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Miti moderni di Cartarescu
Il Manifesto - 13-11-2003
Sotto il segno della «Nostalgia» postmoderna lo scrittore rumeno ci offre il secondo libro tradotto dalla Voland. Mentre sta per uscire da Pagine una sua raccolta di poesie, anche in cd, titolata Quando hai bisogno d'amore


Dopo il buon successo raccolto dall'uscita italiana del romanzo più noto dello scrittore rumeno Mircea Cartarescu, Travesti, pubblicato da Voland nel 2000 (e più o meno contemporaneamente in tutti i maggiori paesi europei) esce nella limpida e scorrevole traduzione di Bruno Mazzoni, il romanzo d'esordio, Nostalgia (Voland, pp. 329, 16.50) anch'esso già tradotto in molte lingue straniere. Cartarescu è sicuramente uno dei più interessanti e raffinati fra gli scrittori che i paesi dell'est Europa - Ungheria, Polonia, repubblica ceca, Romania - ci hanno con sorprendente abbondanza mandato negli ultimi anni. Uno scrittore colto, smaliziato, che evita tutti i luoghi comuni e i temi tradizionali della peraltro ricchissima tradizione letteraria del suo paese e si presenta senza remore e indugi sotto l'insegna del postmoderno. Grande intenditore di poesia, arte e romanzi è capace di penetrare nei cervelli dei personaggi e di assorbirne e tesserne, nelle sue trame, sensazioni, pensieri, angosce, voluttà; e per ottenere simili risultati utilizza, appunto, molte delle caratteristiche formali e tematiche tipicamente, e quasi istintivamente, postmoderne: l'alternanza e varietà delle voci narranti, in prima e in terza persona (con la comparsa, addirittura, in Nostalgia, di un ragno narrante); i frequentissimi rimandi intertestuali a una grande quantità di opere di molte letterature (dalle Metamorfosi di Ovidio a quelle di Kafka, dalle allucinazioni di Nerval alle essenze di Des Esseintes alle memorie assaporate di Proust, dai turbamenti di Hoffmann e Poe ai quadri astratti e allegorici di Wallace Stevens). Inoltre, la sua prosa rivisita i temi dello sdoppiamento o raddoppiamento delle personalità, che si guardano allo specchio, si duplicano in coppie gemellari, si travestono, si sovrappongono e condensano nei sogni, si proiettano in situazioni filmiche e fantascientifiche; e adotta il procedimento pertinace di estrarre dai paesaggi cittadini degradati di una Bucarest molto concreta - fatta di periferie industriali, casermoni, spazzatura, cunicoli fangosi abitati da bambini impastati di sogno e violenza - momenti improvvisi di visitazione del meraviglioso fiabesco, del romanzesco sentimentale e amoroso.

Nostalgia è un testo fortemente impregnato di materiale autobiografico ed è costituito da tre racconti lunghi: in «Mendebile» - in cui si narra di giochi infantili su sfondi industriali in disfacimento - Cartarescu scrive: «Vicino al nostro palazzo di Floreasca c'era una specie di deposito, una torretta malinconica... Lei entrava per prima, attraverso una fenditura... Dentro c'era un buio caldo, di un marrone ramato, in cui i raggi di luce rossastra, scintillante, che penetravano dalle crepe e dai fori lasciati dai chiodi, sprizzavano con forza verso l'interno. Vagabondavamo tra macchinari senza nome, intelaiature pesanti di metallo con catene intrise di grasso nero, ruote dentate più alte di noi, sostenute da banconi da lavoro rivestiti di lamiera. Marcela voleva toccare e accarezzare ogni cosa, non smetteva finché non s'imbrattava tutta di nafta e olio bruciato, finché non indossava delle collane di metallo arrugginito, finché non si arrampicava su complicati ingranaggi di ferro... Quando imbruniva del tutto ci prendeva la paura.»

Il secondo racconto è titolato «I gemelli» e nel terzo, «Rem», si racconta del sogno di un personaggio femminile: anche qui, un esempio della scrittura di Cartarescu è rivelatore: «Quella notte ho sognato una foresta. Una foresta verde dorata, in cui dopo la pioggia l'aria splendeva come il sole. [...] Affascinata dai colori delle farfalle, dal gusto dei lamponi con cui mi ero tutta impiastricciata attorno alla bocca, procedevo allegra, saltellando su una sola gamba, sdraiandomi a pancia in giù per sorseggiare l'acqua leggera di qualche sorgente cristallina. Quello era il mio mondo, dal quale non avrei voluto mai uscire. Sotto una foglia sporca di fango ho trovato una lumaca con la conchiglia sfatta. Tra due alberi aveva tessuto la sua tela, piena di gocce d'acqua, un ragno velenoso. Un ramo secco mi ha graffiato il braccio nudo. Non cercavo l'uscita, i viottoli non erano sentieri verso qualcosa, verso altro, bensì la gioia pura di attraversare il Meraviglioso».

Per quanto Nostalgia ci sembri, oggi, immerso nell'atmosfera culturale postmoderna, è stato scritto prima della caduta del regime di Ceausescu, in un momento di ancora forte crisi e di chiusura della vita culturale; prima, dunque, che arrivassero libri e informazioni sul dibattito attorno al postmoderno (su cui più tardi, nel 1999, Cartarescu ha scritto un saggio). Un po' come è successo ai letterati italiani sotto il fascismo - ai tempi del mito americano e, appunto, di Americana di Vittorini - si ha l'impressione che Cartarescu espliciti nella sua narrativa un'adesione intensa e istintiva a un mondo lontano ed esotico, sentito come grandioso, originario, primitivo e al tempo stesso modernissimo e sofisticato.

Quando il suo romanzo d'esordio è stato presentato a Padova, a Cartarescu sono state poste alcune domande sulla sua formazione, sui fermenti diffusi in quei curiosi ambienti di opposizione al regime attraverso esperienze sostanzialmente letterarie - vita di gruppo attorno ad alcuni professori dell'Università, rinnovamento del linguaggio e dei temi attraverso opere, sorprendentemente collettive, di poesia di cui si facevano letture furiose - che lui e altri giovani allora frequentavano a Bucarest. E come già in altre occasioni, Cartarescu ha parlato di una dedizione, in quei gruppi di giovani poeti, assoluta ed esclusiva alla letteratura, intesa essa stessa come forma di opposizione: «Noi non abbiamo fatto dissidenza forse perché eravamo troppo giovani e troppo poeti per registrare anche ciò che avveniva all'esterno. Abbiamo vissuto realmente nella letteratura, abbiamo mangiato, come si usa dire, `pane e poesia', abbiamo amato più nei poemi che nella realtà, abbiamo abitato più in una Bucarest racchiusa in un verso - che assomigliava così tanto a New York - che non nel buio e nel freddo della capitale reale... Non abbiamo vissuto nemmeno per un istante, fin oltre i trent'anni, nella realtà, ma in un sottomarino giallo dove tenevamo i nostri libri, le nostre cassette, e dove avevano luogo i nostri incontri del lunedì. Noi siamo stati liberi in quegli anni, liberi nei sotterranei, ed eravamo felici di quel che facevamo, senza pensare affatto a pubblicare. Così abbiamo creato una condizione di libertà in un pezzetto di Romania, e con questo abbiamo fatto moltissimo». E richiesto di spiegare perché i paesi dell'Est, ivi compresa la Russia, sembrano essere stati più permeabili alla cultura postmoderna, in tutte le sue forme - dal cinema ai dischi ai fumetti - di molti paesi dell'occidente, Cartarescu raccontava come nei circoli giovanili rumeni circolasse, soprattutto, il mito americano. Quel sottomarino giallo che navigava sul Danubio e i suoi affluenti o costeggiava il Mar Nero, dopo aver toccato altre città, come Vienna, Budapest e Belgrado, era carico di volumi e di prodotti dei media americani: è una risposta che forse può spiegare, tra l'altro, perché l'America di oggi, così diversa dal mito che la riguarda, continui a trovare più ammiratori nei paesi dell'Europa orientale che in quella occidentale.

REMO CESERANI


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 Bruno Mazzoni    - 14-12-2003
La lettura del romanzo "Nostalgia" proposta da Remo Ceserani mi è parsa significativamente ricca e illuminante tanto sull'autore, Mircea Cartarescu, quanto su ciò che la letteratura romena va producendo negli ultimi decenni. Grazie per averla ripresa!