breve di cronaca
Parigi spoglia le religioni
Il Manifesto - 19-12-2003


Chirac annuncia le leggi a difesa della laicità: a scuola saranno vietati abiti o segni che dimostrino l'appartenenza religiosa, negli ospedali non si potrà rifiutare le cure di medici dell'altro sesso. Kippur e Aid-el-Kebir non saranno festività


ANNA MARIA MERLO
PARIGI

Due leggi per difendere la laicità, cioè la neutralità, «una delle grandi conquiste della repubblica» - una per la scuola, l'altra per gli ospedali - e per ribadire che «il grado di civiltà di una società si misura prima di tutto sul posto che vi occupano le donne». Un Osservatorio per l'integrazione, un'autorità indipendente insediata all'inizio del prossimo anno per lottare contro ogni forma di discriminazione. Jacques Chirac, in un discorso solenne di 35 minuti pronunciato ieri pomeriggio nei saloni dell'Eliseo di fronte a 400 invitati, ha tratto le conclusioni di una lunga polemica, sulla base delle conclusioni della Commissione sull'applicazione della laicità, presieduta da Bernard Stasi: «La scuola pubblica resterà laica» ha affermato Chirac e ci sarà una legge, che dovrà già essere in vigore per il prossimo anno scolastico, che proibirà con chiarezza «abiti o segni che manifestano in modo apparente l'appartenenza religiosa». E ha specificato che segni apparenti «significano quei segni che portano a farsi notare e riconoscere immediatamente attraverso l'appartenenza religiosa»: si tratta del «velo islamico, qualunque sia il nome che gli viene dato, la kippa o una croce di dimensioni manifestamente eccessive» che «non hanno posto all'interno delle scuole pubbliche». Invece, «i segni discreti, per esempio una croce, una stella di David o una mano di Fatima resteranno naturalmente possibili». Un'altra legge riguarderà gli ospedali, dove con sorpresa la commissione Stasi ha rilevato numerosi esempi di discriminazione, che mettono a rischio la vita delle persone: «Nulla può giustificare che un paziente, per principio, rifiuti di farsi curare da un medico dell'altro sesso. Bisognerà che una legge venga a consacrare questa regola per tutti i malati che si rivolgono al servizio pubblico».

Chirac non ha invece accettato la proposta, fatta dalla Commissione Stasi, di introdurre due nuovi giorni di vacanza nel calendario scolastico, in occasione del Kippur e dell'Aid-el-Kebir. Ci sono già troppe vacanze, ha spiegato, questo «creerebbe pesanti difficoltà ai genitori che lavorano in quei giorni». Invece, «come è già negli usi, nessun allievo dovrà scusarsi per un'assenza giustificata da una grande festa religiosa, come quella del Kippur o dell'Aid-el-Kabir, a condizione che l'istituto ne sia stato preventivamente informato». In quei giorni, l'Educazione nazionale darà istruzione agli insegnanti di non organizzare "compiti in classe importanti o esami».

Chirac ha legato strettamente la necessità delle due leggi, per ribadire di fatto quello che già esiste (c'è una circolare che precisa la proibizione di «segni ostentatori», ma che ha dato adito a interpretazioni diverse), con la questione femminile: Chirac si è dichiarato «vigilante e intransigente di fronte alle minacce di un ritorno indietro» sui diritti delle donne - la questione del velo riguarda prima di tutto questo aspetto - in una società, ha ammesso il presidente, «che ha ancora molti progressi da fare» su questo fronte. Ha promesso che si impegnerà personalmente nelle prossime settimane a favore «dell'eguaglianza professionale tra donne e uomini». «Lo proclamo molto solennemente - ha detto - La repubblica si opporrà a tutto ciò che separa, a tutto ciò che pone barriere, a tutto ciò che esclude. La regola è la società mista». E ci vogliono «regole elementari per il vivere assieme». Gli imprenditori saranno autorizzati a decidere ciò che è lecito nel vestiario «per ragioni di sicurezza o di contatto con il pubblico».

Chirac, viste le polemiche dei religiosi - che ieri hanno criticato in coro l'intervento presidenziale - ha spiegato che una legge per la scuola non significa stigmatizzare nessuno. Ha proposto, come suggerito dalla Commissione Stasi, di «sviluppare l'insegnamento del fatto religioso» a scuola (che non significa l'ora di religione, ma un corso fatto dai professori di storia), per favorire «la reciproca comprensione». L'Osservatorio sull'integrazione, per lottare contro «le discriminazioni di cui sono vittime i giovani di famiglia immigrata» dovrebbe permettere di lottare contro questa piaga.

Reazioni molto favorevoli

Il 68% dei francesi, in un sondaggio pubblicato ieri, è favorevole a una legge. Le reazioni al discorso di Chirac sono generalmente favorevoli. Alcuni, tra cui per esempio l'ex ministro Jack Lang, trovano che Chirac non sia andato abbastanza lontano («cosa significa apparente? Dov'è la frontiera?»). Altri, che sono ostili alle legge, come per esempio il portavoce dei Verdi Gilles Lemaire, hanno insistito sul fatto che «è una legge di circostanza, che stigmatizza i musulmani, che esacerberà i problemi invece di risolverli». Per Marie George Buffet, segretaria del Pcf, non c'è sufficiente impegno per combattere l'origine del comunitarismo, a cominciare dalla discriminazione sul lavoro, ma la definizione del vivere assieme nella laicità (neutralità) la soddisfa. Le prime reazioni da parte dei religiosi musulmani vanno da Dalil Boubakeur, rettore della Moschea di Parigi, che era contrario alla legge, che ha comunque affermato che «i musulmani si conformeranno alla legge» al mufti' di Marsiglia, che era favorevole alle legge e che afferma che finalmente i musulmani potranno sentirsi «trattati come gli altri». «Ritengo che la maggioranza della comunità islamica la pensi come me», ha aggiunto. E un sondaggio dice che il 53% dei musulmani di Francia sono favorevoli alla legge. Boubakeur, che è presidente del Consiglio francese del culto musulmano, ha lanciato un appello alla «saggezza, alla calma e alla serenità».

Il gran rabbino di Francia, Joseph Sitruk, si dice «globalmente molto soddisfatto» e sottolinea che Chirac ha affermato «delle verità di primaria importanza» sulla convivenza: «Abbiamo capito che non bisogna confondere laicità e laicismo». Anche i vescovi cattolici sono contenti. Per Stanislas Lalanne, segretario generale dell'episcopato, «la concezione che ha evocato della laicità appare una laicità di dialogo, aperta e non di battaglia». Anche Fadela Amara, presidente dell'associazione di ragazze di banlieue Ni putes ni soumises è «soddisfatta». Il presidente «ha riassunto i valori e i principi che esistono da molto tempo - ha detto - Li ha riaffermati con forza». Il primo ministro, Jean-Pierre Rarrafin ha promesso che «farà in fretta» a legiferare. Estremamente critica, invece, Marine Le Pen (la figlia di Jean-Marie Le Pen e probabile nuovo leader dell'estrema destra): lo stato è debole, ha detto, se no non avrebbe avuto bisogno di legiferare.

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 Gianni Mereghetti    - 20-12-2003
Strano concetto di laicità quello francese se arrivasse a promulgare per davvero una legge che proibisca l'ostentazione di simboli religiosi nelle scuole pubbliche.
Ma forse non è strano in Francia identificare laicità con uguaglianza, ne è purtroppo stato un tragico esempio il Terrore Rivoluzionario dove in nome del popolo sono state livellate tante teste.
La tradizione italiana invece va in un'altra direzione perchè ha sempre legato laicità con libertà: è infatti laico non colui che riduce tutto ad un minimo comune determinatore, ma chi vive, dialoga e costruisce con persone dalle diverse identità e non teme che lo manifestino, anzi!
E' veramente laico chi promuove e difende la libertà dell'altro di essere se stesso, e di esserlo non solo nella sua coscienza, ma pubblicamente.
C'è da augurarsi che non abbiamo ad imparare dalla Francia, anche perchè se per essere europei dobbiamo essere tutti uguali, allora meglio non esserlo!

 Emanuela Cerutti    - 20-12-2003
C'è una frase del Vangelo che dice: "I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità".
E questo è il "dentro".
Poi c'è il "fuori": le storie degli altri, altri linguaggi, altri immaginari. Sempre molto difficile entrarci, e sempre molto facile dare agli avvenimenti un'inquadratura monocromatica.

Questa è un'altra versione dei fatti.

Laicità, velo della Repubblica

«La laicità è inscritta nella nostra tradizione. Sta al cuore della nostra identità repubblicana. Non si tratta di rifondarla, né di modificarne i profili. Si tratta di farla vivere restando fedeli ai valori della Repubblica...La laicità è un pilastro della nostra Costituzione. Non tollereremo che, coprendosi dietro la libertà religiosa, si contestino le leggi e i principi della Repubblica».
Jacques Chirac usa toni e parole solenni, di quelli che si riservano ai momenti in cui è in gioco la tradizione dell'Ottantonove, per motivare la sua richiesta al parlamento della legge contro l'uso «ostentato» di simboli religiosi nelle scuole, negli ospedali e in tutta la pubblica amministrazione. E tanto più suonano alti, solenni e pieni di senso delle istituzioni questi toni in un paese come il nostro, dove il parlamento ha appena votato a grande maggioranza una legge come quella sulla procreazione assistita che della laicità dello stato è una cruda smentita. C'è di che sentirsi rassicurati. Ma c'è davvero? Il presidente francese ha un nemico bene identificato, «le rivendicazioni identitarie o comunitarie sempre più esacerbate che rischiano di sfociare nel ripiegamento su se stessi, nell'egoismo e perfino nell'intolleranza». Sono rischi ben noti in Francia come in tutti gli altri paesi alle prese con l'immigrazione postcoloniale, o dovunque la globalizzazione abbia già presentato il conto dei durissimi conflitti culturali, etnici e religiosi che la sua antropologia meticciata porta con sé, facendo saltare le regole nazionali della cittadinanza e mettendo a dura prova i principi dell'universalismo. L'interesse del caso, tuttavia, sta nel fatto che stavolta è chiamata a rispondere la nazione che di quei principi incarna l'origine; e infatti è ad essi che Chirac ricorre, opponendo alle derive comunitariste e identitarie la tradizione dell'integrazione, dell'uguaglianza, della tolleranza, della «lotta senza quartiere» al razzismo, alla xenofobia, all'antisemitismo. Cittadinanza e universalismo, encore; e la laicità come bandiera contro «tutto ciò che separa», garanzia di neutralità di uno spazio pubblico in cui la «società mista» possa incontrarsi senza barriere. Funzionerà?

Nulla lo garantisce, perché in Francia come altrove non siamo alla prima generazione di immigrati, e nelle banlieu le sirene dell'integrazione e dell'assimilazione non funzionano più come un tempo. Un velo, una kippa o una croce possono significare molte più cose, sovrapposte e contraddittorie, di una fede religiosa o di una sottomissione ad arcaiche regole comunitarie: conflitti di classe e di sesso contro una cittadinanza svuotata, rivendicazioni di diversità contro un'eguaglianza truccata, riscritture soggettive libere di antichi segni di oppressione. E per ciascuna di queste linee di frattura e di conflitto, l'identità della Repubblica francese che Chirac impugna, e più in generale l'identità occidentale, non è la soluzione: è il problema.

Ida Dominijanni sul Manifesto

 Immigrato in Francia    - 22-10-2004
Peccato che la maggioranza delle donne mussulmane francesi siano favorevoli alla legge. Non so qual donna mussulmana il dignor Gianni Menerghetti rappresenti, ma evidentemente non sono d'accordo con lui in maggioranza. Cosi come la scrittrice C.Djavann nel suo libro "Giù i veli" dove chiede quando la smetteranno gli intelettuali di parlare al posto delle donne mussulmane e soprattutto di un velo sotto il quale non hanno mai vissuto. La libertà di essere se stessi vale anche per una bambina di 5 anni alla quale si impone il velo? Inoltre Menerghetti fa astrazione che la Francia ospita la più grande comunità ebraica e mussulmana d'Europa con la conseguente importazione del conflitto mediorientale nelle scuole. I recenti episodi del crocifisso e delle dichiarazioni omofobe e sessiste di Buttiglione mostrano che l'Italia al contrario sta prendendo la strada dell'integralismo cattolico.