breve di cronaca
Il comunismo, non solo nostalgia
L'Unità - 13-11-2003
Caro Sofri,

ti sono sinceramente grato per la sollecitazione offerta dalla tua impegnativa lettera.
Essa mi induce ad un confronto e ad una riflessione su questioni di fondo e di definizione della politica. Mi indica l'esigenza, con la quale concordo pienamente, di uscire dalla politica politicante che segna tanta parte del nostro tempo, di evitare il pragmatismo o la riduzione dei grandi pensieri nei sentieri solitari dei percorsi individuali.
Chiedere conto del perché un partito si definisce comunista - anche se questa domanda viene avanzata per sostenere la necessità di abbandonare questa definizione - sottolinea comunque la volontà di fare una discussione impegnativa sulla società in cui viviamo.

Eludere la domanda significherebbe accettare quell’impoverimento della politica al quale ha così tanto contribuito chi ha abbandonato l’idea della trasformazione sociale accettando la miseria dell’esistente. Né basta, a mio parere, per rispondere alle tue importanti domande, la sottolineatura che noi non parliamo di comunismo ma di «rifondazione comunista». E la parola «rifondazione» dice della impossibilità stessa di una continuità e della necessità di ricostruire dalle fondamenta. Ma, anche perciò, non basta. Noi che ci definiamo comunisti abbiamo il dovere di dire in che direzione intendiamo muoverci e quale sia il senso della nostra ricerca. Le risposte possono essere incomplete, ma devono essere date. Vale per noi in questo momento della storia il verso di Montale: «Non domandarci la formula che il mondo possa aprirti/ sì qualche storta sillaba e secca come un ramo/ codesto solo oggi possiamo dirti/ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo».

Vorrei però fare una premessa. Quello a cui assistiamo in questi anni é un cambiamento del mondo, della sua organizzazione sociale e politica, dei rapporti sociali ed economici talmente forte che nessuna grande cultura del ‘900 può resistere senza una ridefinizione. Pensiamo alla parola «riformismo». Essa ha assunto un significato così vasto, potrei dire multiuso, da potere essere rivendicato da destra e da sinistra e da potere assumere i significati più diversi. Oggi, per fare un esempio, si parla di «riforma delle pensioni», sia per dire che vanno tagliate, sia che vanno difese o migliorate. Lo stesso vale per i suoi significati generali.
Eppure il riformismo é stata un’idea precisa del movimento operaio del ‘900. I riformisti per un lungo periodo hanno avuto lo stesso obiettivo dei rivoluzionari, il socialismo, ma pensavano di perseguirlo in altri modi e con una gradualità. Anche quando abbandonano l’idea socialista mantengono l’idea di eguaglianza e sottolineano il riferimento alla classe operaia quale soggetto principale della trasformazione sociale. Ancora Brandt - ricordiamolo - diceva che la socialdemocrazia non é l’officina di riparazione del capitalismo.
Oggi questa idea di riformismo é travolta, cooptata nel pensiero unico, sussunta e fagocitata dall’idea di modernizzazione. E tutto questo é stato possibile anche perché é mancata una ricerca e una elaborazione che qualificasse diversamente il riformismo, lo ridefinisse come progetto politico non omologabile alla modernizzazione.
Ecco, su un diverso ordine di problemi, un compito simile a quello cui avrebbero dovuto assolvere i riformisti tocca a noi, a chi pensa che il termine comunista abbia e possa avere un uso nella politica del nostro tempo.
In questo quadro, la richiesta di fare i conti con il nostro passato, col passato di comunisti, non solo é legittima, ma scaturisce proprio dall’esigenza di ridefinirci comunisti nell’oggi e quindi nasce da un’analisi critica della società contemporanea. Se il comunismo fosse un cane morto, se fosse inscindibilmente legato ad un’epoca storica passata, se fosse figlio dello sviluppo industriale e non del capitalismo, se fosse consegnato nel ciclo fordista, non avremmo motivo di esaminare così spietatamente, lucidamente quello che c’é dietro di noi. O meglio lo faremmo, ma solo per un interesse tutto storico. Se invece nella società che ci circonda rintracciamo, come rintracciamo, problemi e bisogni che hanno a che fare con quelli proposti dalla nascita del comunismo, allora fare i conti con la nostra storia diventa necessario per sapere che cosa é vivo e che cosa é morto, per poter di nuovo porre - se non risolvere - il problema della società futura.

L’Angelus novus non é solo una metafora della modernità, ma del proletariato. Esso guarda le macerie e si rivolge al futuro. In quella torsione del corpo sta il suo messaggio e il suo avvenire.
La possibilità che il comunismo sia più di una bandiera o di una nostalgia sta quindi proprio nell’analisi della società in cui viviamo. Nella tua lettera c’é un’affermazione che mi convince pienamente. Tu dici che siamo in una fase dello sviluppo che ci ha condotto «vicino alle soglie della rovina universale». È vero, siamo proprio di fronte ad una crisi di civiltà. Basterebbe avere a mente la terribile tenaglia nella quale oggi il pianeta é stretto per saperlo. La guerra preventiva è entrata nel nostro tempo e lo sconvolge fino a plasmarlo. È una guerra infinita e indefinita che l’impero promuove e alimenta per ricostituirsi quando è manifesta la sua incapacità di governare il mondo col consenso. È la guerra della globalizzazione della crisi. La guerra favorisce l’estensione del terrorismo che porta alla guerra che a sua volta genera nuovo terrorismo. Siamo di fronte ad una crisi che ha caratteristiche terribili e devastanti per l’umanità. Da cosa é generata questa crisi? A mio parere proprio dalla natura di questa modernizzazione. Essa non si é rivelata, come qualcuno ha voluto credere, come l’avvento del regno della libertà dopo la caduta del muro, né il luogo della crescita e del progresso.

Questa globalizzazione ha provocato un fatto inedito nella storia dell’umanità. La separazione dell’innovazione dal progresso sociale e civile, della tecnologia dal miglioramento delle condizioni di vita, della scienza dalle possibilità di avanzamento per l’umanità e per la natura.
Tu chiami tutto questo «guazzabuglio» e alludi a qualcosa di confuso, di irrazionale nel quale il capitalismo ha estinto se stesso, ad un caos che domina le nostre esistenze e ci avvicina alla rovina del pianeta. Ma questo é il punto. È davvero così? Possiamo parlare davvero di caos o in tutto questo c’é una ratio, una necessità indotta dai rapporti sociali? Insomma c’é un ordine che produce questa crisi di civiltà? C’è una logica in questa follia? A mio parere sì e basta guardare ai passaggi di questa ultima fase della nostra storia per rendersene conto.
Quando finisce il ciclo fordista e keinesiano e crolla l’intero sistema dei Paesi dell’est si sviluppa un mutamento di fondo che possiamo definire una rivoluzione capitalistica restauratrice. In essa il dominio della scienza e della tecnica é assoluto. A questo tutti sono sottoposti in una catena e in una consequenzialità che arriva alla manipolazione del gene. In nome di questo dominio avanza e si afferma l’idea di poter abbattere ogni barriera culturale, nazionale, religiosa e di fare del lavoro la variabile dipendente dell’intero sistema. In questa modernizzazione la nozione di sfruttamento si dilata oltre i confini del ‘900, alle persone e alla natura. Sfruttamento allargato, che coinvolge soggetti sociali, individui, ambiente, che va al di là di ogni limite mai immaginato. Esso si raggiunge prima attuando una vera e propria operazione egemonica, poi imponendo l’ordine della guerra. Prima promettendo progresso, benessere, nuova libertà, cioè un mondo finalmente migliore per tutti dopo la caduta del muro e il dispiegarsi dell’innovazione. Poi, di fronte all’impossibilità di raggiungere questi obiettivi, c'è una rapida e violenta conversione: la guerra come unico modo per imporre a tutto il pianeta una modernizzazione violenta, squilibrante, distruttiva ma, nell’apparenza che prendono i processi dominanti, senza alternativa.
Lo sviluppo non si realizza, i progetti saltano per aria da molti punti, compreso uno imprevedibile. Una gran parte delle popolazioni del Pianeta rifiuta di essere inclusa nell’ordine globale, non accetta i modelli che si vuole imporre, rifiuta la nuova civilizzazione.
È evidente allora che sotto quel caos o quel guazzabuglio, dietro quel disordine c’è in realtà un ordine. È l’ordine dell’impresa e del mercato. Non siamo, come tu dici, fuori dal capitalismo che ha ammazzato se stesso, ma al contrario di fronte ad un nuovo paradigma capitalistico. Non siamo di fronte alla scomparsa, ma ad una iperestensione del capitalismo. Non siamo di fronte ad una evaporazione del potere politico che governa questi processi, ma alla costruzione di un nuovo ordine mondiale. Non siamo di fronte ad una nuova scienza. La mucca pazza non é il frutto del caos, ma di uno sfruttamento che arriva alla natura, la modifica e la può distruggere. Esso é così assolutizzato che persino alcune certezze del movimento operaio vengono messe in discussione, in alcuni casi spazzate via come quella del progresso legato allo sviluppo delle forze produttive.
Quello che tu chiami caos insomma, é il prodotto di una instabilità e precarietà determinata dalla contraddizione che questo stesso sviluppo produce e che non é in grado di governare appunto se non attraverso il disordine e la guerra, con le conseguenze di crisi di civiltà che abbiamo sotto gli occhi.
In questo quadro il liberismo non é la categoria astratta che ci consente una alterità, che - come tu dici - ci da la realtà a cui opporci di opporci. Esso é, come la guerra, la cultura politica e la politica sottesa alla natura profonda di questa globalizzazione capitalistica, cioè quella più funzionale ad essa, incurante delle tesi che l’hanno ispirata.
A questo quadro già in sè drammatico aggiungo un elemento. Di fronte a questo caos o a questa crisi di civiltà, la catastrofe é fra le cose possibili. È possibile cioè che l’umanità non sia in grado di opporsi a questo processo che porterebbe ad un esito catastrofico. E non vedo, non immagino alcuna possibilità catartica, alcuna possibilità cioè di una soluzione salvifica e liberatrice, che nasca meccanicamente da un possibile crollo di civiltà. Sarebbe, al contrario, l’avverarsi dell’altra profezia di Marx, quella secondo la quale la mancata costruzione di un’altra società darebbe luogo alla rovina di entrambe le classi in lotta. Semmai si potrebbe pensare che è proprio nel nostro tempo, il tempo della globalizzazione, che cova l’alternativa tra il socialismo e la barbarie.
E qui che nasce per noi la questione del comunismo o del comunismo oggi. Il problema é grande, così grande che tu stesso lo riassumi in un interrogativo di civiltà che ti fa chiamare in causa il movimento newglobal, la sua aspirazione all’alterità e al nuovo mondo possibile. Chiediamoci: perché il movimento new global é così cresciuto? Perché ha intuito quel che anche tu pensi, cioè che deve formarsi una nuova alleanza, l’alleanza della specie. Solo che per il movimento questa per potersi affermare non può essere indistinta , ma deve fondarsi sulla critica e sulla contestazione di massa a questo modello sociale e di sviluppo. Deve cioè opporsi a questa modernizzazione capitalistica, deve costruire l’antagonismo a quello che tu vedi come un guazzabuglio e che per me, come per il movimento, é la globalizzazione. Questo movimento ha un progetto. Questo movimento ha già in atto una contesa con questa modernizzazione capitalistica, di questa contesa esso vive.
È vero esso non parte dalla contestazione del modo di produzione capitalistico per arrivare a vederne le contraddizioni che genera sulla società e sulla natura. Il movimento fa un processo inverso. Parte da queste contraddizioni ma arriva a disvelarne le cause di fondo. Il progetto di nuovo comunismo può rinascere da qui. E può discutere a partire da qui quel che può accettare e ciò che deve rifiutare del ‘900. E la politica, la politica di chi vuole il cambiamento, non può che cominciare da qui. Dalla individuazione della assolutizzazione del profitto come causa principale della devastazione. Dalla necessità di una trascendimento della società capitalistica al fine di evitare la barbarie.
Per noi parlare di comunismo significa parlare di idee, culture, processi e soggetti assai diversi da quelli che hanno caratterizzato il ‘900. In questo secolo grande e terribile l’idea di comunismo è stata legata ad una sorta di ineluttabilità, ad una attesa messianica. Su questa attesa e su queste certezze si è fondata la strategia, si è puntato alla conquista del potere e alla costruzione delle società postrivoluzionarie attraverso l’assolutizzazione dello Stato. Il proletariato si «è fatto» partito organizzando il potere. Il comunismo reale è stato tutto ciò, ma il movimento operaio è stato anche molto altro.
Oggi noi parliamo di processo aperto e indefinito. Un processo nel quale vediamo i problemi irrisolti, ma non pretendiamo di dare una risposta ora, non pretendiamo di costruire organicamente e scientificamente una strategia per sempre e inequivocabilmente vincente. Parliamo di processualità, non di una ineluttabilità. Siamo consapevoli del fatto che non è detto che ciò proponiamo diventi «storia». Ci serve un ritorno a Marx, al Marx più radicale nella critica alla politica e nell’idea di cambiamento e di liberazione della persona. E affidiamo la risposta ai processi, se ci si intende, alla lotta di classe, più che alle definizioni. Eccetto che su un punto, sul quale invece sentiamo di dover cominciare a rispondere da subito, quello del soggetto rivoluzionario. Il ‘900 ha visto nel proletariato il centro dell’ingresso delle masse nella politica. Oggi occorre un ridefinizione. Nel movimento c’è un annuncio di questa soggettività, ma é appunto un annuncio, soltanto l’indicazione di una pista di ricerca. Il profilo del nuovo proletariato non ci viene semplicemente dalla sua collocazione sociologica nel processo produttivo, che pure vede una radicale mutazione nella composizione e nel modo di essere del mondo del lavoro, ma nella costruzione dell’antagonismo, all’interno di un processo che tende a formare una nuova soggettività critica e una nuova critica dell’economia.
E il movimento dei movimenti assume pienamente la processualità della costruzione. Esso da più importanza alla critica all’esistente rispetto alla definizione del modello finale. È anche questo un fatto nuovo. Questo atteggiamento consente la liberazione da quel compromesso che nel ‘900 il movimento operaio aveva pattuito con lo sviluppo, con la scienza e con la tecnica. Consente una radicalità più libera anche se più a rischio perché meno indirizzata. Consente, infine, di oltrepassare davvero senza remore, senza nostalgie e senza finzioni il ‘900 dicendo ciò che in esso é vivo e ciò che é morto e quali problemi irrisolti ci consegna.
Il secolo appena passato é stato sul versante della trasformazione della società capitalistica essenzialmente tre cose: il socialismo reale, i movimenti di massa e le teorie e la cultura del movimento operaio. Il primo é morto. Le altre due, se pure duramente provate dalla sconfitta non solo sono vive ma, oggi, sono interrogate dal movimento dei movimenti. So bene che esse sono vissute sovente interconnesse nella risultante della storia delle masse. E so pure che i tragici errori, e persino i crimini, accumulati nella nostra storia non sono da esse facilmente espungibili senza determinare vuoti drammatici nell’immaginazione di un futuro liberato e senza che si ponga al comunismo un gigantesco problema irrisolto, quello della transizione. I movimenti di massa e la cultura del movimento operaio non sono però un abbaglio e tanto meno un errore della storia che si può cancellare con facilità. Ma la rinnovata critica all’economia capitalista della globalizzazione e alla sua organizzazione sociale e politica per prospettare il loro trascendimento chiede l'incontro del movimento con l’uscita da sinistra dal ‘900. Ed ecco, caro Sofri che siamo arrivati al punto: l’eguaglianza e l’aspirazione ad essa mai dismessa da milioni di donne e di uomini. Questo alla fine è il nodo da affrontare. Questo é il problema che la politica deve risolvere se non si vuole rivelare servile al potere costituito e - quel che é peggio - ad una organizzazione della società che si propone come eterna e eternamente in grado di organizzare lo sfruttamento e l’alienazione mentre può scavare la fossa all’intera umanità. Non saprei come chiamare questo compito se non comunismo. Spero di essere riuscito a dirti perché, secondo me, esso non risponda solo ad un dover essere e non rappresenti solo un' utopia, ma possa costituire il fondamento di un lavoro politico.

Grazie.

Fausto Bertinotti

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