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Processare il nemico
Alberto Biuso - 05-01-2003

Un confronto tra Norimberga e l'Iraq, utile per capire gli aspetti anche giuridici di quanto sta accadendo.


Danilo Zolo (Università di Firenze)
sul Manifesto del 24 dicembre 2003




Il significato profondo dei Tribunali militari di Norimberga e di Tokyo, istituiti dalle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale contro i criminali di guerra tedeschi e giapponesi, non fu quello di “fare giustizia”. Fare giustizia significa tentare di interrompere la sequenza politica della divisione, dell'odio e dello spargimento del sangue per decostruire il conflitto e tentare di esorcizzarlo attraverso l'uso di mezzi giudiziari. La giustizia, in questo senso, si oppone alla faziosità della politica perché è la ricerca di uno spazio di imparzialità, è il ricorso a principi giuridici capaci di dirimere e neutralizzare il conflitto.

Se la metafora della politica è la spada, quella della giustizia è la bilancia. Per questo c'è chi ritiene che l'istituzione di tribunali speciali a conclusione di una guerra - internazionale o civile - può essere il primo passo verso la pace, non diversamente dalla amnistia, classico strumento di pacificazione della memoria collettiva e di inibizione della vendetta generalizzata.

I processi internazionali di Norimberga e di Tokyo - è stato il massimo giurista del secolo scorso a sostenerlo, Hans Kelsen - hanno stravolto l'idea di giustizia, annullandone ogni distinzione rispetto alla politica e alla guerra. Sono stati una resa dei conti, il regolamento delle pendenze, la vendetta dei vincitori sui vinti. E' stata una parodia giudiziaria con una letale valenza simbolica.

Essere sconfìtti e uccisi in guerra è cosa normale e persino onorevole. Ma essere giustiziati dopo essere stati sottoposti alla giurisdizione del nemico è una sconfitta irreparabile, è la degradazione estrema della propria dignità e identità.

Hediey Bull, Bert Róling e Hannah Arendt hanno condiviso questo rifiuto della “giustiza politica” e della sua manichea contrapposizione della moralità dei vincitori alla malvagità degli sconfitti.

Oggi gli Stati Uniti, potenza occupante dei territori dello stato iracheno, stanno allestendo un processo contro Saddam Hussein, che nel frattempo tengono prigioniero, esibiscono come una vittima sacrificale e sottopongono a pesantissimi interrogatori, in flagrante violazione di una serie di Convenzioni internazionali, a cominciare da quelle di Ginevra del 1949.

Di più, per bocca del loro presidente Bush, fervido sostenitore della pena di morte, raccomandano l'applicazione della “pena estrema” contro il dittatore. Ritorna dunque lo spettro di Norimberga - al quale non pochi osservatori occidentali si richiamano come a un modello da imitare - e ritorna la logica della stigmatizzazione, della vendetta e del sopruso. In questo caso il sopruso è di proporzioni conclamate.

Gli Stati Uniti, con la complicità della Gran Bretagna e di altri paesi occidentali, inclusa l'Italia, occupano militarmente l'Iraq in palese violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale generale. Alla luce del diritto, gli occupanti meriterebbero sanzioni severissime e tuttavia accade esattamente il contrario. Sono gli aggressori a erigersi a giudici degli aggrediti in nome di valori universali - la libertà, la democrazia, il rispetto della vita - che essi hanno sistematicamente calpestato. E si richiamano al diritto nonostante il loro rifiuto di sottomettersi alla giurisdizione della Corte penale internazionale che è stata istituita proprio a difesa di questi valori.

Per opera del “proconsole” Paul Bremer e con la complicità dell’Iraqi Governing Council, da essi istituito, gli Stati Uniti hanno frettolosamente addestrato un certo numero di giudici iracheni che dovrebbero dar vita ad un Tribunale speciale, composto di cinque membri, incaricato di giudicare Saddam Hussein e altri esponenti del suo regime.

Si tratta di una procedura illegale per una lunga serie di ragioni: perché gli Stati Uniti detengono illegalmente Saddam Hussein, perché il Governing Council è privo di ogni legittimità politica, sia intemazionale che interna, perché l'istituzione di un tribunale speciale per volontà delle forze occupanti è illegale, perché il tribunale non offrirebbe le minime garanzie di autonomia nei confronti della potenza occupante e di imparzialità verso l'accusato, e infine perché, rebus sic stantibus, mancano le norme di diritto positivo iracheno sulla base delle quali giudicare i crimini dell'ex-dittatore.

L'anomia giuridica e il vuoto di potere legittimo provocati dalla guerra sono tali che il processo finirebbe in una teatralizzazione propagandistica con il solo scopo di coprire i misfatti dei vincitori, di disumanizzare l'immagine del nemico e di legittimare nei suoi confronti, in quanto nemico dell'umanità, comportamenti ostili sino all'estrema disumanità.

Un'esigenza minima di legalità internazionale esigerebbe l'immediata consegna di Saddam Hussein a una autorità intemazionale neutrale, sotto l'egida delle Nazioni Unite, e la sua custodia in condizioni di dignitosa detenzione preventiva.

Al momento opportuno potrebbe essere decisa la sua consegna alle autorità irachene che la richiedano, a condizione che queste autorità siano del tutto emancipate dalla occupazione straniera e siano democraticamente sostenute dalla maggioranza della popolazione. E a condizione che, nel caso che l'ex dittatore venga sottoposto a processo, sia esclusa la sanzione capitale, una sanzione che i tre Tribunali intemazionali penali oggi operanti hanno abolito. L'assassinio rituale di Saddan Hussein offrirebbe un contributo non alla pacificazione dell'Iraq, ma alla causa dell'odio e del terrore.



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