Banditen
Giuseppe Aragno - 07-11-2003
E’ il 4 febbraio 1861. Sono passati quattro mesi da quando Garibaldi ha piegato sul Volturno ciò che resta della truppe di Francesco II e mancano due settimane alla prima seduta del Parlamento italiano. Passa per Napoli in tutta segretezza, come fosse un volgare malfattore, Giuseppe Mazzini, al quale guarda, come ad un maestro, l’Italia democratica, messa in scacco dalla politica di Cavour, che non avrebbe conseguito nessuno dei suoi obiettivi senza l’aiuto determinante della sinistra mazziniana e garibaldina. Pochi mesi ancora, poi Cavour sarà stroncato da un’improvvisa malattia e i suoi successori, incapaci di proseguirne la politica, acuiranno le già fortissime contraddizioni del processo d’unificazione nazionale, gettando un’ombra nera e lunga sul futuro del Paese: l’impiego di 120.000 uomini, metà dell’esercito italiano, accampati nell’Italia meridionale, una guerra civile, sociale e politica che costerà al Paese più morti di quelli causati dalle guerre d’indipendenza, una politica fiscale di classe che tutelerà la rendita fondiaria – gli uomini della destra storica sono soprattutto proprietari terrieri – attaccando ferocemente i redditi della ricchezza mobiliare e giungendo a tassare il “macinato”, l’assoluta insensibilità nei confronti delle esigenze della società civile, l’ignoranza completa dei problemi reali della gente, la violentissima compressione sociale e le conseguenti, ricorrenti rivolte contadine, costituiranno il bilancio largamente negativo di una classe dirigente che, stando al cliché del revisionismo, faceva politica per “servire lo Stato”.
Come un ladro, dicevo, passa per Napoli Giuseppe Mazzini ma non sfugge all’occhiuta polizia sabauda, che farà presto rimpiangere ai dissidenti politici i metodi del borbonico Liborio Romano. A guidare le forze dell’ordine, nell’ex capitale, è Silvio Spaventa - patriota, perseguitato politico e “galantuomo” di destra, formatosi all’idea hegeliana dello stato - che immediatamente scrive a “Sua Eccellenza il Segretario G.le di Stato presso la Luogotenenza Gen.le del Re” una lettera che ho rinvenuto nell’Archivio di Stato, inedita credo, che vale la pena di riportare integralmente:

"Da persona degna di qualche fede – scrive Spaventa – sono assicurato che il Mazzini è di nuovo qui; questa notte egli avrebbe dormito in casa il Direttore [sic] del Popolo d’Italia e nel momento che scrivo sarebbe in casa dell’Acerbi; andrebbe in Caserta la notte ventura. Se queste cose fossero vere, come avrei da regolarmi?
Quando S.M. era qui, e vi si trovava pure il Mazzini, si stimò non conveniente di procedere ad alcun atto contro di lui. Come V.E. sa il Mazzini fu condannato nelle antiche province a morte in contumacia. Oggi crede V.E. che dobbiamo fare nello stesso modo?
Mazzini veste ancora l’abito di tenente colonnello garibaldino, come vestiva l’altra volta che fu in questa città. Mi dicono ancora che degli emissari mazziniani sono spediti presso te nostre truppe regolari nelle diverse province, con qual fine non saprei dire determinatamente.
Piaccia all’E.V. rimanere intesa, perché se il crede bene ne avverta anche il Generale Della Rocca.
Il Consigliere
S. Spaventa”


Mazzini non era un terrorista, ma aveva subito una condanna a morte, comminatagli da un tribunale sardo, per cospirazione politica e – diremmo oggi – organizzazione e partecipazione a banda armata. E’ la condanna cui fa cenno Spaventa, incerto se mettere le mani addosso al grande rivoluzionario e trattenuto soprattutto dalla divisa di “tenente colonnello” e dalla probabile reazione garibaldina. Un criminale politico è Mazzini – non comunista – ma combattente, come i fratelli Bandiera, Pisacane, come più tardi gli antifascisti, come i partigiani, che andarono al patibolo portando addosso la scritta ammonitrice: “Banditen”. E’ così.
“Banditen” fu Garibaldi, “Banditen” fu Che Guevara, “Banditen” sono sempre stati, per i Paesi che li hanno imprigionati e condannati a morte, tutti i combattenti della libertà. I tribunali che li hanno giudicati erano per lo più legalmente costituiti e i governi contro cui si sono battuti avevano credito internazionale, ambasciatori accreditati, facevano parte, insomma, del “concerto delle nazioni” ed esercitavano la legale violenza che uno Stato ha potestà di usare per far rispettare le proprie leggi. Da un punto di vista politico i rapporti tra potere costituito e rivoluzionari – veri, presunti o sedicenti – sono chiarissimi, si regolano senza problemi ed in genere la stragrande maggioranza dei contemporanei è dalla parte del potere costituito. I giudici ed i governanti fanno il loro mestiere.
I governi governino e non perdano tempo a scrivere la storia. Non serve: è la storia a decidere chi ha il futuro dalla propria parte. Vorrei vedere oggi un governo italiano che organizzi manifestazioni contro i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Mazzini, Garibaldi e, ciò che sarebbe coerenza, contro Silvio Spaventa, “Banditen” e persecutore di “Banditen”.
Ciò che stiamo perdendo in questi anni non è il senso dello stato. No. Quello che stiamo perdendo è il senso del ridicolo. E’ talvolta il primo segnale d’una catastrofe.







interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Umberto Guarinello    - 07-11-2003
Sono tornati i terroristi e sono ricomparsi i "cattivi maestri". Quelli che scrivono queste cose, con la scusa della libertà di pensiero si mettono dalla parte delle BR.

 Emanuela Cerutti    - 08-11-2003
Oppure, semplicemente, ci aiutano a non dare mai nulla per scontato, nemmeno il comune sentire sociale. Ma esiste?

 Bruna Bassi    - 09-11-2003
Se le riflessioni di questo articolo derivano dai recenti fatti legati all'arresto dei brigatisti, sono indignata.
Indignata per il qualunquismo su cui si basa il confronto, indignata per la mancanza di conoscenze storico/politiche, indignata soprattutto perchè sorvoli sul fatto che oggi viviamo in un regime politico che si chiama DEMOCRAZIA. Certo la democrazia non è un sistema perfetto, ma è il migliore che l'uomo abbia trovato sino ad oggi per convivere pacificamente. E', in ogni caso, il sistema che abbiamo scelto e che continuiamo tutti (salvo naturalmente i terroristi: a proposito quanti sono? 10? 20? 50? 100? ) a volere. L'opinione di qualche milione di individui, fortunatamente è, e tale deve restare, prioritaria rispetto a quella di uno sparuto gruppo di "rivoluzionari" che anzichè il dialogo ed il confronto sulle idee, scelgono come forma di lotta l'assassinio di persone inermi ed indifese.
Spero ardentemente che tu non sia un insegnante di storia e che non siano queste le idee che trasmetti ai tuoi alunni, ma se così fosse, abbi la compiacenza, almeno, di essere pubblicamente grato alla Democrazia (che pure velatamente calpesti nel tuo articolo) e alla nostra Costituzione che ti garantisce la libertà di insegnamento. Spero anche un'altra cosa: che tu abbia scritto questo articolo senza ispirarti ad alcun gruppo eversivo contemporaneo.

 Giuseppe Aragno    - 09-11-2003
Non replico quasi mai: il “battibecco” non conduce da nessuna parte e non lo farei nemmeno stavolta. La pesantezza tutta “democratica” della forma e del contenuto del tuo “indignato” intervento, cara Bassi, basterebbe a commentarsi da sola.
Tu però non lasci scelta. Mi fai una domanda diretta – quanti sono i terroristi, mi chiedi, inanellando i tuoi bravi numeri e mostrando con chiarezza cosa intendi per confronto democratico – esprimi speranze tue che riguardano me, e mi rivolgi un invito - che ha tutto il sapore d’una intimazione – ad “essere pubblicamente grato alla democrazia”. Così testualmente, scrivi indignata, e non a caso, perché per te la democrazia si incontra materialmente, qualcuno te la presenta – piacere, molto lieto – e tu le esprimi la tua gratitudine ad alta voce, perché tutti sentano. Bene. Quando la incontrerò, la democrazia di cui parli, e che, a sentirti, avrei brutalmente calpestato, le dirò grazie, ma la metterò anche sull’avviso: bada a te le dirò. Si trama alle tue spalle. E capirà, credimi, capirà. Ha conosciuto Socrate, ai tempi d’oro di Atene. Socrate, che nel lontanissimo 399 a.C. bevve la cicuta piuttosto che mentirle. Parlava con un “demone” – ricorderai – e fu accusato di empietà. Gente come te puntò il dito. Faceva cose terribili, questo figuro: cianciava di spirito critico e pretendeva di insegnarlo ai giovani. Che altro potevano fare i democratici ateniesi che la pensavano come te, se non condannarlo a morte? Gli amici e i discepoli provarono a salvarlo, gli organizzarono la fuga, ma scelse di morire, stupido testardo. Presto sarebbe finita anche la grande intuizione politica dell’antica Grecia.
Capirà, credimi.
La democrazia lo sa bene che il democratico Mazzini morì in Italia sotto falso nome, grazie ai tanti difensori della democrazia che ragionavano come te; lo sa la democrazia che la Francia democratica trattò con la corrente elettrica la resistenza algerina, che l’Inghilterra democratica l’ha fatta arrossire in tutti i continenti e, senza aver restituito l’Irlanda agli Irlandesi, porta la libertà agli irakeni, che, pericolosi terroristi, attaccano i liberatori. E se dici Resistenza è una bestemmia. Lo sa, lo sa bene la democrazia che gli USA democratici hanno foraggiato i fascisti di Pinochet e strangolato nella culla ogni democrazia sorta nel mondo senza aver fornito loro garanzie di sottomissione. Lo sa bene e vuole che si dica.
Quanti sono i terroristi, mi chiedi? Dovresti saperlo: tanti, quanti ne fanno nascere quelli come te che sostengono chi va combattendo qua e là per il pianeta guerre di conquista e le fa passare per guerre della democrazia. Gli amici di Putin, paladino dei diritti civili.
I nomi, cara Bassi, sono involucri – possono essere vuoti - e le parole ingannano.
Ho scritto di dissenso politico, perché politica è l’iniziativa d’un governo che si propone di mettere sotto tutela gli storici e chiede che la storia si riscriva così come gli pare, sicché destra e sinistra di Cavour e Depretis diventino quelle di Berlusconi e Fassino, a tutto vantaggio, s’intende, della destra storica e... antistorica. Ho scritto di dissenso politico perché politica è l’iniziativa di un governo che utilizza il terrorismo per incastrare un’opposizione già sbandata: se vieni in piazza con me, mi riconosci come interlocutore, anche oggi che sto manomettendo la costituzione, e se non ci vieni, scandalo e vergogna: sei con i brigatisti!
Proprio come tu fai con me.
Indignati, se puoi, anche di più: certo che insegno queste cose ed altre ancora. E che dovrei insegnare? Che Depretis era un brigante da strada e Rattazzi l’antenato diretto del Polo delle Libertà? Ma per far questo, ci sei già tu, paladina valente della democrazia. Lasciami dissentire.
In quanto al resto, credimi, non solo “la parola democrazia è un termine molto elastico e in tanti stati democratici moderni le elezioni vengono decise da una minoranza nel seno degli aventi diritto al voto” - non è Curcio, questo, ma Chester Starr, università statunitensi dell’Illinois e del Michigan - ma da noi va peggio: la Costituzione va diventando cartastraccia.
Ed ora le speranze e gli ispiratori. Questo terrorismo neonato non mi appartiene. Non ha senso. Non ha prospettive. Fa male a tutti, tranne che a chi ha interesse ad usarlo. A te, per esempio, che lo hai usato nel tuo commento non avendo argomenti per difendere la tua parte politica.


 Emanuela Cerutti    - 09-11-2003
Cosi', tanto per riparlare di democrazia.
Leggo in apertura di L'Unità on line: «L’Unità è un giornale che va chiuso a prescindere dalle cose che mette in prima pagina. Perché quelli sono dei killer della verità. Confermo. Secondo me l’Unità va annientata». Carlo Taormina, Libero, 3 novembre (2003)

 Caelli Dario    - 09-11-2003
Pur sapendo che la mia richiesta cadrà nel vuoto ci provo ugualmente.
Signor Aragno, cosa dovremmo fare nei confronti dei terroristi arrestati? Dovremmo consegnare le chiavi del Quirinale, di Palazzo Madama, di Montecitorio?
Sono davvero dei paladini della libertà coloro che hanno ucciso Marco Biagi? Sono loro gli esempi di storia fulgida da mostrare alle generazioni future?
Con questo non voglio, neppure per un istante, difendere nessuno dei tanti esempi di crimini contro l'umanità da lei ricordati nella sua accorata risposta. Non difendo nessuno e torno a chiedere: cosa fare con i brigatisti attuali? Quale strategia? Al di là dell'affermare che le cose possono essere diverse da come sembrano.

 Anna Pizzuti    - 09-11-2003
Nanni Moretti, in Palombella Rossa, faceva dire a Michele Apicella: “Se pensi male, parli male….”
Mi torna sempre più in mente questa battuta oggi. In un periodo in cui i giochi che si fanno con le parole sono ancora più complessi e subdoli di quelli che si facevano in quegli anni. Allora era questione di sciatteria, di superficialità. Oggi di pericolo. Per la democrazia, appunto.
Pensiamo solo all’ossessività con cui chiunque cerca di ragionare viene definito (bollato) con il termine “comunista”. Da comunista a terrorista il passo sarà brevissimo. Lo stiamo vedendo con L’Unità. Giornale killer, giornale omicida. E non mi sembra che ci si scandalizzi. In nome della democrazia.
Se Aragno ci ricorda la nostra storia e si pone e ci pone delle domande, fa solo ed esclusivamente il suo mestiere di storico. Non a caso è proprio lo studio della storia ad essere uno degli altri obiettivi degli attuali democratici. E non potrebbe essere altrimenti, visto che si vuole far perdere di senso alle parole ed ai concetti che queste rappresentano. Io so bene cosa è stato il comunismo quando ha rinnegato se stesso ed anche cosa è stato il terrorismo e quali gli effetti delle sue pretese lotte. Ho vissuto e sofferto gli anni di piombo, sapendo che, assieme a tante vittime, sarebbe stata uccisa ogni forma di dissenso e tanti sarebbero stati ridotti al silenzio, come poi è avvenuto. Ora ho ancora più paura.

 Salvo Milani    - 26-11-2003
Ciò che in primo luogo sorprende osservando il fenomeno terroristico è la sua dimensione, l'impiego di mezzi, le tecniche adottate e i "costi" (ogni kamikaze costa un patrimonio). C'è un supporto logistico e informativo notevole che lascia sospettare l'appoggio militare di qualche grande potenza. Questo è stato verificato nel corso della storia passata dove, ad esempio, gran parte dei "terroristi italiani" (Garibaldi e gli altri "martiri" del Risorgimento) godevano il pieno appoggio dell'Inghilterra. Il finanziamento della spedizione dei Mille costò all'Inghilterra un patrimonio. Non penso che le cose siano oggi molto diverse, nel senso che il terrorismo è solo un ordinario strumento della politica estera delle grandi potenze. Esso serve a destabilizzare delle aree di confine e nello stesso tempo a compattare l'opinione pubblica. Un tempo le grandi potenze che se ne servivano era due: gli Stati Uniti e l'URSS. Ma oggi l'URSS non c'è più! Chi ha orecchie da intendere, intenda...