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Finzione o realtà
Anna Pizzuti - 05-01-2004
Stanno diventando quasi un’ossessione. Gli anniversari. Quelli pesanti dei cinquanta, dei sessanta anni. Quelli che cerchi quasi, perché sconvolto dal presente e quelli che ti impongono o che si impongono da soli.

Non so a quale di queste categorie appartengano i cinquanta anni di televisione. Anche perché rappresentano i cinquanta anni dell’oggetto, dell’elettrodomestico (quello che Edoardo - o era Totò non ricordo bene – si rifiutava di "accendere") e non la data di inizio di una esperienza comune. O dal significato univoco.

E’ ancora, la TV il primo dei mass media e, in quanto tale, oggetto di consumo di massa.

Ma se si tratta di raccontarla in relazione alla propria vita, diventa uno specchio di ciascuno di noi, di quel tanto di originale, di unico che crediamo, cerchiamo di essere e rimanere. O che siamo stati.

Ho ricordi paleotelevisivi. Delle strade percorse di notte, con qualsiasi tempo, per raggiungere l’unico apparecchio del paese, per guardare Lascia o raddoppia. Ma non è a quel buio e freddo della strada, a quella luce grigia e a quelle voci lontane che penso scrivendo.

Sto pensando invece all’esperienza più forte: la scoperta dell’ambiguità, della sovrapposizione di finzione e di verità, che debbo proprio alla televisone, più che alla lettura di Pirandello o, più profondamente e dolorosamente, alle lezioni della vita.

Passato qualche anno, la tv era anche in casa nostra.
Molto dosata, molto vigilata per noi ragazzi. Che venivamo mandati a letto non appena iniziavano le trasmissioni serali.

Anche quella sera, nonostante le solite proteste.

Eravamo quasi addormentati, ormai, mio fratello ed io, quando la porta della stanza si è aperta ed è accaduto l’inimmaginabile: mio padre veniva a chiamarci, perché voleva che anche noi fossimo partecipi di un avvenimento eccezionale.

Faceva parte dei suoi sistemi educativi: normalmente tradizionali e protettivi, ma quando riteneva che qualcosa fosse utile alla nostra crescita, non stava lì a sottilizzare.

Non è stato facile capire, all’inizio. La tv, quella sera, trasmetteva un dramma , ma quello che vedevo sullo schermo era veramente strano: il protagonista non parlava con gli altri attori in costume come lui; la recita sembrava interrotta. Parlava con una signora del pubblico, da uomo, sembrava, non da attore. Ed urlava, urlavano: di bambini che l’uno teneva per sé, che negava all’altra, o viceversa.

Tante scoperte in un momento: che padri e madri fossero due entità diverse, disgiungibili, che i bambini fossero oggetto di contesa. E che la tv potesse mandare in onda la vita, quella che, all’epoca, veniva nascosta sotto cumuli di ipocrisia e di perbenismo. Qualcosa di talmente inconcepibile da non far rendere conto ai miei genitori quanto l’argomento potesse turbarci.

Ho saputo poi – si parlava di questo avvenimento televisivo ancora anni dopo – che anche quella che ci era sembrata realtà era finzione, che tutto era stato organizzato e che anche la signora del pubblico era una attrice.

Una rivisitazione, non so quanto valida dal punto di vista letterario o artistico di Pirandello, ma sicuramente non una anticipazione della spazzatura odierna che viene spacciata per verità.

Una ricerca, credo, da parte di qualcuno che aveva già intuito le potenzialità eversive di quel mezzo.

Per quanto riguarda me l’inizio delle infinite domande su ciò che la verità è, se è.

Per quanto riguarda la festeggiata, la televisione, l’archetipo – dimenticato ormai – di tutto il gioco di riflessi e controriflessi di ciò che esiste perché è realtà, di ciò che esiste perché è finzione, di ciò che è vero perché è vero o perché lo ha detto la televisione.



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