Un compromesso poco storico?
Dedalus - 13-12-2003
Come avevamo in buona parte previsto (e paventato), stando agli esiti dell'incontro Miur-Conferenza Stato Regioni, si starebbe profilando una soluzione di accordo sul "tempo scuola". Sottolineiamo subito che qui si intende il tempo scuola non nell'accezione proposta e vagheggiata da Raffaele Iosa, vale a dire un tempo educativo "disteso", tempo slow "del bambino", tempo "pieno di vita". Il Tempo Pieno insomma difeso da Niccoli, Colombini e da tanti docenti che in tutti questi anni vi hanno profuso energie ed impegno.
Qui si parla di tempo scuola nel senso della "durata" della giornata scolastica, vale a dire del monte ore massimo (40) di tempo, comprensivo della mensa, che gli alunni possono trascorrere a scuola.
Intendiamoci: rispetto ad un tempo scuola ridotto, alla scuola del mattino più qualche rientro pomeridiano o addirittura ad un orario delle attività scolastiche che "non comprende il tempo eventualmente dedicato alla mensa" (come sta scritto al comma 3, art.7 dello schema di decreto) è un passo avanti. Ma dev'essere chiaro che non sono più le 40 ore del Tempo Pieno fin qui conosciuto, quello istituito dalla legge di riforma 148/1990 (ripreso poi nel Testo Unico 297/94 all'art.130 che non a caso viene abrogato da questo decreto Moratti).
Non siamo solo noi a dirlo: è una rivista autorevole ed accreditata come Tuttoscuola a rilevare che "al modello tradizionale di tempo pieno, quello con i due maestri contitolari, strutturato secondo regole e prassi abbastanza omogenee a livello nazionale, costruito insomma a partire dall’offerta (…) la riforma Moratti sembra contrapporre non un tempo ridotto, vuoto, ma un diverso modello di tempo pieno: un tempo sempre pieno (40 ore in 5 giorni nella scuola primaria) ma per così dire diversamente riempito, riempito cioè a partire dalla domanda (dei genitori, degli stessi allievi, con la mediazione del docente-tutor), e quindi, almeno nelle intenzioni, più flessibile e personalizzato."
Il punto è proprio questo ed è utile ritornarci. Siamo di fronte infatti a due modelli di scuola completamente diversi. Cerchiamo di metterne a fuoco i tratti essenziali.

Il modello classico di Tempo Pieno, il Tempo Pieno "storico" aveva il suo cuore pulsante nel team docente, nel team teaching. Questo Tempo Pieno, nell'area milanese, si è di fatto realizzato in due forme: a) la "coppia docente", il cosiddetto 2x1, cioè due insegnanti assegnati ad una classe, contitolari della stessa, b) un gruppo docente (in genere 4 insegnanti) assegnato a due classi parallele. Questa seconda modalità organizzativa è -giova ricordarlo- quella attuata da molti tempi pieni delle origini, nella fase "innovativa" e sperimentale (ad es. il famoso Rho II Circolo, ma anche S.Erlembardo e diversi altri Circoli didattici della provincia di Milano) come pure quella applicata talvolta in maniera burocratica e con risultati discutibili con la cosiddetta "modularizzazione" del Tempo Pieno.
In ogni caso e ad ogni buon conto, questo modello classico di Tempo Pieno si fondava su alcuni principi pedagogico-didattici ed organizzativi. In particolare:
1) la pluralità delle figure educative, il team docente, contraddistinto da un'assoluta parità di ruoli e di funzioni dei docenti contitolari (suddivisione degli ambiti disciplinari e delle educazioni) e dalla collegialità nella gestione della/e classe/i,
2) le "40 ore, mensa inclusa" come struttura pedagogica unitaria (un continuum educativo), composta da momenti ed attività diverse nella giornata scolastica (alternanza di attività didattica e di insegnamento/apprendimento, gioco-ricreazione, socialità, refezione scolastica) "senza subordinazione gerarchica sia tra i vari momenti della giornata scolastica sia tra i docenti che sono addetti ai vari "pezzi", come ha scritto Federico Niccoli, uno dei padri nobili del T.P. milanese, su queste stesse pagine.

Sono esattamente queste le due "condizioni" che saltano, che implodono con il "nuovo modello di tempo pieno" prospettato dal decreto (e così definito da Tuttoscuola). Perché diciamo questo? Esaminiamo i due aspetti sopra indicati.
1) per quanto riguarda il piano dei ruoli e delle funzioni dei docenti, avremo un modello organizzativo completamente diverso, caratterizzato dalla "prevalenza" oraria (e di ruolo) di un docente. Non è una nostra "forzatura interpretativa". Di fatto, se un docente-tutor sarà tenuto a svolgere 18 ore (su 22 del suo orario di servizio, quindi quasi tutto il suo orario settimanale) nella stessa classe, non sarà certo il "maestro unico" ma sicuramente sarà una figura "prevalente" (dal punto di vista della presenza oraria) e costituirà quindi il riferimento principale per gli alunni. E' evidente che sarà questo docente ad impartire gli insegnamenti principali (italiano, matematica, ecc. le discipline, per intenderci, che non sono "scomparse" …). A queste 18 ore "di lezione" si aggiungeranno poi altre 9 ore, svolte da altro o altri docenti, per arrivare al completamente dell'orario base, obbligatorio, previsto (le 27 ore). Occorrerà poi aggiungere altre 3 ore settimanali, che diventano appunto un optional per alunni e famiglie, non costituendo un obbligo ma una scelta facoltativa. Infine il tempo eventualmente riservato alla mensa (fino ad un massimo di 10 ore settimanali) che, come pare chiarito, sarà gestito dai docenti, in quanto "servizio educativo".

2) e qui arriviamo al secondo punto. Non abbiamo più di fronte un modello educativo unitario (due docenti per classe che gestiscono la giornata scolastica dell'alunno secondo un Progetto unitario). Abbiamo di fronte spezzoni orari diversi gestiti (presumibilmente) da docenti diversi. Il film si scompone, di fatto e nel migliore dei casi, in tre tempi distinti:
a) il tempo delle discipline fondamentali e di qualche attività laboratoriale (le 27 ore obbligatorie per tutti),
b) il tempo facoltativo (le 3 ore) con attività di laboratorio aggiuntive o attività educative (ricreative, sportive, creativo-espressive?) gestite eventualmente da esperti esterni,
c) il tempo dell'assistenza (la refezione scolastica) per chi non può farne a meno.
Se la somma di questi tre tempi (27+3+10 = 40 ore) vogliamo continuare a chiamarla "tempo pieno", magari "diversamente riempito", come scrive Tuttoscuola, possiamo continuare a farlo. Sapendo, appunto, che si tratta proprio di un tempo "diversamente riempito"… Sapendo insomma che quel che cambia è la sostanza, l'impianto pedagogico-didattico e che il Tempo Pieno era/è ben altra cosa.

Perché allora parliamo di "compromesso poco storico"? Perché una soluzione del genere (ammesso che si arrivi ad una modifica del testo del decreto in questa direzione, che peraltro è anche quella prospettata dal "commento" del Miur al decreto stesso) può in parte soddisfare da un lato le famiglie, dall'altro gli enti locali. Le famiglie in quanto risolve il problema "assistenziale", garantendo comunque la continuità di una presenza a scuola degli alunni per otto ore giornaliere e la loro custodia. L'ANCI in quanto dissolve il timore che la "palla" del tempo mensa possa tornare agli enti locali. Il fatto che lo Stato intendesse "ritrarsi" (in termini di competenze e di personale) dal tempo mensa costituiva infatti un motivo di forte preoccupazione per l'ente locale che avrebbe dovuto inevitabilmente fronteggiare le richieste dei genitori, facendosi carico non solo del servizio di ristorazione ma anche magari dell'assistenza-vigilanza degli alunni. E fin qui il "compromesso".
Non si risolve affatto però il problema "educativo" di fondo, vale a dire la fine di un modello educativo unitario e il passaggio ad un tempo scuola "qualitativamente" diverso che risponde sicuramente ad una "domanda" differenziata delle famiglie (solo istruzione, oppure istruzione più altre attività educative, oppure aggiunta ulteriore della refezione a scuola) ma che unitario non è più, perché frammentato e inserito - diciamolo - in una logica di "mercato", di domanda-offerta.
Questo lo sanno bene sia esponenti autorevoli dell'ANCI e della sua commissione scuola sia tutti quei genitori che hanno scelto in questi anni il Tempo Pieno non solo per motivi assistenziali e di custodia ma anche e soprattutto per la sua valenza educativa. Ed è qui allora che il compromesso diventa "poco storico", un'operazione scarsamente credibile quanto a spessore pedagogico e valore culturale.



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