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Creative Commons: il Copyleft prende forma.
Attivista.com - 25-11-2003


La necessità di dare una forma legale al Copyleft, ossia l'accordarsi su quale debbano essere le forme di licenza tramite le quali i "prodotti dell'ingegno" possano essere distribuiti in maniera socialmente vantaggiosa e, nel contempo, siano capaci di tutelare la proprietà intellettuale sembra cominciare a prendere forma reale, nonchè a svincolarsi dall'ambito esclusivo delle licenze concernenti il free software: questo è il progetto Creative Commons. (Da notare comunque quanto tali licenze abbiano fondamento e siano una "estensione dell'ambito" della GNU General Public License)

Il progetto non è recentissimo, comincia ad avere una sua storia; nasce nel 2001 dall''iniziativa di diversi personaggi: giuristi, esperti di diritto informatico, associazioni universitarie, editori, attivisti.
Fonda quindi su solidi presupposti culturali ed intellettuali, e, non secondariamente, su risorse economiche capaci di sostenerne la diffusione mediatica. (A riguardo collaborano fondazioni come la MacArthur Foundation e il Center for the Public Domain)
Quali gli obiettivi dichiarati? "Our aim is not only to increase the sum of raw source material online, but also to make access to that material cheaper and easier."

Tali nuove forme di licenza prendono avvio quindi dall'esigenza di regolamentare in maniera equa lo scambio di "beni intellettuali" attraverso il web, necessità che si sviluppa nell'ambizione di rendere fattibile uno scambio più facile e a basso costo, moderando le impraticabili esigenze del Copyright.
Si noti quanto si parli di diverse licenze: il Copyleft non può essere "unidirezionale".
Occorre che si sviluppi prevedendo svariate possibilità, affinchè le singole circostanze siano di volta in volta adeguatamente sostenute.
Soffermiamoci quindi in dettaglio su esse.

Ne vengono proposte, suppongo solo per ora, quattro.

1) Attribution
Tradurrei "licenza per attribuzione": L'autore permette che la sua opera sia copiata, distibuita, mostrata, (etc: secondo la sua natura) soltanto sotto la condizione che chi compie tale azione ne citi chiaramente fonte e autore.
* L'esempio addotto è a riguardo eloquente: un fotografo pubblica le sue foto sul suo sito, un webmaster copia una foto inserendola nel suo; può farlo se cita esplicitamente e chiaramente il sito e il nome del fotografo.

2) Noncommercial
Licenza "non commerciale": è la licenza per attribuzione applicata soltanto a mezzi di diffusione che non hanno fini di lucro.
Se i mezzi di diffusione hanno fini di lucro le cose cambiano.
* Continuando con l'esempio precedente: se il webmaster fa di quella foto un poster egli non può venderlo senza l'autorizzazione del fotografo (ovviamente il fotografo deve aver dichiarato di rilasciare la sua foto secondo questa licenza)

3) No Derivative Works
Tradurrei licenza di "copia inalterata". (testualmente sarebbe: "limitazione sulle opere derivate")
L'autore permette che la sua opera sia copiata, distibuita, mostrata, (etc, secondo la sua natura) soltanto se essa non viene modificata.
* L'esempio addotto riporta il caso di una canzone.
Se l'autore ha scelto di distribuirla secondo questa licenza nell'eventualità che un Dj voglia farne un remix non può farlo liberamente.

4) Share Alike
Tradurrei "licenza d'ereditarietà" (Complementare, ma incompatibile, con la precedente)
L'autore permette che la sua opera sia MODIFICATA a patto che le nuove versioni siano distribuite utilizzando le licenze che egli ha scelto di applicare all'orginale.
(Se questa forma non ha nessun senso per le opere letterarie ne ha invece, e tanto, nel software)

E' chiaro quanto quanto le licenze siano utilizzabili contemporaneamente, ad esempio, posso scegliere di applicare a questo articolo le licenze Non Commercial e No derivative Works.

Penso che non occorra aggiungere altro, se non confessare che considero la scoperta della Creative Commons, per quanto riguarda la mia esperienza personale, un'evento notevole, ciò che era semplicemente desiderato, indistinto, ipotizzato è invece una realtà che già prende forma.
Tutto ciò non sarebbe potuto accadere se non fossi acceduto a copydown.inventati.org, nel quale potrete trovare ulteriori informazioni.

* Il progetto Creative Commons
* Il set di licenze libere CC: gli aspetti comuni
* Il set di licenze libere CC: le scelte dell'autore

Riguardo il "ciò che era semplicemnte desiderato, indistinto, ipotizzato" segnalo tre miei articoli.

* Dalla particolarità dell'etica hacker alla generale etica del Copyleft.
* Software libero e nuove esigenze legali
* Copyleft: anzitutto una predisposizione morale


Danilo Moi

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 Anna Masera    - 28-11-2003
La privatizzazione delle idee



Internet è il più strepitoso mezzo di comunicazione che sia mai esistito e oggi la legge sulla proprietà intellettuale è la più restrittiva che sia mai esistita. Chi ha paura delle idee in circolazione? Chi sono i nuovi nemici della libertà? Ne ha parlato per la prima volta in Italia - invitato al Lingotto di Torino al convegno sulla «Conoscenza come bene pubblico comune» organizzato settimana scorsa dal Csi Piemonte - Lawrence Lessig, autore di «The future of ideas» (il futuro delle idee), professore di legge alla Stanford University, massimo esperto mondiale per gli aspetti giuridici della tutela e della condivisione della conoscenza in Rete: cioè gli aspetti giuridici che definiscono la nostra libertà, la nostra democrazia e, soprattutto, la libera circolazione delle idee.


«Siamo passati da una società libera a una società feudale, c’è un allarmante ritorno al maccartismo in America» è l’allarme di Lessig. «Così come McCarthy negli anni ‘50 - sostenuto dal clima internazionale di guerra fredda tra Usa e Urss - condusse una assurda guerra terroristica contro le streghe comuniste negli Usa, oggi McCarthy è tal Lois Boland che - sostenuto dagli interessi di potenti lobby multinazionali (gli imperi dei media guidati da Hollywood e dalle major discografiche) che si sentono minacciate da Internet - conduce una guerra a tutto campo in nome della proprietà intellettuale e del diritto d’autore, regolamentando tutto oltre ogni limite di ragionevolezza.

Un esempio paradossale? Un ragazzo ha pubblicato su Internet le istruzioni per insegnare ad Aibo, il cagnolino-robot della Sony, a ballare il jazz. Ora: nella vita civile di un paese libero e democratico, non è vietato ballare e non è vietato il jazz. Eppure, grazie alle nuove leggi restrittive passate dagli Usa, che - ricordiamolo! - furono fondati da pirati che cercavano la libertà, il ragazzo è stato diffidato dalla Sony per pirateria. Ha senso vietare di modificare una tecnologia di per sé, anche se non si danneggia nessuno? Ha senso che qualsiasi utilizzo di «proprietà intellettuale» sia illegale, che sia sempre necessario chiedere il permesso? La società libera è basata sull'idea esattamente opposta: che tutto è permesso, tranne ciò che è proibito. Il pubblico dominio è un patrimonio comune da difendere e il bene pubblico dovrebbe essere una risorsa a disposizione di tutti, purchè nessuno la consumi privandone gli altri.

Certo, il valore del «copyright» è cambiato con l'arrivo del Web. Nell’era digitale, autori ed editori vogliono difendersi da un incubo: che il numero delle copie delle loro opere vendute o cedute sotto licenza su Internet sia uno. Il loro problema è economico, di modello di business che viene messo in discussione con le nuove tecnologie. La guerra scatenata dalle nuove leggi restrittive, d’altro canto, sta diventando l’incubo degli utenti-consumatori: che il tentativo di preservare il mercato conduca a protezioni tecniche e legali tali da ridurre drammaticamente l’accesso al patrimonio intellettuale e culturale della società. Altro che beni pubblici: qui è in atto la privatizzazione delle idee.

«Ci deve essere nella nostra vita culturale una zona libera dai cavilli legali che, alla fine, riempiono solo le tasche degli avvocati» sostiene Lessig, che è - peraltro - un avvocato (opera con la Electronic Frontiers Foundation, che difende i diritti degli utenti elettronici). L’ultima sua causa, quella del caso noto come «Eldred vs. Hashcroft», in cui difendeva il programmatore Eric Eldred contro la Walt Disney, l’ha persa. «Abbiamo perso perché la Corte ha giudicato non a favore dei princìpi costituzionali, ma a favore di chi aveva più soldi» accusa. McCarthy non ha mai avuto i finanziamenti che hanno i difensori della proprietà intellettuale, sottolinea Lessig: per questo è difficile battere il nuovo maccartismo americano.

L’ultima estensione della legge americana sul copyright, nota con il nome di Sonny Bono Copyright Extension Act o con il nomignolo di Mickey Mouse Law, è stata approvata da Clinton per estendere il copyright a Topolino che stava per diventare di dominio pubblico come lo sono le opere di Shakespeare. Secondo Eldred, il Sonny Bono Act viola i diritti sanciti dalla Costituzione Usa nell’articolo 1 della sezione 8, in cui si dice che i diritti d’autore vanno tutelati per un «periodo limitato» per garantire il progresso dell’arte e dalla scienza. Il nodo è il «periodo limitato»: se il Congresso continua a rinnovare periodicamente l’estensione dei termini temporali dei diritti del copyright il periodo non è più «limitato», ma tende a divenire di fatto «illimitato».

I teorici del capitalismo sanno che George Eastmann Kodak fece fortuna con le fotografie perché visse in un’era in cui la circolazione delle immagini era libera: perché nel 1888 non c'erano leggi che imponevano la necessità di chiedere il permesso di pubblicazione o ri-pubblicazione, rischiando altrimenti di essere tacciati per pirati/ladri. Oggi invece con il Digital Millennium Copyright Act (Dmca), firmato dal democratico Clinton «per compiacere la lobby di Hollywood» sottolinea Lessig, la protezione è automatica e garantita per legge su qualsiasi produzione creativa: al di fuori dell’uso lecito, il cosiddetto «fair use», tutte le copie di qualsiasi creazione sono illegali.

Come uscirne? Lessig è convinto che l’Europa, dove il movimento Open Source (che non è contro il copyright, tutt'altro: è il copyright che rende possibile a programmi come Linux di restare aperti, e non è gratis, anzi: la Ibm guadagna con i software Open Source) per la libera diffusione della conoscenza è più politicizzato che negli Usa e c’è più speranza di riuscire nella battaglia contro multinazionali proprietarie come la Microsoft, possa avere un ruolo di stimolo per far tornare gli Usa sulla strada equilibrata della ragionevolezza. Ma le nuove leggi sul tavolo a Bruxelles per la brevettabilità del software non alimentano queste speranze. La battaglia è appena cominciata.
Intanto, c’è già un sistema globale di copyright più semplice, che elimina gli intermediari e mette in contatto l'utente con l'autore/creatore: si chiama Creative Commons, punta alla collaborazione, al permesso d'uso. Al «valore delle idee».


Tratto da La Stampa