breve di cronaca
Scanzano, rabbia fuori sede
Il Manifesto - 27-11-2003


Tremila studenti fuori sede manifestano a Roma. Protestano contro chi vuole portare le scorie di tutta Italia nel polmone verde della penisola e promettono: «Torneremo con un corteo di automobili e bloccheremo la Fiat di Melfi»

SARA MENAFRA
ROMA


Un volantino attaccato al muro della facoltà con una chiara definizione «etnica» e un appuntamento per mercoledì scorso. Pierangelo, studente di ingegneria, è entrato nel Comitato Scanziamolescorie di Roma così e ieri, alla manifestazione degli studenti fuori sede lucani che si sono riuniti in piazza Santi Apostoli per portare il loro contributo alla lotta dei «paesani», era già nel servizio d'ordine dell'iniziativa. Giuliana invece, arrivata su un pullman da Bologna, spiega che «da noi è bastato il passaparola per organizzare tutto». Ebbene sì. Mentre tutti i sociologi d'Occidente dibattono da anni sulla «società individualizzata» in cui i legami territoriali scompaiono, a loro è bastato fare un giro di telefonate e spargere un po' di volantini con su scritto «lucani uniamoci» per arrivare a Roma con trenta pullman e tremila adesioni, resistere in piazza dalle nove all'una, sventolare cartelli con su scritto «Cosa vuoi di più dalla vita? Un lucano...vivo» e sfidare pure la pioggia che alla fine ha rispedito quasi tutti sulla via del ritorno. Sono i fuori sede della regione meno densamente popolata d'Italia, quelli arrivati all'università da cittadine come Policoro, Scansano Ionico, Rionero in Vulture e Avigliano, e che a quel piccolo nucleo di paese rimangono legati sempre cascasse il mondo, quelli che ogni volta che calano verso casa tornano indietro portandosi una valigia piena di pane cotto nel forno a legna, melanzane sott'olio e «soppressata» (tipico salume lucano), quelli che magari non hanno nessuna intenzione di tornare a vivere in Basilicata ma lucani lo rimarranno sempre. «Il mio paese, Avigliano, è a 120 chilometri da Scansano Jonico. Ma questo non c'entra, non è perché ho paura delle scorie che sono venuta a manifestare. E' perché non mi va che il resto di Italia ci consideri solo come un posto da sfruttare: dobbiamo essere il polmone verde anche per il nord, dobbiamo avere l'acqua per noi e per gli altri e adesso dobbiamo anche tenere le scorie nucleari di tutti», dice Lorella, 29 anni, studentessa di Psicologia a Roma.

Come lei in piazza Santi Apostoli la pensano quasi tutti, e il modello convince pure Anubi Lussurgiu Davossa dei Disobbedienti romani, che interviene dal palco improvvisato: «La vostra lotta racconta come si risponde ai soprusi in un altro modo, mettendo in primo piano il controllo del territorio e la volontà di scegliere autonomamente il proprio modello di sviluppo. E' un insegnamento anche per quelli che dovranno mobilitarsi contro le prossime scelte del governo in altri luoghi d'Italia».

A metà manifestazione, intanto, una delegazione di qualche centinaio di persone esce dalla piazza per andare a manifestare di fronte a Montecitorio. Alcuni di loro oggi incontreranno il governo e la commissione ambiente della camera che proprio oggi inizia l'analisi del decreto per l'evenutale conversione in legge. «Se le risposte non saranno positive - promette Mario, studente del liceo scientifico di Policoro, dal pullman che viaggia verso casa - passeremo ad atti più forti». Le idee in cantiere sono già molte: si parla di occupare la Fiat a Melfi, di bloccare l'estrazione del petrolio, o di marciare su Roma con un lungo corteo di automobili che si muova compatto alla velocità massima di 40 chilometri all'ora.

Linea dura, insomma, come assicura anche Nicola Lopatriello, l'agguerrito sindaco di Policoro arrivato anche lui a Roma e che pur essendo stato eletto nelle fila della stessa maggioranza che ha scelto la sua regione per scaricare 80.000 metri cubi di scorie radioattive per i prossimi 150.000 anni lancia minacce a raffica: «Abbiamo isolato la Basilicata, ma sposteremo la manifestazione con più forza a Roma. Pensiamo di creare qualche problema anche qua, magari attuando i blocchi stradali», dice e aggiunge: «Come sindaco sono stato tra i primi a bloccare l'autostrada Salerno Reggio Calabria e per questo ho ricevuto anche denunce. Siamo disposti ad andare fino in fondo, ne va del futuro dei nostri figli».

Il prossimo obiettivo è quello dell'allargamento della protesta alle altre regioni d'Italia. Un traguardo non facile, dato che ogni consiglio regionale teme che la spada di Damocle delle scorie nucleari cada sulla propria testa, ma non impossibile se è vero che ieri l'assemblea plenaria dei presidenti dei consigli regionali e delle province autonome d'Italia che era riunita a Milano ha mandato un messaggio di solidarietà alla manifestazione. Il punto comune del documento che condanna la scelta di Scanzano Jonico punta tutto sul metodo scelto dal governo che ha deciso di non rispettare neppure la propria decisione presa un anno fa: quella che il 7 marzo 2003, stabiliva il coinvolgimento di una «commissione tecnica integrata da un rappresentante della regione interessata» nella scelta del sito unico.

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 Comune di Scanzano Jonico    - 27-11-2003

Scanzano Jonico cancellato dal decreto legge n. 314/2003
Entro 18 mesi dovrà essere individuato il sito unico nazionale
27/11/2003 16.14.15



Con un emendamento approvato dal Consiglio dei Ministri di oggi 27 novembre 2003, il nome di Scanzano Jonico è stato cancellato dall'art. 1 del Decreto Legge n. 314/2003 che individuava il comune lucano quale deposito unico nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari. La popolazione è scesa in piazza, nelle strade ed in ogni luogo manifestando la gioia per il risultato ottenuto. Dopo giorni di blocchi stradali e ferroviari e notevoli sacrifici fisici ed economici la popolazione ritiene di aver messo fine a quella che da più parti è stata definita la morte annunciata del popolo lucano.