IMI
Giuseppe Aragno - 11-12-2003
La solidarietà che l’ex fascista Fini è andato ad esprimere al sionista Sharon per il muro che innalza è questione di opportunismo politico che qui non mette conto valutare, se non per dire che gli ebrei e la shoà non c’entrano affatto: sono stati spudoratamente usati. Con buona pace dei servi sciocchi che s’affannano ad urlare: chi è contro Sharon è antisemita!
Al seguito della strumentale revisione politica, si risveglia però - e qui vale forse la pena di fermarsi - l’armata mercenaria della revisione storica e quella, non meno pericolosa, del qualunquismo docente, preso all’amo dal fascino della “memoria dei nonni” e dagli “storici dell’ultima ora”, ai quali mancano il metodo e la scienza, ma non fa certo difetto la visione di parte.
Prendi Pansa, per dirne uno, che raccoglie in preziose ampolline il sangue fascista versato per vendetta e "dimentica" - la memoria dei nonni, si sa, s’è indebolita - quello vivo, e ben più feroce, delle vendette consumate in famiglia dai “bravi ragazzi di Salò” contro gerarchi e fascistelli ritenuti traditori [1]. Prendi Mieli, per citarne un altro, giornalista scopertosi distratto e studioso che ieri menava scandalo televisivo a TG2 per i vinti ignorati e opportunisticamente “scopriva” la tragedia dei “gulag”. Sorvolava, Mieli, però, ed egli solo conosce i motivi di tanta distrazione, su Kruscev e le denunce del 1956 e taceva addirittura del muro sionista e dell’olocausto palestinese.
Taceva. Un silenzio disumano.
Solo uno stupido non lo vedrebbe. Ora che Fini ha in testa non so che papalina ebrea, la parola d’ordine è una: tutti al centro, contro la sinistra. La partita riprende.
Ci avviamo in questo clima al 27 gennaio, giorno della memoria, e val la pena di tenerlo ben presente, val la pena di dirlo a questa destra che si dilacera e si infogna nelle pantomime tattiche: non basta una mano di vernice sulle incrostazioni passate e presenti per rifarsi un bel nome rispettato. Bisognerà rammentarlo a Fini ed all’armata mercenaria dei revisionisti che ciancia di guerra civile e si affanna a levare la bandiera attorno alle bare di Nassyiria: il fascismo ruppe irrimediabilmente con le nostre forze armate il 12 settembre 1943. Uno strappo insanabile, iniziato al canto di “Giovinezza”, diffuso dalla radio tedesca che annunciava la “liberazione” di Mussolini.
Fu allora che Anfuso, ambasciatore repubblichino in Germania, pensò di rafforzare le anemiche armate di Salò - i giovani, salivano sui monti - assicurandosi i servizi dei militari ridotti in schiavitù dai tedeschi. Il progetto però, narra lo stesso Anfuso, naufragò di fronte alla realtà: “la maggioranza dei soldati italiani, esacerbata dalle condizioni in cui era avvenuta la cattura, [...] non intendeva più riprendere le armi” e "[...] i tedeschi, al corrente di questo stato d’animo, intenti a riparare i danni prodotti dal voltafaccia italiano e a meditarne le vendette, respingevano la possibilità di allineare nuovamente sulle antiche posizioni gli stessi ex alleati, che non avevano finito, e con i mezzi più diversi ed oscuri, di catturare" [2].
Mussolini non mosse un dito per salvare i nostri uomini dalla cieca furia nazista e accettò anzi che fossero privati della qualifica di prigionieri di guerra e ridotti ad IMI: Internati Militari Italiani.
I nostri sventurati soldati, sottratti con questa formula criminale alla tutela della Croce Rossa Internazionale, furono così posti di fronte ad una terribile alternativa: cedere alle offerte di adesione alla Repubblica Sociale per guadagnare una libertà che disgustava, o subire la quotidiana tortura del gelo, della fame, della frusta e delle malattie.
Uno stillicidio, ricorda uno di quegli sventurati; le offerte di adesione, si susseguivano infatti con frequenza crescente. Giungevano nei campi, i “bravi ragazzi di Salò”, ben pasciuti e caldi, e costringevano quei disperati, sempre più simili a scheletri intisichiti, che s’erano appena rimessi “dal travaglio della decisione presa antecedentemente, ad impegnarsi in un ancor più duro strazio, perché l’invito era più ragionevole, più accettabile e veniva fatto quando le condizioni materiali, la realtà brutale, era ancor più patita” e “il confronto con le condizioni di coloro che avevano aderito” rendevano la scelta sempre più dolorosa. Una l’alternativa: “coloro che non avessero voluto aderire sarebbero stati abbandonati al loro destino e avrebbero pensato la fame e l’inverno a servirli” [3].
La fame e l’inverno avrebbero pensato ad eliminare dei fratelli. Quanti? Quarantamila accertati, forse cinquantamila. Un numero imprecisato di schiavi che seppero resistere e morire per la libertà. Quanti? Nessuno è stato in grado di dirlo: gli archivi furono bruciati nel tentativo di cancellare la storia, la memoria.
Fu Olocausto, fu Shoà, fu Resistenza, e vanno ricordati. Tutti vanno ricordati, di ogni colore, quelli di ieri e, soprattutto, quelli di oggi, affinché non accada domani. Giù le mani dalle bare di Nassyiria, on. Fini, giù le mani dalla Shoà e dal nostro tricolore, col quale ancora non ha firmato la pace. Faccia pure i suoi patti con Sharon, ma stia al suo posto e lo dica ai suoi costosi pennivendoli:
- Lasciate perdere. Di qui non si passa.

NOTE

[1]
Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Milano, 2003.
[2] Filippo Anfuso, Roma. Berlino. Salò. 1936-1945), Milano 1950. P. 348.
[3] Bruno Betta, Viene creata la Repubblica Sociale Italiana, in Davide Piasenti (a cura di), ll lungo inverno dei Lager. Dai campi nazisti trent’anni dopo, Milano 1962, pp. 101 e 103.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Grazia Perrone    - 11-12-2003
Progetto Storia del '900. Libri e articoli
(29.01.2002)

Le leggi razziali sono una invenzione comunista ?

(…) "Al giornale ho ricevuto segnalazioni di Comuni in cui si invita a celebrare oggi l’inizio del Carnevale e a dimenticare che è il giorno della memoria. Penso al sindaco Giuliano Giuliani di San Severo, Foggia, che ha cancellato la ricorrenza sostenendo che "le leggi razziali sono un’invenzione comunista". (…)". (cfr. Furio Colombo - Corriere della Sera - 27 gennaio 2002 pag. 11).

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La polemica è forte e – qualora acclarata – suscita indignazione e sgomento.

Il fatto. Furio Colombo direttore del quotidiano "L’Unità" e uno dei promotori della legge istitutiva della Giornata della Memoria in una intervista concessa a Enrico Caiano del Corriere della Sera lancia accuse pesanti nei confronti di alcuni amministratori locali del centro-destra. Il sindaco Giuliano Giuliani – l’unico tirato in ballo con nome e cognome – ha prontamente replicato con indignazione con una nota inviata al quotidiano comunista. Nega di aver mai formulato le considerazioni che gli sono state attribuite dal corrispondente locale de "L’Unità" (Gianni Lannes) e minaccia "una querela per diffamazione aggravata i cui proventi andranno in beneficenza".(cfr. Rosanna Lampugnani Corriere del Mezzogiorno – Puglia – 29 gennaio 2002).

Nel riportare la nuda cronaca così come si evince dalla lettura di alcuni quotidiani nazionali e locali mi limito a rilevare una verità – spero – indiscussa.
Le leggi razziali emanate il primo settembre 1938 dal regime fascista ci sono state e non furono applicate "all’acqua di rose" …. come sussurra qualcuno. Precedute da un Manifesto della razza diffuso e sottoscritto nel luglio dello stesso anno da un gruppo di "docenti" le leggi razziali rappresentano una delle pagine più nere (in tutti i sensi) della nostra Storia contemporanea.
Quelle leggi hanno significato la persecuzione e la messa al bando dalla vita pubblica e sociale di 51.000 cittadini italiani (l’uno per cento della popolazione residente in Italia nel 1938) di religione ebraica o classificati di "razza ebraica"; l’espulsione dalle scuole pubbliche di 6.000 fanciulli e fanciulle; il licenziamento di 4.000 persone; il lavoro coatto a condizioni economiche vergognose (la paga stabilita per i lavoratori ebrei era del 25% rispetto a quella degli … "ariani"); l’internamento nei campi italiani per chi osava ribellarsi a questa ingiustizia; la deportazione nei lager nazisti di 40.000 cittadini italiani (di questi 6.746 erano di religione ebraica gli altri furono: oppositori politici, zingari, omosessuali); il "passaggio attraverso il camino" ovvero … la morte per la stragrande maggioranza dei deportati.
E’ passato troppo tempo per riparare il torto subito da migliaia di nostri concittadini privati di tutto. Anche del nome. Come ci ha rammentato Primo Levi.
Ma faremmo un torto ancor più grande se lasciassimo che questa ignominia fosse avvolta dall’oblio.

Grazia Perrone

http://www.pavonerisorse.to.it/storia900/libri/leggi_razziali.htm.