La professionalità docente
Gianni Mereghetti - 09-12-2003
Interessante il dibattito che avete ospitato tra GILDA e ANP sulla professionalità docente!
Mi permetto solo far presente che una reale professionalità docente sarà realmente avviata quando un nuovo stato giuridico prescriverà:

1) la fine del docente da una parte come ultimo anello della catena evolutiva delle funzioni scolastiche e dall'altra come oggetto che l'amministrazione può manipolare come e quando vuole

2) l'inizio di una reale soggettività del docente, pienamente responsabile dell'educazione e dell'istruzione, fino a risponderne

3) la fine del sindacalismo totalizzante di questi anni, che è arrivato fino a mettere nelle mani delle RSU decisioni didattiche

4) l'inizio di un reale pluralismo scolastico, nel quale, se i sindacati continueranno a svolgere un ruolo di tipo unicamente contrattuale, sarà attribuito alle associazioni professionali la funzione di promozione della didattica e della democrazia nella scuola

5) la fine di un sistema in cui che si legga in classe Leopardi o la Gazzetta dello Sport ( senza offesa per gli sportivi!) è sostanzialmente identico, tanto che se un insegnante non legge nulla va bene lo stesso!

6) l'inizio di un sistema in cui finalmente il lavoro dell'insegnante sia valutato, - e non nella formalità delle procedure, ma nella sostanza di ciò che insegna, - così da renderlo sempre più rispondente alle esigenze di educazione e di istruzione degli studenti

7) la fine di un sistema in cui si reclutano gli insegnanti attraverso concorsi pachidermici e inefficaci
8) l'inizio di un sistema in cui sia introdotta la chiamata diretta degli insegnanti da parte della scuola

Mi pare che nè la Gilda nè l'ANP condividano questi punti, che per me sono imprescindibili se si vuole introdurre nella scuola una vera professionalità docente.

Allora attenti a non parlare invano di professione docente!



[ Per permettere ai lettori un rapido confronto con la norma contrattuale, che chiarisce dettagliatamente le funzioni delle Rsu, rimandiamo al Capo II, intitolato Relazioni Sindacali. - ndr ]

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Grazia Perrone    - 10-12-2003
Caro Meregehetti,
prima di risponderti nel merito consentimi una precisazione.

Come ho già chiarito in altra occasione i miei interventi (qui come altrove) vanno intesi come, opinabilissime, opinioni personali: non rappresentano, pertanto, la posizione ufficiale GILDA (di cui sono iscritta).

La posizione ufficiale GILDA è formulata dall'Assemblea Nazionale (che si riunisce, per Statuto, tre volte all'anno) ed è sintetizzata in documenti ufficiali pubblicati nel sito (www.gildains.it )

Nella fattispecie in oggetto (professionalità docente) allego alla presente la delibera dell'assemblea Nazionale votata al Congresso svoltosi a Fiuggi nel maggio 2002.Con viva cordialità
Grazia

****

Documenti Ufficiali Gilda degli Insegnanti
Documento congressuale di Fiuggi 23-24-25 maggio 2002.







ASSEMBLEA CONGRESSUALE DELLA GILDA
Fiuggi 23-24-25 MAGGIO 2002


Politica scolastica: continuità e cambiamento

Le decisioni in materia di politica scolastica assunte dall’attuale governo hanno impresso una direzione solo parzialmente divergente da quelle dei governi precedenti.
Appaiono infatti in linea con il passato: la volontà di passare da un sistema fortemente centralizzato ad un sistema a vari livelli; la concezione della scuola non come “istituzione”, ma come “servizio” che lo stato fornisce, alla pari di altri, alla società e al mondo economico; l’impostazione vetero-aziendalistica degli istituti, le ipotesi di carriera per i docenti su base funzionale; infine la tendenza a rendere marginale il ruolo dei docenti nel governo delle scuole autonome, diminuendone la presenza e quindi il peso decisionale (OOCC), o “filtrandolo” (RSU).
Su questi elementi di continuità, che in realtà sono l’effetto di una politica generale condivisa, per molti aspetti, dagli opposti schieramenti e mutuata da orientamenti maturati nel mondo economico internazionale, vanno fatte almeno due osservazioni.
Da un lato nel processo di decentramento, la dimensione territoriale regionale sta acquisendo, in rapporto alla scuola autonoma, una presenza decisionale più marcata, dall’altro vediamo che la concezione della scuola servizio tende a mutare, rispetto al passato, dalla dimensione dell’assistenzialismo o dell’offerta generici (scuola dei progetti-organico funzionale) a quella del “servizio mirato” al soddisfacimento delle “specifiche richieste” delle famiglie e/o del mondo economico locale. La logica conseguenza sarà quella di assegnare un peso ed un ruolo sempre maggiori a genitori e studenti (l’utenza), finendo la scuola per divenire (il modello americano insegna) luogo di generiche e modaiole acculturazioni, si perderà certamente una scuola luogo di formazione delle persone, dello spirito critico, dello sviluppo delle potenzialità di ognuno, della piena cittadinanza conquistata attraverso la cultura e la formazione.
Nel confronto tra continuità e cambiamento ciò che muta non sembra rilevante eppure è tale da incidere fortemente sul sistema, generando effetti vistosi sia nel breve che nel lungo termine.
Per prima cosa va rilevato che il ministro Moratti ha dato il via a quella politica di riduzione della spesa per i docenti, che il precedente Governo aveva avviato solo formalmente (né il Governo di sinistra né i sindacati confederali avevano interesse politico nell’indebolire numericamente questo settore). Gli articoli relativi alla scuola della Finanziaria 2002 prevedono che la spesa per l’istruzione venga ridotta grazie ad un diverso utilizzo del personale. A questo scopo - e non potendo mettere in discussione, al di fuori delle sedi contrattuali, l’orario di lavoro dei docenti – è stata attaccata pesantemente l’impalcatura didattica della scuola: Esame di Stato con commissione interna, riduzione delle cattedre, supplenze interne protratte, ecc.. Va da sé che un diverso utilizzo del personale, che prevede fra le altre cose la possibilità di un orario di insegnamento potenziato, si situa nella prospettiva di una generale riduzione del numero complessivo dei docenti. Una riduzione per molti versi miope, di corto respiro se si pensa che il 29,61% delle donne e il 42,38 (corrispondenti a 239.923) degli uomini che insegnano hanno un’età compresa tra i 51 e i 65 anni e che usciranno dal circuito scolastico nei prossimi dieci con effetti devastanti per il sistema di istruzione statale.
Alla politica di riduzione delle spese generali per il personale, è sembrata accompagnarsi, fin dall’inizio della legislatura (vedi Programma politico presentato dal Ministro il 18 luglio 2001), la volontà di riconoscere – conformemente ad una storica richiesta della Gilda - la specificità del ruolo docente rispetto a quello amministrativo e dei servizi, articolando il contratto in due distinte aree (i dirigenti hanno già ottenuto un contratto separato come pure i docenti delle Accademie e dei Conservatori): quella del personale docente e quella del personale non docente. Nonostante il recente veto del Ministro della Funzione pubblica e dei sindacati confederali, sembra che un passo avanti in questa direzione possa essere compiuto. Lo stesso ministro Frattini ha apertamente sostenuto l’intenzione della Moratti di procedere sulla strada della separazione seppure con i tempi tecnici necessari e preparando la scelta con una serie di passaggi intermedi, primo tra tutti potrebbe essere la separazione delle componenti elettorali alle prossime RSU, su questo punto vi è un preciso impegno ministeriale.
Un discorso a sé – che non può trovare compiutamente spazio in questa sede – meriterebbe la legge delega sulla riforma della scuola, che si presenta come un singolare intreccio di elementi negativi, di vistose assenze, di nodi irrisolti, di contraddizioni e di qualche scelta condivisibile. Al superamento, fortemente sollecitato dalla GILDA (A.N. del 26/11/2000), di alcuni dei principali elementi negativi presenti nella legge 30/2000 (riduzione di un anno del percorso di studi; scuola primaria unica e quindi totale “indifferenza” verso l’evoluzione intellettuale e psico-affettiva degli alunni e verso la professionalità dei docenti; biennio superiore “omologato” ed inevitabilmente appiattito verso il basso; trasformazione dei docenti in generici operatori sociali e degli studenti in clienti a cui assicurare il “successo formativo”; dissolvimento delle discipline in non ben identificati “saperi”) non si accompagna, nella legge delega della Moratti, né una riflessione sui contenuti culturali da trasmettere in questo particolare momento storico (peraltro totalmente assente anche dalla legge 30), né una visione coerente sui fini e gli obiettivi della scuola.
Gilda degli Insegnanti rifiuta in questo senso ogni ipotesi di superamento delle 18 ore cattedra derivanti dall’applicazione letterale delle attuali norme inserite nella legge finanziaria. Tale situazione determinerebbe, al di là dell’aumento dei carichi di lavoro applicati non con norme contrattuali ma ope legis, un ulteriore svilimento della professione docente e l’abbassamento dei livelli di qualità nella scuola pubblica.


La Gilda: Associazione professionale con fini sindacali

La storia della Gilda è segnata dalla convivenza di due anime l’“associazione” e il ”sindacato”, convivenza non facile e spesso in crisi, nei momenti in cui si sono rese necessarie scelte ideali o particolari azioni di lotta e che, in concomitanza con la forte crescita dell’Associazione di questi ultimi anni, ha assistito ad un spostamento dell’ago della bilancia sul versante sindacale.
Questa convivenza può procedere felicemente, ma vi sono condizioni di chiarezza che vanno esplicitate in via definitiva.
Deve restare estranea alla Gilda ogni lettura (ed ogni proposta) di taglio politico-ideologico tanto quanto ogni lettura o proposta di taglio corporativo-sindacale (la Gilda è formata unicamente da docenti; gli stessi dirigenti sono per la maggior parte docenti in servizio, seppure in parte). Tanto meno deve essere assunta la scappatoia di una presunta “neutralità” dalle scelte di politica scolastica. Deve invece prevalere la lettura-proposta di tipo professionale. Non si tratta di negare la valenza delle rivendicazioni sindacali, ma di collocare le stesse in una logica professionale, comunque di valorizzazione della professione e dei valori alti del suo esercizio.
Nella maggior parte dei casi si tratta solo di individuare la natura dell’approccio e di utilizzare la comunicazione più adeguata. Va tenuto sempre presente che, se la conquista di riconoscimenti professionali ha sempre positive ricadute sul piano sindacale, non è sempre vero il contrario (come ha abbondantemente dimostrato la storia di questi ultimi anni).
Ora, se sul piano teorico nessuno all’interno della Gilda smentirebbe questa impostazione, di fronte ad eventi specifici, improvvisi e gravi si sono spesso verificati – e questo soprattutto nelle Assemblee Nazionali - soprassalti sindacali che segnano il corso di una storia che non ci appartiene.
La Gilda non può ipotecare il suo futuro trasformandosi completamente in sindacato, né può essere solo Associazione di anime belle, ma mutilate nell’azione, La Gilda è forse oggi l’unica organizzazione che proprio dai due momenti che la animano trae forza e capacità di proposta. Dobbiamo porci l’obiettivo di integrare sempre di più i due momenti in una sinergia che ci rende sicuramente vincenti. E su questo terreno vanno resi possibili ed incentivati seri investimenti, in “persone”, “strutture”, “momenti”, “organizzazione” “raccordi”ed “incontri”.
In questo senso l’Assemblea Nazionale dà mandato alla Direzione Nazionale e al Coordinatore Nazionale di porre in adozione in tempi brevi, per gli iscritti alla Gilda degli Insegnanti, uno specifico codice etico professionale da presentare come proposta a tutti i colleghi, nella prospettiva della creazione di un codice deontologico deliberato e gestito dalla categoria dei docenti con l’esclusione di interventi strumentali da parte del governo e delle forze politiche.

L’identità della Gilda negli obiettivi storici

a) L’area contrattuale separata

La Gilda rivendica fin dalla sua nascita come Associazione professionale dei docenti (1988) l’area contrattuale separata. Nel perseguimento di questo obiettivo, che diventa ineludibile dopo la separazione dell’area della dirigenza e delle Accademie e Conservatori, si ha una saldatura perfetta fra gli obiettivi professionali e gli obiettivi sindacali. L’area contrattuale separata è un forte strumento contrattuale a disposizione degli insegnanti, ma significa prima di tutto riconoscere il valore etico-sociale della professione e la sua dimensione “atipica”, la sua specificità. E ciò facilita la salvaguardia di quella dimensione intellettuale della docenza, che permette alla Gilda di portare avanti la battaglia sul “tempo professionale”, che è una battaglia per la qualità contro la quantità. Sul piano più precipuamente sindacale, l’area di contrattazione separata può rappresentare un balzo in avanti dei docenti nelle sedi di contrattazione ed obbligare ad uno spostamento delle ottiche contrattuali dei sindacati tradizionali, che hanno una grossa parte di responsabilità nel processo di dequalificazione della scuola e di arretramento sociale ed economico dei docenti.
Se l’obiettivo non è perseguibile nella sua interezza nell’ambito di questo contratto vanno seriamente valutati eventuali passaggi intermedi, che comunque si situino nella direzione tracciata dall’Associazione.


b) Una “carriera” di insegnamento

La Gilda, opponendosi all’equalitarismo di marca cobasiana, ha sempre considerato che si potessero costruire dei meccanismi di “carriera”. Inoltre, a differenza dei sindacati confederali, transitati dalle assunzioni di massa quasi incontrollate alla logica abnorme del “concorsone”, ha sempre avuto una concezione alta della professione docente, concezione che impone meccanismi di ingresso seri e selettivi e non può non riconoscere eventuali, più alti, livelli di professionalità. Si rifiuta la logica di una carriera di tipo funzionalistico che determina gerarchizzazione nella categoria. E’ fondamentale l’apertura di nuovi spazi professionali nelle singole scuole con particolare riferimento agli ambiti della formazione tecnica superiore, delle scuole di specializzazione con specifiche attività di tutoraggio, dell’Università e delle facoltà di scienze della formazione. Ciò deve essere fatto mediante una riorganizzazione dell’orario dei docenti con adeguate riduzioni delle ore frontali ed evitando il ricorso al salario accessorio. Questa impostazione configurerebbe dei meccanismi di “carriera” coinvolgenti e vivificanti, evitando di “premiare” l’organizzatore o il manager scolastico a scapito del docente, ed impedendo l’instaurarsi di inutili o addirittura pericolosi irrigidimenti gerarchici all’interno delle scuole. I risultati dell’indagine condotta dalla SWG ci danno oltretutto una indicazione importante circa la disponibilità dei docenti italiani ad essere valutati per il lavoro che svolgono in aula, una indicazione che sicuramente va nel senso della nostra proposta.


Gli obiettivi futuri

La politica scolastica che si è venuta recentemente delineando e il ruolo che assumeranno le regioni, a seguito della riforma del titolo V della Costituzione che assegna alle regioni potestà legislative esclusiva su Istruzione e Formazione professionale e legislazione concorrente in materia di Istruzione tout court. delineano nuovi scenari ed impongono all’Associazione uno sforzo progettuale nell’obiettivo invariato della “valorizzazione del ruolo docente sul piano professionale ed economico” (A.C.? del mese di maggio 2000).
La piattaforma contrattuale per il contratto 2002-2005:
- riafferma la natura professionale del lavoro della docenza e ribadisce che l’impegno di 18 ore configura, con gli impegni connessi al lavoro d’aula, un tempo professionale pieno. In questo senso Gilda ribadisce come elemento essenziale della sua proposta la progressiva riduzione dell’orario frontale dei docenti della scuola deella scuola elementare in un’ottica di uniformità dei carichi di lavoro per tutta la categoria;
- chiede la rivalutazione del lavoro d’aula, verso la quale è stato compiuto un primo passo nella contrattazione relativa al biennio economico 2000-01 che ha istituito, all’art. 7, la Retribuzione Professionale Docente (che dovrà con questo contratto essere resa pensionabile ed agganciata all’anzianità);
- configura, all’interno di un sistema variamente articolato sia in senso orizzontale che verticale, una “carriera” di insegnamento;
- recide ogni legame fra “carriera” e assunzione di compiti di coordinamento o compiti specifici all’interno della scuola, rifiutando così di fatto ogni ipotesi di “carriera” funzionalistica;
- riconosce comunque, con esoneri prevalentemente parziali o eccezionalmente con la retribuzione aggiuntiva, i diversi incarichi espletati nella scuola dell’autonomia;
- ribadisce, a necessario corollario di tutto questo, la necessità di un adeguamento stipendiale;

Inoltre la Gilda individua una strategia politica più generale che intende perseguire i seguenti obiettivi:


a) superamento delle RSU d’Istituto

La partecipazione all’elezione delle RSU, il coinvolgimento di migliaia di colleghi nella battaglia elettorale, l’impegno generoso di molti di essi per tutelare gli interessi dei colleghi in una sede difficile hanno in parte modificato positivamente la nostra associazione costringendoci ad un rapporto più stretto con tanti colleghi.
Non può essere però modificato il giudizio di fondo della GILDA su un istituto che (non dimentichiamo prevede anche l’esclusione dei non firmatari dalla contrattazione) è di per se stesso in profondo contrasto perfino con i principi di libertà sindacale espressi negli articoli 39 e 40 della Costituzione Nazionale.
Le RSU d’Istituto sono state fortemente volute dai sindacati confederali ed in particolare dalla CGIL nell’obiettivo dell’occupazione tentacolare di tutti i luoghi di potere. Il calcolo della rappresentatività sul numero delle deleghe e sui voti ottenuti dalle RSU, anch’esso voluto dai Confederali, ha obbligato la Gilda ad entrare forzosamente nel gioco. La sostanziale inutilità di una contrattazione su poche briciole, l’aumento del livello di conflittualità nelle singole scuole, l’impotenza delle RSU di fronte a dirigenti accentratori o in mala fede, tutti questi fenomeni, largamente previsti dall’Associazione, hanno trovato conferma nell’esperienza di quest’ultimo anno. Lo sforzo che i colleghi impegnati nelle RSU sono costretti a profondere non è assolutamente bilanciato dalla scarsità (quando non si tratta di nullità) dei risultati ottenuti. La confusione di competenze fra Collegio e RSU va a solo vantaggio del dirigente e a tutto danno dei docenti.
La Gilda si impegna quindi a sviluppare proposte operative per il superamento dell’attuale struttura delle RSU di Istituto, fermo restando il pieno sostegno ai colleghi impegnati nella contrattazione di Istituto.

b) contenimento del fondo d’istituto

(La sopravvivenza della logica contrattuale legata alle RSU è ovviamente legata al fondo d’istituto. Non a caso nelle Linee guida per il contratto scritte dai Confederali, che specificano che deve essere “valorizzata la funzione contrattuale delle RSU”, si richiede una “rideterminazione dei parametri per l’attribuzione del fondo alle scuole”e l’estensione della contrattualizzazione - ad esempio dei pagamenti derivanti dall’utilizzo dei fondi europei).


c) ridefinizione degli “spazi” già presenti nella scuola (Collegio dei docenti e Consiglio d’Istituto) ed identificazione di nuovi spazi professionali per i docenti

(Va preso atto del fatto che il Collegio dei docenti è un organismo di fatto svuotato che ha mantenuto, in particolare negli Istituti comprensivi, solo poteri di ratifica. La direzione nella quale ci si sta muovendo con la riforma degli OOCC, va nel senso di un rafforzamento del Consiglio d’Istituto (Consiglio di scuola?) la cui presidenza viene affidata al Dirigente ed in cui il numero dei docenti è irrisorio, di una progressiva marginalizzazione del Collegio dei docenti, anch’esso presieduto dal Dirigente e della “opzionalità” del Consiglio di classe.
Si tratta di una direzione che enfatizza e potenzia gli organismi gestionali e svuota gli organismi professionali e didattici. Questa tendenza va invertita: ai docenti devono essere dati: spazi professionali adeguati, presenza numerica adeguata nei vari organismi, ruoli adeguat con l’espressione di pareri obbligatori e vincolanti in merito alla definizione del POF e alla sua articolazione organizzativa. Essenziale, in questa ottica, il conferimento ad un docente eletto della Presidenza del Collegio;


d) rivalutazione dell’Esame di Stato

La Finanziaria 2002 ha modificato le Commissioni degli Esami di Stato delle scuole del servizio nazionale di istruzione, passando da una commissione mista (interna-esterna) ad una commissione totalmente interna. Un Esame di Stato, la cui valenza esula quasi totalmente dalla “selezione” (non a caso nessun paese europeo applica una modalità di questo genere) subisce una netta dequalificazione. E’ interesse di un paese, interesse dei docenti e degli studenti stessi non delegare il processo di selezione al mercato, sia esso del lavoro o dell’università. In prospettiva una modifica dell’impianto dell’esame: abolizione degli esami orali, prima e seconda prova elaborate dalla commissione interna e terza prova disciplinare elaborata a livello centrale. L’accorciamento dei tempi che si otterrebbe con questo sistema permetterebbe di configurare impegni per i docenti analoghi nei due ordini di scuola e farebbe quindi saltare il compenso accessorio per l’Esame di Stato. I recenti richiami del ministro alla severità da parte dei Commissari ci sembrano però estemporanei e inopportuni, l’esame comunque deve essere l’esito finale di un percorso con il quale deve avere assoluta coerenza e in ogni caso deve essere equo, ma questo attiene alla professionalità dei docenti e gli appelli ministeriali rischiano di creare pericolose invasioni in ordine alla libertà di insegnamento.
Per tutto questo, la Gilda degli Insegnanti ribadisce la necessità che gli esami di Stato siano affidati a commissari esterni nel quadro di una approfondita e rigorosa riflessione organica dell’intero sistema dell’istruzione superiore, con la definizione di standard nazionali che garantiscano l’attuale valore legale del titolo di studio. Ribadisce inoltre che gli attuali esami di scuola secondaria di primo grado debbano avere un forte valore di orientamento per la prosecuzione degli studi, superando la struttura e la funzione dell’attuale inutile esame di terza media, che rappresenta ora solo un passaggio amministrativo e burocratico nel ciclo della formazione.
FIUGGI, 24 maggio 2002




























 calumetti    - 15-12-2003
Solo una domanda Mereghetti: chi va a vedere in classe se un docente legge Leopardi o la Gazzetta dello Sport?