breve di cronaca
Voci dall'Iraq
Peacereporter - 15-12-2003

Le reazioni e le impressioni dei curdi raccolte per le strade di Suleymania, nell’Iraq settentrionale. Sono stati i loro guerriglieri a stanare il raìs. “Siamo felici per la sua cattura, ma la guerriglia non la dirigeva lui e non cesserà finché gli americani non se ne andranno”


Suleymania (Kurdistan iracheno), 15 dicembre 2003 – La notizia della cattura di Saddam Hussein sembra aver colto impreparati i curdi che vivono nel nord dell’Iraq: all’inizio incredulità diffusa. La prima fonte che narra della sua cattura è la televisione iraniana. A suleymania sono in molti a seguire le news sui canali radiotelevisivi del vicino Iran. Intorno a mezzogiorno la voce si fa insistente: Saddam è stato catturato dai guerriglieri peshmerga curdi del Puk (l’Unione Patriottica del Kurdistan), uno dei due grossi partiti curdi-iracheni. La voce passa di casa in casa, sui luoghi di lavoro, nelle scuole, per la strada. In molti sono increduli: “Non è lui – dicono – attenti ai sosia”. Poi nel primo pomeriggio arrivano le conferme ufficiali, addirittura si parla di esame del dna che confermerebbe che la persona catturata è proprio Saddam Hussein.

E a questo punto partono le versioni più disparate. Fonti ufficiali del Puk asseriscono che tutto il lavoro di intelligence che ha portato all’irruzione nel rifugio sotteraneo di Tikrit, è stato preparato e gestito da piccoli gruppi di peshmerga da giorni operativi, alcuni in incognito, nella città sunnita. Altre voci addirittura asseriscono di momenti di tensione prima della cattura: sembra che i curdi avessero segnalato più volte il nascondiglio dell’ex-dittatore ai soldati americani e che, di fronte ad una loro indecisione ad intervenire, gli stessi peshermga avrebbero forzato in qualche modo l’intervento militare.

Fatto sta che a pomeriggio inoltrato è ormai confermata la cattura di Saddam e la reazione di festa che ci si aspettava tarda ad arrivare. Nel centro della città di Suleymania il traffico scorre caotico come al solito: qualche gruppo di auto strapiene di giovani festanti cerca di farsi strada a colpi di clacson. Con il calare del sole compaiono nel cielo scuro i primi colpi traccianti: proiettili di Kalashnikov sparati in segno di festa. La festa è comunque modesta, in meno di un'ora si esaurisce con le ultime scie rosse che passano sporadiche sopra la testa. Niente caroselli di auto, niente balli in strada, nessuna ripetizione delle scene viste dopo la caduta di Bagdad, o dopo la cattura di Alì il Chimico, o anche dopo l’uccisione dei due figli di Saddam a Mosul.

Eppure i curdi sono contenti, lo dicono apertamente. “E’ come la fine di un incubo,” dice Baktiar, 32 anni, commerciante. “Sono nato e cresciuto sotto Saddam, ora che è stato catturato fatico a crederci, ho sempre paura che non sia vero e che un domani qualcuno ce la farà pagare”. Saya ha 28 anni ed è insegnante delle scuole primarie. “Certo, siamo contenti, ma questo non vuol dire che sia finita per sempre, ora abbiamo paura delle vendette nei nostri confronti e poi, personalmente, non credo che Saddam fosse in grado di guidare chi mette le bombe in iraq da quel misero nascondiglio.”

Nelle vie della città i più contenti sembrano essere i giovani, a bordo di auto scassate cercano di coinvolgere chi guarda con canti e battiti di mani. Un curdo vestito in Abiti tradizionali, dal bordo della strada osserva la scena fumando una sigaretta. Kaled, 48 anni, peshmerga. “E’ la fine di un dittatore che per 35 anni ha massacrato gente innocente. Ma non è la fine del terrorismo. Saddam ormai non contava più niente, e chi combatte oggi contro gli americani magari a Bagdad è in piazza a festeggiare la fine di Saddam. Non penso che cambierà molto nel futuro, per noi curdi l’unica nostra salvezza è che ci lascino stare da soli. Gli americani ci stanno aiutando tanto e gli siamo grati, ma ora è tempo che lascino l’iraq agli iracheni, se riusciremo a governare tutti insieme bene, altrimenti noi curdi ce ne staremo qui nel nord e faremo da soli. Ormai siamo abituati.”

Mohammed è un taxista arabo che arriva da Kirkuk. Parla senza peli sulla lingua. “Cosa penso della notizia? Non mi importa più di tanto, Saddam per noi ormai era già finito, ma non chiedermi cosa penso degli americani. Li odio, questa è la verità, è non credere che coloro che li stanno combattendo adesso siano tutti con Saddam, assolutamente no. Ci sono molti fedaynn, ma anche persone che hanno perso parenti sotto i colpi americani. Nel mio villaggio vicino Kirkuk ormai tutti odiano gli americani e sono pronti a combatterli sino a quando non se ne andranno. I fedaynn? Se gli americani ci lasciassero fare da soli sapremo noi come eliminarli. Se gli americani se ne andassero, in Iraq e soprattutto a Bagdad, si combatterà casa per casa, e noi sappiamo chi andare a prendere. Ma loro devo andarsene altrimenti la reazione della popolazione sarà giorno dopo giorno più decisa, anche se Saddam è stato catturato. A noi non interessa, Saddam è stato nemico degli iracheni, ora la sua fine è un problema che non ci riguarda più.”

Da oggi nel Kurdistan iracheno sono stati proclamati tre giorni di festa nazionale, come se il bisogno adesso sia quello di metabolizzare al meglio la grande notizia. L’operazione “Alba Rossa”, che ha condotto soldati americani e peshmerga curdi alla cattura di Saddam Hussein, lascia già il posto alle future discussioni. Chi processerà Saddam? Dove verrà portato? A suelimania i giudizi sono unanimi: Saddam deve essere processato in Iraq dagli iracheni, tutti insieme. Ma in tarda serata arrivano già le voci di un suo spostamento fuori dal paese, in una località ignota. I festeggiamenti per le strade iniziano a scemare, ora si va a casa a vedere la televisone.

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