Guerra infinita
Francesco Mele - 18-11-2003
Vi giro un articolo di Bruno Giorgini che condivido.

Dal quotidiano Il Domani
di Bologna


C'e' da essere furibondi. Furibondi e impotenti. Per la strage dei soldati italiani (e i civili iracheni, ma quelli ormai non si contano piu'). Ascolto il dibattito parlamentare e mi vengono i brividi. Gli onorevoli sembrano cascare dal pero: toh, c'e' la guerra?! E attaccano e uccidono i nostri soldati?! Quasi avessero creduto alla loro stessa propaganda dell'azione militare come umanitaria, e non di guerra, la guerra degli USA. Non sanno nemmeno che pesci pigliare. Oggi c'e' il lutto: discuteremo domani. Ma va! E intanto gli altri soldati, i vivi?
Che fanno, si nascondono nei bunker? Aspettando che passi la tempesta?
Li portiamo a casa o si mettono a far la guerra dando la caccia ai nemici? E chi sono i nemici?
Stanno li' i carabinieri e i fanti della Sassari senza chiare regole d'ingaggio, ostaggi di una strategia decisa da altri, il comando USA, e bersaglio dei guerriglieri di Saddam o di Bin Laden o di chissa' chi. Non lo so io, e passi. Ma pare non lo sappia il governo, Martino appariva spaesato, e questo e' un po' peggio.
C'e' da rimpiangere sul serio Andreotti. Sono nato nel 46, e a mia memoria, e' la prima volta che tanti soldati italiani muoiono al fronte, in guerra, per di piu' non dichiarata. Anche in Parlamento quasi nessuno pronuncia la parola, ipocrisia sublime se non fosse tragica. L'Irak non e' la Bosnia.
Ho conosciuto i carabinieri a Mostar, i bersaglieri a Sarajevo. Separavano contendenti e fazioni.
Con inglesi, tedeschi, francesi, spagnoli. Benvoluti in genere. Si muovevano con delicatezza e intelligenza. Distinguendosi dagli americani, che a gruppi di tre spazzavano i marciapiedi e dovevi scostarti.
Mi disse un ufficiale USA altolocato, criticando i soldati europei, che l'esercito "deve fare paura", a tutti. Che solo con la paura si poteva mettere ordine tra quei matti e barbari di slavi.
In Bosnia non operavano combattenti ostili, organizzati, animati dalla guerra santa, disposti a tutto fino alla morte.
Come spaventi o terrorizzi (terrificare i terroristi, ha scritto un teorico della strategia) chi pratica la sua propria morte come arma? E sono centinaia se non migliaia.
Non era ancora accaduto l'11 settembre e Bush non aveva scatenato la guerra globale, unilaterale e preventiva.
Che adesso e' arrivata fin sotto il Pavaglione. Due dei soldati uccisi erano di stanza a Budrio, un carabiniere era nato a Bologna, dove ancora vivono i suoi genitori. Non e' piu' possibile far finta di niente, per nessuno. Se l'Italia e' in guerra. quasi senza saperlo, bisogna dire: la pace e' inevitabile.
Deve esserlo, per ciascuno e in ciascuno.
La pace e' l'unico ordine possibile, laddove la guerra e' e provoca caos.
Dirlo e ridirlo, sapendo che non basta.
Anzi e' poco meno di niente.
Ma e' l'unico modo di condolermi per questi soldati morti.
L'unica pietas che sento autentica.

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 ilaria ricciotti    - 18-11-2003
Un soldato suona il silenzio.
Un silenzio sordo,
un silenzio che richiama la mente
al ricordo,
a tanti ricordi.
Il silenzio assordante della guerra,
con i suoi morti,
con la sua violenza ,
che desertifica,
che inaridisce,
che fa male.

l'Italia si ferma per un minuto.
Si celebrano questi uomini-soldato,
il dolore inscrivibile dei familiari,
di quanti hanno loro voluto bene.

Il cuore di chi ama la pace
è stracolmo di dolore,
è stracolmo di rabbia,
è stracolmo di vuoto,
è stracolmo di buchi neri,
di crateri effusivi.

Perchè ci chiediamo.

Ma, le risposte
non sempre soddisfano le nostre anime.

Un soldato suona il silenzio,
sordo,
criminalizzato,
interrotto solamente dal pianto di chi ha perso
un figlio,
un marito,
un padre,
un amico,
un uomo,
che come altri sono morti in Iraq e per l' Iraq.



 Gianni Mereghetti    - 21-11-2003
Il commento che don Giussani ha fatto al TG2 il giorno dei funerali delle vittime di Nassirya è stato commovente fino a raggiungere l'altezza e la profondità della vera poesia, quella che coglie il mistero come realtà viva, e non come spesso accade come qualcosa che non si sa.
Don Giussani ha portato alla luce la questione decisiva di questi giorni, in cui tutti abbiamo riscoperto che la vita vale solo per l’ideale che la muove. Che in questi giorni di dolore si faccia largo una positività è un paradosso, ma la vita è intessuta di questi paradossi, tanto che il bene si trae talvolta dallo stesso male. Però questa evidente positività, che ci ha uniti in modo misterioso, finirà nel nulla se non diventerà vita quotidiana. E per questo non c’è altra strada che l’educazione! Non c’è oggi altro compito se non rispondere a questa domanda che la vita urge.

 Anna Pizzuti    - 23-11-2003

Dal Testo del decreto-legge coordinato con la legge di conversione

pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 191 del 19 agosto 2003 (*) Le modifiche apportate dalla legge di conversione sono stampate con caratteri corsivi

Capo I
Missione umanitaria e di ricostruzione in Iraq e interventi per calamità all'estero

Art. 1
Missione umanitaria e di ricostruzione in Iraq

1. È autorizzata, fino al 31 dicembre 2003, ad integrazione delle somme già iscritte in bilancio in applicazione della legge 26 febbraio 1987, n. 49, la spesa di euro 21.554.000 per la realizzazione di una missione umanitaria e di ricostruzione in Iraq, intesa ad assicurare interventi per il miglioramento delle condizioni della popolazione irachena ed il coordinamento delle azioni e delle attività previste dal presente decreto.
La missione assicura altresì i rapporti con le autorità, le strutture amministrative e di governo, nonchécon le autorità locali e la partecipazione alle attività degli organismi internazionali, anche avvalendosi di un apposito contingente di personale ed esperti.

2. Gli interventi di cui al comma 1 sono destinati in particolare:
a) al settore sanitario, per la riabilitazione e la riorganizzazione delle strutture clinico-assistenziali e per il potenziamento e la ristrutturazione del sistema di sanità pubblica, con particolare riferimento alla attività di prevenzione e profilassi delle malattie trasmissibili;
b) al settore delle infrastrutture, con particolare riferimento alla riabilitazione ed al risanamento di quelle viarie, portuali ed aeroportuali, elettriche, idriche, agricole e delle comunicazioni, anche elettroniche;
c) al settore scolastico, con particolare riguardo alla riabilitazione funzionale delle relative strutture;
d) al settore della conservazione del patrimonio culturale, per il ripristino della funzionalità delle strutture destinate alla tutela ed alla gestione dello stesso, nonché al restauro dei beni culturali danneggiati.

Gli altri articoli in http://www.senato.it/leg/14/Bgt/Schede/Ddliter/20131.htm


Ora io mi aspettavo che, passati i giorni del lutto, si sarebbe aperto un dibattito stretto e serrato sul che fare. E che tutti andassero a riguardare la legge che ha mandato carabinieri e soldati in Iraq, per controllare se fosse ancora congruente con la situazione che si è creata (e che era facile immaginare)
E invece non è accaduto.
Il dibattito c'è, tra chi pensa e si interroga con lucidità, ma si fa strada a fatica, soffocato dalla disinformazione ormai imperante (non mi sembra sia stata data notizia delle manifestazioni di oggi) o rotto e spezzato da quei se e da quei ma che non volevamo ascoltare il 15 febbraio.
Non erano stati mandati per sacrificarsi, i "nostri ragazzi" e non erano stati mandati a fare quello che ora stanno facendo, cioè difendersi da attacchi, che si stanno ripetendo, o svolgere operazioni di polizia.
Sarà un ragionamento troppo semplice, il mio, ma le ragioni del ritiro, paradossalmente, stanno nella legge che li ha mandati. Se quella legge era stata fatta in buona fede.