sua voce. Dopo, uscivamo dall’uditorio un po’ storditi, tutti da quella visita nell’al di là. Gli altri riprendevano a parlarci come prima e noi dovevamo, ancora una volta, traversare una frontiera per raggiungerli. Meglio ci accoglieva il buio ventoso della strada. Non avevamo più in noi quell’ansia che ci sospingeva all’arrivo, ma una lieve euforia ci teneva come quando si torna da un convegno d’amore o da una festa. Nella città deserta i nostri passi echeggiavano alti. Ci staccavamo dal gruppo, a uno a uno, come foglie dall’albero. Stretti nel pensiero della nostra gente, delle nostre case lontane, credevamo quasi ad esse di dirigerci ansiosi.

Ma tra le squallide pareti delle nostre abitazioni, intatta ci aspettava la malinconia della nostra vita da esuli.

Clorinda (Alba De Cespedes)

Mostra: la scheda
L’iniziativa
La mostra è ospitata (dal 9 al 30 gennaio 2004) nella sede dell’Archivio di Stato di Bari, in via Bissolati (tel. 080-5024860). L’orario di visita va dalle 9 alle 18 (dal lunedì al venerdì), dalle 9 alle 13 (il sabato). La mostra sarà replicata a Brindisi e Lecce.
In esposizione
Numeri primi di giornali locali e nazionali che venivano stampati a Bari, i testi trascritti delle trasmissioni di Radio Bari, la prima radio libera che raccontò all’Italia ancora in guerra e all’Europa il trapasso dal fascismo alla libertà.

I curatori
L’iniziativa è stata promossa dall’Ordine dei giornalisti della Puglia e curata dall’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. La mostra è organizzata in collaborazione con la Biblioteca regionale e con la testata regionale della Rai di Puglia e abbraccia il periodo che parte dall’otto settembre 1943 sino a tutto il 1944. L’iniziativa prevede anche una serie di incontri pubblici, a carattere anche formativi, tra i quali segnalo quello previsto per il 12 gennaio p.v. relativo alla promulgazione (e all’applicazione) delle leggi razziali fasciste. Relatore, tra gli altri, il presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti: Lorenzo Del Boca.



 gp    - 11-01-2004
FONTE: Corriere della Sera 11 gennaio 2004

Bari: l’Italia s’è desta malgrado Badoglio e il Re

Il Congresso dei comitati di liberazione fu aperto da Croce 60 anni fa. Riconosciuto in tutto il mondo, venne sabotato da governo e polizia

Radio Londra lo definì “il più importante avvenimento nella politica internazionale italiana dopo la caduta di Mussolini”, mentre Cecil Sprigge, inviato della Reuters, lo considerò “di grande rilievo perché il suo scopo principale sarebbe stato la questione istituzionale”, affrontata per la prima volta in quella occasione e poi “risolta” con il referendum del 2 giugno 1946. Non minore risalto attribuirono all’evento il New York Times, che ne pubblicò la mozione finale e il Times di Londra che ne sottolineò la richiesta secondo cui “Presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l’abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese”. Mentre il presidente americano Franklin Delano Roosvelt, riconoscendone le conclusioni, disse che “gli Stati Uniti sono ora (…) fermamente determinati a lasciare ogni decisione al popolo italiano”.

Eppure, il Congresso dei comitati di liberazione nazionale (Cln) – il primo dell’Europa liberata – che si svolse nel teatro Piccinni di Bari 60 anni fa, il 28 e 29 gennaio 1944 – è un evento quasi assente nelle analisi e nel dibattito storiografico nazionale. Evento che segnò una svolta per le sorti generali dell’Italia e del Mezzogiorno e della Puglia in particolare, fra la caduta del fascismo (25 luglio ’43), la conseguente costituzione del governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio e la crisi (ottobre 1944) del primo gabinetto di Ivanoe Bonomi, in un periodo scandito dall’armistizio con le forze anglo-americane (8 settembre) e dalla fuga a Brindisi di re Vittorio Emanuele III e dei membri dell’esecutivo, oltre che dalla dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre).

Il Congresso Cln confermò Bari quale centro di riferimento della vita politica, editoriale, amministrativa e culturale del Regno del Sud. Fu inaugurato dall’orazione di Benedetto Croce e vi partecipò – tra gli altri – il conte Carlo Sforza, che sarebbe stato ministro degli Esteri con Alcide De gasperi. Al Congresso si giunse superando ostacoli di ogni genere perché, come scritto da Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Ipsaic), “Salvaguardare gli interessi di Casa Savoia e garantire la continuità dello Stato furono i principi ispiratori delle forze monarchico-badogliane nei 45 giorni che separono il 25 luglio dall’otto settembre”, così che “la preoccupazione (…) fu quella di impedire che il popolo e le forze politiche e culturali che si erano opposte alla dittatura potessero assumere il ruolo di protagonisti”.

A suffragare questa tesi, almeno tre circostanze – fra le molte – verificatesi nella stessa città pugliese. La prima fu l’eccidio (20 o 23 morti, una cifra ufficiale ancora non c’è e 36 feriti, fra cui il professor Fabrizio Canfora) di via Niccolò dell’Arca del 28 luglio 1943, da parte dei soldati e degli squadristi: le vittime avrebbero voluto salutare l’uscita dal carcere di Bari di alcuni antifascisti, fra i quali gli intellettuali Tommaso Fiore (che nell’occasione perse il figlio Graziano, appena diciottenne), Guido Calogero, Giulio Butticci, Guido De Ruggiero, Giuseppe Laterza (direttore dell’omonima libreria) e del giudice Michele Cifarelli .

Quest’ultimo, segretario del Cln barese, insieme a Vincenzo Calace – rientrato a sua volta da una decennale persecuzione fascista, vissuta tra carcere e confino – fu tra coloro che più si adoperarono per organizzare il Congresso e per affermarne l’importanza e l’obiettivo di promuovere la mobilitazione dal basso contro l’azione antidemocratica dei prefetti e del governo. Il secondo episodio confermò l’ostilità badogliana alle nuove forze democratiche fu il rifiuto dello stesso capo dell’esecutivo all’offerta degli antifascisti baresi di partecipare alla battaglia per la difesa della città del 9 settembre, quando il generale Nicola Bellomo e gli abitanti del borgo antico combatterono i tedeschi obbligandoli ad abbandonare il porto e a ripiegare verso Nord. Il terzo riguarda Radio Bari, “l’unica voce libera dell’Italia”, la cui sede di via Putignani, dopo l’otto settembre, venne piantonata dalle forze di polizia per non farvi accedere gli esponenti del Partito d’Azione, fra i quali il già citato Cifarelli. Divieto rimosso dal maggiore inglese Jan Greenlees (VIII Armata), che aveva ricevuto l’incarico di utilizzarla nella propaganda antitedesca.

L’ostruzionismo fu anche evidente nel tentativo di cancellare il Congresso dei Cln, che si sarebbe dovuto svolgere a Napoli il 20 dicembre ’43. Ma insuperabile fu il veto degli Alleati – “ispirati” dal governo Badoglio – e soprattutto del primo ministro inglese, Winston Churchill, che non volle mettere in pericolo “il contraente l’armistizio” e disse “Napoli – sede della V Armata britannica – è troppo vicina al fronte di Cassino”. Le proteste generali dei Cln e, in particolare di Croce, Sforza, e Cifarelli, strapparono la concessione del permesso per una seconda convocazione del Congresso a Bari, il 28 gennaio ’44. i problemi non erano però finiti. Badoglio, infatti, servendosi del prefetto di Bari, fece pubblicare sulla Gazzetta del Mezzogiorno - l’unico quotidiano nazionale a non aver mai interrotto le pubblicazioni – del 25 gennaio un’ordinanza con cui si vietava, a causa di una “incipiente” (e mai verificatasi) epidemia di tifo “l’ingresso in città ai viaggiatori provenienti da Napoli e sprovvisti di certificato medico”. Divieto poi annullato dagli alleati.

Così a Bari poterno riunirsi i maggiori esponenti sindacali, come quelli della Confederazione generale del lavoro (Cgl), ricostituitasi grazie all’appoggio del Cln barese, e dai gruppi politici antifascisti: da quelli del Partito d’Azione, composto dalle correnti liberal-socialista (Fiore, Calogero, Cifarelli, Domenico Loizzi, Aldo Capitini) e di Giustizia e Libertà (Calace), ai comunisti, che raccolsero adesioni tra gli operai, raggiungendo i 12mila iscritti in pochi mesi; dai socialisti italiani di unità proletaria (Psiup) ai liberali di Benedetto Croce (Laterza), senza dimenticare i demoliberali, schierati su posizioni filomonarchiche, e la Democrazia Cristiana, per la quale era già attivo un giovane di origine salentina Aldo Moro, e nel cui ambito si distinse Natale Lojacono, futuro sindaco di Bari. Il Congresso del gennaio 1944, come scritto da Cifarelli: “Assolse la decisiva funzione di convogliare le energie politiche più sane e moderne verso la soluzione pacifica della questione istituzionale”, legittimando la propria presenza sul piano interno e internazionale. Senza dimenticare che “la Puglia, pur se esclusa geograficamente dalla Resistenza partigiana (..) non rimase inerte di fronte alla tragica situazione prodottasi con il crollo dello stato fascista”.

Un merito storico. Non ancora riconosciuto.

Massimiliano Ancona