Quell'onda..... e questa spiaggia
Anna Pizzuti - 17-11-2003
«L'applicazione del tempo pieno alle elementari e del tempo prolungato alle medie è stata molto positiva, perché un gran numero di scuole ha utilizzato in maniera straordinariamente efficace le ore in più».

Inizia con questa straordinaria affermazione l’intervista che il sottosegretario Aprea ha rilasciato, giorni fa, al Sole 24 ore.

Straordinaria soprattutto perché, proseguendo nei riconoscimenti, riesce a dimostrare che:

a) se qualcosa è molto positivo va cambiato

b) che, pur riducendo l’orario, il tempo pieno rimane invariato.

Il sottosegretario accomuna, nelle lodi, il tempo pieno alle elementari e quello prolungato nelle scuole medie. Solo che poi svolge tutto il suo ragionamento sul primo, dimenticando il secondo.

In effetti della riconversione/ristrutturazione – o sarebbe meglio dire rottamazione – che il tempo prolungato viene a subire nella scuola primaria si sta parlando molto poco, come del resto poco si sta parlando dell’intero impianto di riforma di questo grado di scuola.

Sono andata perciò a riguardare lo "schema di decreto, nella parte che riguarda la scuola primaria, e ne ho estratto l’articolo 10, quello che parla, appunto, delle attività organizzative e didattiche nella scuola primaria.




Il bello è che, se per tempo prolungato si intendevano le ore svolte nel pomeriggio, in attività di approfondimento, di recupero, di progetto, viene da dire: bene, ora saranno svolte in tutte le scuole, quindi il sottosegretario è coerente.

Naturalmente così non è

Molti sono gli aspetti della riforma dei quali non si riesce a capire come saranno attuati, ma tra questi molti, l’orario della scuola media, pardon primaria, mi sembra quello che più di tutti si pone ai confini della realtà.

Dunque: le ore obbligatorie saranno 27, ma dovranno comprendere la quota regionale e quella di istituto. E la seconda lingua comunitaria. E si parlava anche di nuove discipline, mi sembra di ricordare … E, infine, dovrebbe esserci la cattedra a 18 ore.

Certo che anche l’“onda lunga” che sommerse la legge 30, tanto facile da comprendere non era.
Ma la spiaggia verso cui era diretta, sicuramente sarebbe stata più accogliente di quella verso la quale ci sta trasportando questa deriva.

Torniamo al decreto.

Le 198 ore pomeridiane vanno organizzate, obbligatoriamente, ma la loro frequenza è facoltativa, opzionale (i sinonimi sono del commentatore del decreto, forse pensava non si capisse bene) e – come si è dovuto chiarire - gratuita.

Che rapporto ci sarà poi tra queste ore e quelle curricolari, se cioè toccheranno d’ufficio agli insegnanti che perderanno tempo scuola al mattino (vedi tabella riportata in finestra) o a “esperti esterni” come recita il punto 4 dell’articolo 10 (ma allora, veramente, che fine faranno gli insegnanti di educazione tecnica?) non è dato saperlo.

Come non lo sanno le scuole, che, in teoria dovrebbero essere al lavoro già da adesso, per organizzarsi, visto che le famiglie sono chiamate, per decreto, a scegliere a settembre.

Già, le famiglie: le famiglie degli alunni hanno facoltà di decisione e di scelta.

“Decideranno le famiglie” è del resto, il titolo dato all’articolo che citavo all’inizio.

Chi ci ha lavorato e ci lavora sa che il tempo prolungato è qualcosa di ben diverso, soprattutto, di ben strutturato e chiaro. Certo che c’è un collegamento forte con le famiglie, che o lo chiedono o sono consultate sulla sua istituzione. Ma, una volta istituito, procede con una certezza di organizzazione e di finalità che l’autonomia della scuola può solamente migliorare, non gettare nell’incertezza di una contrattualità assurda che farà diventare scuole e famiglie delle vere e proprie controparti, ricattabili l’una dalle altre ed anche viceversa.
Del resto non ci vuole molto ad immaginare quello che accadrà. Basta riflettere sulle parole usate dal commentatore del decreto: le famiglie non sono chiamata a collaborare con la scuola in quanto isituzione, bensì alla
definizione del percorso formativo del proprio figlio, nel rispetto delle sue vocazioni, attitudini e inclinazioni.

Una differenza di non poco conto

Sulla base della quale, concludendo, mi chiedo: se sono le famiglie e solo le famiglie a conoscere vocazioni, attitudini ed inclinazioni dei figli, perché la legge 53 è attraversata dall’ossessione per l’orientamento? Non sono le famiglie – Aprea docet – a decidere?


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