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Dossier Rom
Cultur-e - 19-12-2003

Carovane virtuali che percorrono i sentieri del Web. Ruote in perenne movimento come il simbolo che compare sulla bandiera rom. Issata per la prima volta a Bucarest nell’ottobre del 1933, presentata nel 1971 al primo convegno mondiale dei Rom a Londra e oggi riconosciuta da tutti i gruppi, mostra la ruota rossa di un carro, con i sedici raggi che alludono alla molteplicità delle genti nomadi, tra i colori del cielo e della terra. Un simbolo nato prima di Internet, ma che potrebbe benissimo rappresentare anche il mondo dei Rom sul Web: una Rete nella Rete, in continuo movimento. Silenziosa e sinuosa, fatta di mille voci che si sfiorano ma non si incontrano mai, che parlano la stessa lingua ma non comunicano, che descrivono lo stesso viaggio ma prendono sempre direzioni diverse. Una Rete che vuole restare aperta, smagliata, senza nodi.

Nomadi o reietti?

Qualcuno li ha soprannominati "figli del vento". Perché fanno parte di un popolo ma non si sono mai stretti nei confini di uno stato, perché sanno essere abili commercianti ma non hanno mai battuto moneta, perché hanno tramandato le loro tradizioni nei secoli senza mai affidarle a pagine scritte. La loro è una storia riferita da altri, certe volte leggendaria, romantica e misteriosa, altre risolta nelle parole sporcizia, elemosina, furto.


Eppure qualcosa è cambiato, o sta cambiando. Oggi i Rom iniziano a raccontare al mondo le loro radici, le loro speranze, le loro battaglie. E lo fanno aggiungendo alla memoria orale i server di Internet, ai raduni intorno al fuoco le chat e i forum. Ci sono zingari che si collegano ad Internet e si aprono ai gagè (così i Rom chiamano i non zingari), fotografano e “fermano” nella Rete globale pezzi della propria storia di viandanti.
Sono partiti dall’India intorno all’anno Mille e hanno iniziato la loro marcia plurisecolare attraverso l’Europa: ne parlano le cronache francesi nel 1419, le spagnole nel 1447, le inglesi agli inizi del ‘500. La pelle olivastra, i vestiti sgargianti, lo stile di vita stravagante li rendono da subito “diversi”, pericolosi agli occhi dei più. La loro è una storia costellata di espulsioni, divieti e rifiuti: dalla prima deportazione nelle colonie portoghesi di Capo Verde e del Brasile nel '600 allo sterminio nei lager nazisti.
Gitani, dunque nomadi. Ma quanto è sottile il discrimine tra un nomadismo per scelta e la fuga senza tregua di un popolo di reietti?

Sempre in cammino

Sono centinaia i siti Web che raccontano le tradizioni dei Rom ed affermano la loro identità storico-culturale: dalla Scandinavia alla Spagna, dall’Italia all’Ungheria, dall’India agli Stati Uniti, passando per Canada, Nord Africa e Australia.
Quasi in ogni punto del pianeta c’è un’associazione che si occupa del mondo gitano, narra le sue leggende, rivendica i suoi diritti. In rappresentanza di circa 30 milioni di anime, di cui oltre la metà nella sola Europa. Basti ricordare, tra i gruppi più impegnati, l'European Roman Rights Center, l’Union Romani, il Patrin Web Journal e, negli Stati Uniti, la comunità riunita attorno alla God’s Gypsy Christian Church.
Spesso sono organizzazioni gestite insieme a gagè, volontari, operatori sociali o studiosi, ma comunque attente a non deformare il punto di vista zingaro, a raccogliere e registrare, per quanto possibile, le parole, i pensieri, le aspettative di uomini e donne di sangue rom.
Poi ci sono le pagine realizzate dai singoli: tesi di laurea e studi antropologici che spiegano la vita e la cultura, gli stereotipi e i pregiudizi attribuiti da sempre agli zingari, raccolte di poesie, proverbi e cronache che raccontano le esistenze di famiglie in cammino da generazioni.
Abbiamo chiamato questo dossier “Rom”, ma avremmo potuto anche scrivere “Gypsie”, “Gitani”, “Zingari”, “Tzigani”. Lo abbiamo fatto di proposito perché, in romaní, rom significa "uomo libero". Per gli antichi figli del vento, nonostante tutto, il vento continua a soffiare. Nella vita come sul Web.

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