breve di cronaca
Quante volte ti chiedi se ne vale la pena?
Christian Elia - 08-12-2003
Militari in bianco

Baghdad (Iraq)- Anche oggi, 5 dicembre 2003, tre iracheni e un soldato americano sono stati uccisi dall'esplosione di un ordigno nella zona meridionale di Baghdad. La polizia irachena ha aggiunto che l'esplosione ha ferito anche sedici persone. Lo scoppio e' avvenuto nella zona di un mercato vicini alla moschea al Samarria, nel quartiere meridionale al Jadida di Baghdad. Per avere un quadro della situazione in Iraq, PeaceReporter ha raggiunto telefonicamente un operatore umanitario italiano che ha chiesto di rimanere anonimo per motivi di sicurezza.




Quali sono le sensazioni di uno straniero a Baghdad in questo momento?

Dipende dal tipo di straniero, ovviamente. Penso che le sensazioni possono essere differenti rispetto alla nazionalità e al tipo di lavoro che fai. Le sensazioni che può provare un marine americano sono sicuramente diverse dalle mie, volontario in una organizzazione italiana. Lui si sente straniero venuto a combattere una guerra e quindi è un “target” rispetto a dei nemici. Io mi sento uno straniero venuto in un Paese dove c’è la guerra e quindi “target” di una violenza diffusa, sia da una parte che dall’altra.



Per la popolazione c’è differenza tra il trovarsi di fronte un americano o un cittadino di un altro Paese, o vengono percepiti nella stessa maniera?

Forse prima qualche differenza c’era, ora non più. Diciamo però che quando un esercito si camuffa da “aiuto umanitario”, è difficile per chi ha realmente portato un aiuto alla popolazione non venire scambiato per “esercito” a sua volta. Ultimamente iniziamo ad avere problemi anche noi, anche se viaggiamo con macchine che evidenziano la nostra attività. Per una sorta di convenzione le auto degli operatori umanitari sono sempre bianche, ma succede sempre più spesso che i militari della coalizione si muovano in borghese, armati fino ai denti, in auto bianche. Spesso poi si vedono in giro per l’Iraq delle autobotti con la dicitura “aiuto umanitario” sulle fiancate in mezzo a colonne militari. Questo genera una sovrapposizione pericolosa per noi. La settimana scorsa siamo stati circondati dalla folla a Al Mussaif, tra Baghdad e Kerbala e, quando gli autisti hanno detto che eravamo italiani, la risposta è stata “stessa merda”. Siamo riusciti ad allontanarci con difficoltà.


Quante volte ti chiedi se ne vale la pena?

A volte mi capita…non puoi non chiedertelo quando ti trovi di fronte a difficoltà che ti sembrano insormontabili e che ti pesano, non ti fanno dormire sereno fino a quando non trovi uno spiraglio di uscita e allora ti ci butti dentro, dimenticandoti perfino di dormire e spesso anche di mangiare. Ne vale veramente la pena? Penso che la vita vada vissuta facendo quello che ritieni giusto…vale sempre la pena di viverla fino in fondo. Si, se credi che sia giusto, ne vale la pena.



Quali misure di sicurezza adottate?

Dalle comuni misure dettate dal buon senso a quelle un po’ più avanzate. Dipende da dove ti trovi. A Baghdad oggi vanno adottate le misure di una città in guerra: lontani dalle finestre, luci abbassate e tende tirate, rispetto del coprifuoco, girare il meno possibile, un telefono sempre attivo in tasca e avere qualcuno che segue i tuoi movimenti. Ultimamente abbiamo iniziato a usare, specialmente durante gli spostamenti in zone poco sicure, dei giubbotti antiproiettile, ben sapendo che questi non ti possono proteggere fino in fondo.




Rispettare tutte questi accorgimenti, quanto influisce sulla tua vita?

La cambiano in maniera sostanziale. Non è bello sentirsi un bersaglio. La libertà di movimento è limitata e poi c’è la paura che, se non diventa un limite, è un ottimo deterrente per evitare di fare passi falsi o di mettersi nei guai.



Nonostante tutte le difficoltà, riuscite a ottenere comunque dei risultati?

Noi continuiamo a svolgere il nostro lavoro come sempre. Siamo in Iraq dal 1995 e il nostro programma va avanti e si espande addirittura verso sud, a Kerbala, con la costruzione di un nuovo centro chirurgico. Bisogna privilegiare i bisogni della popolazione che solo le organizzazioni non governative conoscono fino in fondo, soprattutto ora che l’Onu è andata via. Per questo i fraintendimenti sul termine “aiuto umanitario” mettono a rischio il lavoro di anni. Non è possibile confondere la componente umanitaria con quella militare.




Quanto è cambiato l’Iraq dopo la fine dei bombardamenti?

I bombardamenti non sono affatto finiti. A Baghdad, a Kirkuk e a Tikrit, gli aerei americani stanno ancora attaccando gli oppositori armati della coalizione, ma inevitabilmente finiscono per colpire anche i civili. Sembra che i media ubbidiscano a ordini che impongono di descrivere la situazione tranquilla e sotto controllo e che la democrazia, passo dopo passo, s’impone. Balle. La situazione è assolutamente fuori controllo. Nel Kurdistan iracheno, fino ad ora considerato una zona “sotto controllo”, dai mercati di armi sono scomparse le pistole. La gente non compra più i kalashnikov, perché troppo visibili, ma tutti girano con le pistole sotto le giacche. Un curdo, dopo quindici anni in Italia, è tornato ad Erbil, in Iraq, e si dice sorpreso del livello di tensione che si registra tra la popolazione. Prima non era così. Il traffico sembra impazzito, ci si azzuffa per nulla e subito si tirano fuori le armi. La criminalità è sempre più diffusa. L’elettricità, in molte parti del Paese, è ancora una chimera e la benzina, in uno dei paesi più ricchi al mondo di petrolio, è introvabile. Non funzionano né gli acquedotti né le fognature. La sanità e la sicurezza non sono garantite in nessun punto del Paese.



Cosa è cambiato nella vita della popolazione?

Spesso si registrano reazioni sorprendenti da parte delle persone: sono contente di essersi liberati di una dittatura opprimente, ma non comprendono perché gli americani e tutti gli altri ora non se ne vadano. Vogliono solo tranquillità. Si lamentano che tutte le carceri si siano svuotate e tutti i criminali, detti “ali baba”, scorazzino per il Paese saccheggiando, uccidendo e rapendo la gente.



Trovi che l’opposizione armata alle truppe della coalizione raccolga simpatie tra la popolazione?

C’è chi rimpiange Saddam? Si. Qui la gente sta imparando sulla propria pelle a distinguere tra quelli che sono veri atti di terrorismo e che imputano a elementi stranieri presenti nel Paese, da quelli che considerano atti di resistenza. Con tutte le loro divisioni interne, sciiti e sunniti, sono stanchi di vedere una occupazione militare, spesso arrogante e violenta. Qualcuno arriva addirittura a rimpiangere Saddam, ma non tutti quelli che attaccano le forze della coalizione sono nostalgici. Per esempio anche tra i curdi, notoriamente avversi al passato regime, si sta diffondendo un senso di fastidio per il governo provvisorio. Chiedono più potere da distribuire tra gli iracheni.


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