Terrorismo e mestiere delle armi
Aldo Ettore Quagliozzi - 21-11-2003

Afferma Susan Sontag: “ ( … ) … la parola “ terrorista “ è più duttile di “ comunista “. Può accomunare un maggior numero di lotte e interessi diversi. Ciò probabilmente significa che la guerra sarà infinita, perché esisterà sempre qualche forma di terrorismo ( così come esisteranno sempre povertà e cancro ); vale a dire, conflitti asimmetrici in cui la parte più debole utilizza una forma di violenza che di solito prende di mira i civili. La retorica politica americana, che non coincide necessariamente con l’opinione pubblica del paese, è pronta a sostenere questa infausta prospettiva, poiché la lotta contro il male non ha mai fine. ( … ) “ ( letto su “ La Repubblica “ del 20 Novembre 2003 )



E’ la grande paura che attraversa la coscienza democratica degli Stati Uniti d’America.
A quando il nuovo fronte? Ed in quale continente? E quale altro paese che non sia ancora sotto l’influenza politico-economica della più grande potenza del pianeta subirà il prossimo attacco anti-terroristico?
E’ la dottrina della guerra preventiva che “ fluisce “ inopinatamente nella dottrina della guerra totale e globale al terrorismo? E con quali obiettivi? E con quali alleati? E sempre con decisioni unilaterali che non abbiano l’avallo delle grandi organizzazioni mondiali?
Sinora la più grande potenza mondiale ha saputo opporre al “ terrorismo “ l’antico mestiere delle armi, peraltro “ antico mestiere “ condotto oggi con le armi tecnologicamente più avanzate ed in dotazione solamente alla più grande potenza militare del momento.
E’ stato in fondo “ agevole “ alla più grande potenza del mondo condurre una guerra tecnologica del tipo visto in Iraq, ove l’elemento umano è stato surclassato dalla tecnologia che le moderne armi hanno raggiunto: missili teleguidati e bombe intelligenti, che non consentono ai loro utilizzatori di osservare lo scempio che esse producono, le distruzioni ed il dolore che in forme devastanti esse infliggono nella carne viva degli inermi cittadini, donne, bambini, uomini, vecchi.
Sparate da altezze infinite esse hanno il vantaggio di non “ demoralizzare “ i loro utilizzatori, ai quali non è concesso il tempo della visione delle loro azioni e non hanno pertanto l’opportunità di rielaborare un qualsiasi “ sentimento “ conseguente all’azione compiuta.
Ma una volta dichiarate concluse da parte della più grande potenza militare del mondo “ le ostilità militari “, ovvero il più classico dei “ conflitti asimmetrici “ tanto per usare il termine caro alla Sontag, ecco avanzarsi e sostituirsi una guerra condotta sul terreno, combattuta palmo a palmo, con le armi e le azioni di sempre, da parte di un esercito non più regolare ma che attinge la sue forza nel malessere profondo di un paese martoriato ed allo stremo da decenni di embargo, mortificato ed ammutolito da una dittatura crudele, senza tecnologie da opporre alla strapotenza americana e che ha visto le sue forze armate, la famosa “ pistola fumante “, liquefarsi alla prime ondate di missili e di bombe intelligenti, senza avere neppure il tempo per brandire quelle supposte “ armi di sterminio di massa “ che avrebbero svolto forse una azione di contenimento e di deterrenza.
La più grande potenza del mondo ha affrontato il problema Iraq inventando nel quotidiano le più inverosimili giustificazioni, giustificazioni da offrire agli alleati più servizievoli o reticenti e ad una opinione pubblica mondiale manifestamente insofferente di fronte a decisioni che sono sembrate subito improntate alla più cruda logica del “ mestiere delle armi “, e senza nel contempo prospettarsi e prospettare, con l’intelligenza della politica e non delle bombe, altre “ uscite di sicurezza “, tanto è stata cieca la fiducia nella tecnologia delle armi possedute.
Oggi l’invocazione del “ serrare le fila “ in questa lotta al terrorismo, che la guerra tecnologica avrebbe dovuto sconfiggere al primo urto tecnologico, rivela la pochezza delle analisi degli strateghi della più grande potenza del mondo e dei suoi proni alleati-vassalli, per i quali ultimi inizia invece il calvario delle grandi e dolorose perdite in vite umane, non essendo essi più al riparo dello scudo tecnologico creato dalla gigantesca forza militare americana; sul terreno infatti, nelle azioni di guerriglia di certo diffuse e di cui i media poco danno notizia, se non per i fatti più eclatanti ed assordanti tali da bucare “ il video “, il fattore umano torna ad essere preponderante e il conflitto allora torna ad essere asimmetrico, nel senso che nella battaglia condotta sul terreno conteranno di più la determinazione e la rabbia degli uomini disposti a farsi bomba con le proprie viscere, i propri muscoli, il proprio sangue, pur di sconfiggere un nemico riconosciuto, al contrario di quegli uomini che, venuti da lontano, hanno caricato tutta la loro determinazione sulla superiorità tecnologica la quale, al momento non più utilizzata, li rende privi di uno scudo di difesa e quasi inermi ed in balia delle azioni avverse.

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 Francesco Paolo Catanzaro    - 22-11-2003

Lotta al terrorismo

I recenti attentati al contingente italiano, ad Istanbul, alle forze di pace inviate dalle nazioni hanno portato a rivelare il vero volto del terrorismo internazionale. C'è la volontà di far del male, di diffondere la brutalità nel mondo. Ed è errato intravedere solo un attentato al sistema di vita occidentale, un bisogno di scatenare le religioni in aperta guerra. La realtà è quella di un continuo logoramento alle democrazie occidentali ed islamiche. Pertanto la strategia deve essere quella dell'unione del cristianesimo e dell'islam moderato contro questa crudele strategia integralista che ogni giorno racconta la sua disperazione ed il suo sangue. Può esistere un mondo di pace se le menti fondamentaliste non cercano dialogo ma propongono solo soluzioni di morte? Solo il dialogo ed il ridimensionamento del proprio integralismo, il regime della tolleranza potranno far ottenere risultati di pace. Altrimenti saranno sempre e solo stragi, sangue dolore e disperazione.

 Giuseppe Aragno    - 22-11-2003
Cinquantacinquemila morti sono costate la pace e la democrazia occidentali in pochi giorni di bombardamenti in Irak. Le vittime delle mine antiuomo, degli embargo, delle violenze grandi e piccole infllitte ad un popolo sventurato negli anni corsi tra le due guerre del golfo, non si contano.
Il giorno in cui noi celebravamo funerali di Stato ubriacandoci di bandiere e discorsi, proprio in quel giorno, mentre i cardinali crociati tuonavano nelle nostre chiese, dieci iracheni disarmati venivano falciati da mitra della civlità che li avevano scambiati per terroristi e, alla fine della giornata, Bagdad ha pianto ventiquattro morti. Questo le televisioni di Stato non si azzardano a dirlo, questo ce lo teniamo nascosto, questo non si dice, ma il seme delle tragedie che deprechiamo lo gettiamo noi nei solchi in cui facciamo correre il sangue. Poi, ipocritamente stupefatti, caviamo fuori l'armamentario dei luoghi comuni.
Mentre io scrivo, mentre qualcuno legge, un bambino muore di fame e stenti. Ogni venti secondi ne muore uno, ogni giorno, ventiquattr'ore su ventiquattro. Quanti sono in un mese? Quanti in un anno? Facciamocelo il conto, per favore, e ricordiamo: a salvarli basterebbe la rinunzia ad una percentuale minima dei nostri sperperi.
Ci vorrebbe poco, pochissimo per estirpare alla radice la pianta della disperazione che genera il terrorismo. Ma il terrorismo serve: è l'alibi necessario a giustificare la nostra miserabile politica.