Agire o eseguire
Marino Bocchi - 13-11-2003
L’ articolo di Umberto Galimberti recentemente uscito su Repubblica appartiene alla serie degli avvenimenti eccezionali. Nel senso che pone e ci pone, come docenti, una serie di domande cruciali.

Anche se il tema della scuola e dell’educazione non è mai esplicitato esso agisce, per così dire, sottotraccia, intrinseco all’oggetto intorno a cui l’argomentazione si sviluppa. Tale oggetto si potrebbe formulare con una domanda: è ancora possibile parlare di Etica in una società come l’attuale, dominata dalla centralità del mercato e degli apparati tecnico-scientifici?

La risposta di Galimberti è netta: l’Etica è definitivamente morta.
E’ una linea di pensiero che l’autore svolge da anni e che ha il suo referente in Heidegger. Ma Galimberti, con la straordinaria chiarezza e lucidità che gli è propria, porta l’assunto alle estreme conseguenze. Il che dovrebbe sollevare più di un interrogativo a chi di mestiere fa l’educatore. In quanto educare vuol dire presupporre un piano etico di sfondo. Su questo, mi sembra, dovremmo essere tutti d’accordo.
E se allora Galimberti ha ragione, se le osservazioni che svolge sono corrette, quale compito resta alla scuola e a noi, come docenti?

Se l’etica è morta, anche la scuola è morta.

E’ un’affermazione forte, che però, grazie a Galimberti, ci può aiutare a chiarire lo scenario attuale.
Che la scuola sia data, di fatto, per morta nei programmi di riforma della Moratti, è una constatazione evidente. Nonostante il velo di concetti e formule pedagogiche con cui i suoi zelanti collaboratori hanno provato a mascherare il decesso, occultando il cadavere.
E non è un caso, sempre nell’ottica del ragionamento di Galimberti, che la Moratti sia una manager, un’imprenditrice, cioè un’esponente di quella cultura del mercato (della divinizzazione del mercato, si dovrebbe piuttosto dire) che per sua natura rifiuta ogni discorso etico. Perché? Il perché Galimberti lo spiega lungo il filo del suo ragionamento e lo sintetizza, nel finale, ricorrendo ad una coppia antitetica: l’agire e il fare (o l’eseguire). Considerata l’importanza che questi due concetti assumono vorrei arrivarci per gradi. Poco prima l’autore scrive: “Qui è l´essenza del «pensiero unico» dove i criteri di valutazione sono «produttività», «efficienza», «calcolo», accanto ai quali non ci sono pensieri alternativi o, se ci sono, sono pensieri marginali, ciò intorno a cui non accade mondo…….Se tutti pensiamo in termini economici, che spazio c´è per un pensiero altro che non sia quello economico? E l´etica è un pensiero “altro”

E adesso vediamo come conclude:

Mi chiedo: in un mercato tecnicizzato è ancora consentito «agire» o non resta altro che «fare»? Colui che opera in un apparato «agisce» o «esegue?....... A questo punto se «agire» vuol dire compiere delle azioni in vista di uno scopo, e «fare» vuol dire invece eseguire azioni già descritte e prescritte dall´apparato, che nella fattispecie è il mercato, allora come possiamo introdurre un´etica là dove nessuno più «agisce», perché tutti si limitano a «fare» e a «eseguire»?

Questo e’ il punto che ci riguarda.

Educare all’agire o all’eseguire?
Se leggiamo i documenti ministeriali e i pareri degli esperti a vario titolo che popolano quotidiani, riviste specializzate, liste di discussione, associazioni professionali, ecc. li troviamo intrisi proprio di quei concetti che Galimberti associa al pensiero unico economicista: produttività, efficienza, calcolo. E’ l’ideologia del “fare”, dell’eseguire appunto, che si avvale di apparati organizzativi e pedagogici orientati a “prescrivere”, a produrre comportamenti standard. Senza i quali però non vi è discorso etico possibile. Senza i quali non si fa scuola, non c’e’ scuola. Da qui, per logica conseguenza, la politica dei tagli e dello scasso dell’istruzione pubblica. L’obiettivo non e’ di formare cittadini dotati di un’etica della responsabilità, ma impiegati, operai del Mercato.
Piaccia o non piaccia a D’Alema e ai buonsensisti della sua risma, solo la discontinuità con questo modello può ridare spazio, scopo e funzione all’etica. Però qui occorre intenderci, anche per evitare i soliti giochini dialettici e retorici. Non basta dire che la Moratti non ci piace. Occorre aggiungere che, se la fine del discorso etico deriva dall’assolutizzazione del mercato, solo capovolgendo il paradigma economicista sarà possibile ridare all’Etica uno scopo e all’Educazione una funzione.

Il discorso è politico. Di trasformazione sociale e politica profonda. E dopo, ma solo dopo, del modello organizzativo e pedagogico. Una vera riforma si può fare solo così o sarà solo un pasticcio. O un imbroglio.

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