Ferite
Ilaria Ricciotti - 08-01-2004
Parlare delle propie sofferenze, non vuol dire essere deboli.
Tutt'altro, quando se ne parla significa che si ha il coraggio di analizzarle, di ammettere la propia impotenza, ma anche di avere la voglia di poterle superare con coraggio. Rendere partecipi gli altri delle proprie sofferenze non significa provocare in loro un effetto alone sulla sofferenza, ma semmai comunicare i propri strumenti di lettura su di essa, mettere in discussione se stessi, entrandone pienamente nel suo merito , affinchè spunti l'aurora. Parlare delle proprie ferite, quindi non è soltanto una richiesta di aiuto, ma un'ammissione onesta dei propri limiti interiori, dei propri lampi a ciel sereno che possono inizialmente scuoterci, per farci poi provare forti emozioni.
Anche le nostre o altrui storie negative sono tutte importanti, se vogliamo crescere e non rimanere dei fondamentalisti della nostra esistenza: la soffferenza ha genere, numero ed una sua conotazione che può essere o è importante che sia condivisa.
Soltanto coloro che soffrono intensamente, poi gioiscono per un nonnulla, si rinnovano e crescono.Per questo si deve andare a fondo dei propri sentimenti, delle proprie idee, della propria esistenza.
Non si può rimanere ai bordi con il viso rivolto verso quel buco nero della nostra interiorità, limitandoci a guardare i nostri crateri effusivi.
In questo scenario gli altri, tutti gli altri, piccoli e grandi che siano hanno la loro grande ed insostituibile importanza, perchè si cresce e si condivide insieme quelli che certi uomini vogliono mascherare o nascondere: i propri sentimenti e le proprie emozioni. Amare, soffrire, lottare, ricominciare vuol dire che si è vivi.
La purezza interiore non richiede indugi e la passione per qualcosa non si può regolarizzare, in quanto fermarsi significa perdersi e non ricominciare più il cammino.
Spero che qualcuno mi dia una risposta condivisa o no e che non abbia fatto alle 2 di notte un soliloquio con me stessa.

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 Giuseppe Aragno    - 08-01-2004
E' vero, Ilaria, è verissimo ciò che scrivi, con la consueta semplicità e umanità. L'ammissione di un limite, quale che esso sia, presuppone coraggio ed onestà intellettuale: merce rara, ricchezza infinita.
No, per quanto mi riguarda, non hai fatto le due solo per fare un soliloquio. Anche i silenzi hanno una loro voce.

 Michele Sorbara    - 10-01-2004
I soliloqui smettono d’essere tali nello stesso istante in cui sono esternati ad altri. Solitamente si fanno perché nella propria momentanea solitudine, voluta o forzata che sia, si esplora con sentimento gli accadimenti. Bisogna stare attenti però a chi si esternano questi soliloqui, perché non sempre, lo dico per esperienza, le persone sono affidabili. Molto spesso vogliono leggere, ascoltare, apprendere solo cose che fanno loro piacere. Per esempio, se in una discussione impostata su dati di fatto, si interviene a bacchettare chi sostiene un qualcosa che va contro la sua stessa appartenenza, sia essa familiare, religiosa o politica, allora si è considerati ribelli o come sono stato additato, siamo stati additati una volta, ricordi Ilaria, “Talebano”. Accettare le critiche dovrebbe essere una prerogativa di chi si propone sotto vari aspetti di cavalcare l’onda, chi vuole far parte di un certo mondo (ma in realtà quale?). Essere veramente democratici non e da tutti, non si diventa. Sai che la penso come te e che anche io faccio i miei soliloqui. Sono iscritto a varie liste ma da quando ho capito che le persone vogliono essere ascoltate (lette) ma non vogliono ascoltare (leggere) gli altri, intervengo raramente. Lo faccio oggi, perché so che tu soffri sinceramente di certi atteggiamenti. S che sei una donna sensibile e generosa, vorresti renderti utile, metterti a disposizione degli altri ma senza perdere la tua genuinità e schiettezza nel dire “pane al pane e vino al vino”. Chi a mio parere, giudica senza averne titolo (etico), chi può e chi non può dire o scrivere le proprie opinioni, non valgono un pezzettino delle tue unghie. Più volte ho avuto modo di dirti come vedo il mondo e ogni volta tu hai ribadito con la tua fiducia nel prossimo, ma ogni volta è successo qualcosa che mi ha dato l’opportunità di farti notare che avevo ragione.

Raccontare le proprie sofferenze ad altri richiede non solo coraggio, ma anche conoscenza di se stessi. Io ho sempre pensato che i grandi poeti hanno saputo dare il massimo proprio per le loro stesse sofferenze. Quando l’anima soffre aumenta poi la consapevolezza dell’esistenza degli altri e la considerazione verso le altrui sofferenze, almeno cosi dovrebbe essere. La crescita dell’anima è palpabile dopo una sofferenza, veramente si assiste ad un cambiamento in meglio della persona nel suo insieme. Quanta gente con il proprio modo di fare, con il proprio egoismo non si accorge o finge di non accorgersi, di provocare sofferenze ad altri. Senza entrare nel mondo delle grandi sofferenze, provocate da dittatori e multinazionali ad interi popoli, assassini e truffatori a persone indifese, mi limito solo ad indicare quelle provocate per presa di posizione da chi pensa di contare ma in definitiva è una persona nell’ingranaggio. Una delle tante, magari per attaccare una persona per pregiudizio o per non allineamento ad una certa linea guida. Ci sono tanti tipi di sofferenza ma quella che da più fastidio è quella provocata gratuitamente. Ecco che nascono i soliloquio, ma credimi Ilaria non sei sola e non lo resterai. Chi ti conosce sa quanto sei sensibile, e so che preferisci il caffè amaro ad un cucchiaio di miele, resta così, non cambiare, i presuntuosi, prima o poi cadono e si fanno male. Ci saranno nuove sofferenze