Ordini infami
Grazia Perrone - 10-12-2003
Il riferimento è all'articolo La Balilla che rapiva gli Ebrei

Perdonate ma … non unirò la mia voce al coro di coloro i quali blaterano di “fascisti buoni” che (nientemeno che con l’avallo del duce) all’epoca della Repubblica di Salò (caratterizzata da una accentuazione della legislazione antisemita che non ha eguali in Europa … ad esclusione della Germania nazista) salvarono la vita a cittadini italiani di religione ebraica. Non nego che ci furono casi isolati. E, proprio per questo, meritevoli di menzione.

Ma la realtà storica, purtroppo, è diversa: ed è una storia di soprusi, sopraffazione, angherie di ogni genere.

La ricerca storica su una delle pagine più buie e, fino a non molto tempo fa, meno esplorate della storia d'Italia ha ricevuto negli ultimi anni un contributo fondamentale grazie al lavoro di Michele Sarfatti [1], a cui si devono alcune delle più documentate ed approfondite ricostruzioni sulla persecuzione dei cittadini di religione ebreica in Italia; a Sarfatti va riconosciuto il merito di aver proposto la più incisiva, documentata ed intelligente divulgazione della tematica in oggetto, distinguendo la persecuzione dei diritti civili (dalla promulgazione delle leggi razziali del '38 alla caduta del fascismo, ovvero, fino al 25 luglio 1943) alla persecuzione delle vite dopo l’otto settembre (fino alla Liberazione del Paese).

Il primo periodo - che ho già trattato in una nota precedente - coincide con la promulgazione e l'applicazione delle leggi razziali, un articolato corpus legislativo al centro del quale, in senso logico se non cronologico, è da porre il regio decreto legge 17 novembre 1938 n. 1728 (provvedimenti per la difesa della razza italiana), che traduceva in norme cogenti molte delle asserzioni ideologiche e pseudoscientifiche rinvenibili sia nel manifesto degli scienziati razzisti, sia nella dichiarazione approvata dal Gran Consiglio del Fascismo il 26 ottobre 1938 e attribuita allo stesso Mussolini.

Nei fatti, la produzione legislativa è stata però preceduta dai comportamenti amministrativi emanati dai Prefetti, al punto che il primo, significativo episodio specificatamente antisemita viene fatto risalire, dagli storici più avveduti, al febbraio del '38, quando il Ministero dell'Interno dispose il censimento della religione professata dai dipendenti pubblici.

I materiali storici rivelano come, inevitabilmente, i Prefetti siano stati uno degli strumenti più efficaci con i quali la politica razzista del regime fu veicolata dal centro alla periferia lungo tre direttrici principali:

· i provvedimenti di polizia,

· il rigido controllo sulla stampa,

· la strategia di emarginazione socio-economica-amministrativa degli ebrei italiani.


Propongo – a titolo esemplificativo e senza commento – l’agghiacciante nota "riservata personale" del prefetto Guido Letta [2] del 5 luglio 1939, indirizzata ai "Fascisti Podestà e Commissari Prefettizi":

"L'applicazione rigorosa delle leggi razziali, come era nelle direttive del Gran Consiglio, conduce ad una inevitabile conseguenza: separare quanto è possibile gli italiani dall'esiguo gruppo di appartenenti alla razza ebraica, che, se anche in parte discriminati [3], restano pur sempre soggetti ad un regime di restrizione e limitazione dei diritti civili e politici.

Occorre pertanto favorire nei modi più idonei ed opportuni questo processo di lenta ma inesorabile separazione anche materiale.

Su queste direttive richiamo la vostra personale attenzione e vi prego di farmi conoscere le iniziative, che d'intesa coi Fasci, prenderete al riguardo e i risultati ottenuti".


Non mi risulta – ma potrei sbagliare – che vi sia stato un solo cittadino italiano – uno solo! – che abbia disobbedito a quest’ordine infame.

NOTE:

[1]
Sono due le Opere di Michele Sarfatti che consiglio vivamente di leggere:
Mussolini contro gli ebrei. Cronaca dell'elaborazione delle leggi del 1938, Silvio Zamorani editore, Torino 1994;
Gli ebrei nell'Italia fascista: vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2000.
[2] Guido Letta fra il 1932 ed il 1944 fu Prefetto di Chieti, Livorno, Novara, Verona, Bologna, Genova.
[3] Il termine discriminati viene qui usato nell'accezione allora corrente di esentati dalle restrizioni, e quindi ammessi ad un regime più favorevole. "Ebrei discriminati" erano quelli appartenenti a famiglie di caduti e volontari di guerra; combattenti nelle guerre libica e spagnola; mutilati, invalidi, feriti e caduti per la causa fascista; famiglie di iscritti al partito fascista; famiglie aventi eccezionali e riconosciute benemerenze.

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