Il vento del Nord
Grazia Perrone - 06-01-2004
Spesso mi chiedo quanti siano gli eroi “dimenticati” della Resistenza. Dispersi o ignorati dalla “memoria” ufficiale e dalla retorica di partito. E mi chiedo, anche, perché tale ingiusto oblio tolga completamente di mezzo così tanti e significativi personaggi che hanno lottato, per tutta la vita, per affermare principi di egualitarismo libertario spesso a costo di grandi sacrifici personali e della vita stessa.

Nel chiedermelo la mia mente si “arma” del pervicace desiderio di “riportare alla luce” – tramite letture e ricerche bibliografiche – tutti quei soggetti scomparsi, cancellati, rimossi dalla storiografia ufficiale.


Una di queste figure è rappresentata da Ettore Zambonini il quale pagò con la vita la volontà di radicale cambiamento sociale e politico rappresentato dalla Resistenza e che Pietro Nenni definì … vento del Nord contrapponendolo – con bella metafora – allo scirocco (non meteorologico ma … politico e sociale) meridionale in generale e romano in particolare.

Nato il 28 aprile 1893 a Secchio – una frazione di Villa Minozzo (RE) – aderì subito all’ala radicale del movimento sindacale rappresentata dall’Unione Sindacale Italiana di ispirazione anarco-sindacalista. Cosa che lo costrinse – con l’accentuarsi della repressione fascista – ad espatriare dapprima in Francia e, poi, in Belgio.

Nel ’36 – dopo il golpe di Franco – è tra i primi ad accorrere in difesa della democrazia spagnola minacciata dal, contrapposto, totalitarismo (fascista e stalinista) combattendo nella “Colonna Ascaso”.

Partecipò – rimanendo gravemente ferito - ai combattimenti di Barcellona del maggio ’37 che contrapposero i socialisti rivoluzionari agli stalinisti. Dopo la sconfitta militare e la caduta di Barcellona riparò in Francia e fu internato nel campo di Argeles sur Mer dal quale fu estradato in Italia subito dopo la disfatta militare francese e l’insediamento del Governo collaborazionista di Petain.

Condannato dal Tribunale speciale a cinque anni fu confinato nella nota “località turistica” di Ventotene dove vi rimase anche dopo il 25 luglio 1943. Di più. Insieme ad altri “irriducibili” fu trasferito nel campo di internamento di Renicci d’Anghiari dove rimase fino al 4 dicembre: data in cui fu, finalmente, scarcerato.

La sua libertà fu effimera: durò meno di due mesi.

Fin da subito si impegnò nel tessere una fitta rete di incontri finalizzati alla preparazione della lotta armata al nazifascismo. In questo contesto fu nominato – con il consenso del PCI piacentino – comandante della formazione di Cervarolo.

Non ebbe il tempo di partecipare ad alcuna azione armata o, perlomeno, non ve n’è traccia. Catturato dai repubblichini il 22 gennaio 1944 fu condotto a Reggio Emilia e fucilato – all’alba del 30 gennaio – nel poligono di tiro di S. Prospero Strinati.

Con lui altri 8 compagni ed un sacerdote: don Pasquino Borghi.

Prima di morire aveva confessato a tutti coloro i quali lo avevano avvicinato che – nella sua vita – aveva avuto il privilegio di “visitare” tutte le galere d’Europa.

Ma mai per aver rubato: solo per le sue idee.


Cfr. Antonio Zambonelli – Vita, battaglie e morte di Enrico Zambonini.



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 patrizia minella    - 11-01-2004
a Sesto San Giovanni tante vie ricordano i nomi di questi "piccoli maestri" di coraggio e di coerenza. Anche un liceo che si intitola a Giulio Casiraghi.