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L'Europa liberista è l'Europa della guerra
Piero Maestri - 07-11-2003

Dal Granello di sabbia, bollettino elettronico settimanale di ATTAC, uno dei testi di proposta al Forum Sociale Europeo dei gruppi italiani del Forum Sociali (gruppo Bastaguerra, Italia)


Le conclusioni dei lavori della Convenzione che ha elaborato la bozza di "costituzione" dell'Unione Europea prevedono espressamente, tra le competenze dell'Unione stessa, anche "la definizione progressiva di una politica di difesa comune che può condurre a una difesa comune".
Qualcuno a questo proposito ha parlato della nascita di un "esercito europeo", ma questa pensiamo sia una definizione ancora prematura.
Certamente il soggetto europeo che si va costituendo, per le stesse modalità con cui viene costruito e per gli interessi che esprime, avrà un ruolo internazionale importante anche sul piano militare - e questo deve essere attentamente valutato e contrastato dal movimento dei movimenti, che ha messo al centro della sua iniziativa l'opposizione al binomio liberismo/guerra.

La scelta di percorrere la strada della difesa comune non nasce, ovviamente, con la Convenzione, ma ha percorso tutti gli anni '90 - con progressive elaborazioni e sperimentazioni sul campo.
Già il Trattato di Maastricht prevedeva la costruzione di una politica estera e di "sicurezza" comuni, mentre il passo decisivo in tale direzione è stato preso nel Vertice del Consiglio Europeo di Helsinki del dicembre 1999, con la decisione di costituire una Forza Europea di Rapido Intervento costituita da 50-60 mila uomini e "lo sviluppo di più efficaci capacità militari e la costruzione di nuove strutture politiche e militari per questi scopi". Secondo quanto riportava il documento finale dello stesso vertice "l'obiettivo dell'Unione è quello di avere una autonoma capacità di decisione e, dove la NATO nel suo insieme non è impegnata, di lanciare e condurre operazioni militari guidate dalla UE in risposta a crisi internazionali...".
Nel novembre del 2000 l'Unione Europea ribadiva quella decisione come elemento centrale della cosiddetta Pesd (Politica Europea di Sicurezza e Difesa), e prevedeva che la forza di intervento rapido avrebbe dovuto essere operativa per la fine del 2003.

In queste settimane Javier Solana sta elaborando il "concetto strategico" dell'Unione Europea, che dovrebbe essere approvato a dicembre e costituire il riferimento della politica europea in questa materia.
L'importanza di questo documento strategico è sottolineata dallo stesso Solana che il 10 settembre a Bruxelles davanti alla riunione congiunta delle commissioni difesa ed esteri dei parlamenti nazionali dichiarava che "dobbiamo assicurarci che il nostro progetto politico corrisponda al nuovo concetto strategico" (ribaltando quindi quello la logica di un "progetto politico" degno di questo nome) con tre obiettivi specifici: "Primo, la creazione di una zona di sicurezza intorno all'Europa; secondo, stabilire un ordine internazionale più stabile ed equo, rafforzando il sistema delle nazioni Unite e del multilateralismo; terzo, disporre di mezzi per rispondere efficacemente alle minacce".
I governi europei dovranno cioè riuscire a trovare un accordo per definire quali sono i valori e interessi che si vogliono proteggere, identificare il livello di conflitto al quale si è disposti a rispondere, individuare quali scenari sono considerati come area di influenza prevalente dell'Unione Europea; e quindi predisporre uno strumento militare adeguato a tali compiti.

Per quanto molti sottolineino la mancanza di una strategia definita da parte europea, in realtà già da tempo è chiara la direzione della politica estera e di difesa comuni.
In un importante documento del 1996 della Ueo (che al tempo rappresentava il solo organismo europeo in materia di sicurezza), intitolato "Una politica estera comune dei 26 paesi della Ueo", erano già espressi due concetti chiave sul senso di una politica militare comune: da una parte si affermava che "la sicurezza dell'Europa non si limita alla sicurezza in Europa", e dall'altra si segnalava che "il rischio per la sicurezza proviene principalmente dalla minaccia dei movimenti estremisti, dall'asimmetria tra Europa e Nord Africa in termini economici e nella crescita della popolazione".
Il significato di queste due affermazioni era evidente: l'Europa deve difendere i propri interessi e privilegi mantenendo quella "asimmetria" e preparandosi a intervenire anche fuori dai confini dell'Europa stessa.
Questa è peraltro la strategia militare che si è affermata dalla fine degli anni '80 e con la prima guerra contro l'Iraq, e rende ancora più chiara la scelta di una "forza di intervento rapido", che ha il compito di tutelare i propri interessi attraverso la capacità di intervenire rapidamente e in maniera pesante ovunque tali interessi siano messi a rischio da "crisi" nelle aree strategiche. Una forza che deve quindi saper affrontare, anche preventivamente, qualsiasi destabilizzazione regionale possa mettere in pericolo la presenza economica e l'influenza politica europea.
Tra l'altro questa capacità di intervento sarebbe affiancata da una forza di polizia europea, visto che al Vertica di Feira del giugno 2000 è stato deciso di "mettere a disposizione fino a 5000 poliziotti per missioni internazionali per tutto il raggio di operazioni di prevenzione dei conflitti e di gestione delle crisi. Gli stati membri hanno anche assentito a mettere a disposizione fino a 1000 poliziotti in 30 giorni".
Il quadro di completa con una sottolineatura dell'importanza di una gestione "non-militare" delle crisi, che avrà il compito, ormai ritenuto fondamentale dallo stesso pensiero militare, di coinvolgere ONG e società civile nelle operazioni militari, con una funzione subalterna e di mascheramento, come fu ad esempio l'Operazione Arcobaleno del governo D'Alema.

E' evidente quindi che un' Unione Europea che cerca di darsi una fisionomia più stabile, che ha da tempo avviato un'unità economica e monetaria e che si pone l'obiettivo di "costituzionalizzare" la sua unione politica, sceglie una politica di difesa comune conseguente alle modalità e alle logiche di costruzione di questa Europa: così come cerca di inserirsi sulla strada della competizione economica con gli USA sul loro stesso terreno, della relazione con le aree più vicine (Nordafrica, Medioriente, Est europeo) nei termini di dominio, si pone come "fortezza" nei confronti di migranti e non-inclusi - la conseguenza sul piano politico-militare è quella interventista.
La bozza della Convenzione, per quanto genericamente affidi alla politica di difesa comune l'obiettivo di "salvaguardare i valori, gli interessi fondamentali, la sicurezza, l'indipendenza e l'integrità dell'Unione", è abbastanza esplicita nell'elencare quali siano le "missioni" alle quali sarà chiamata una forza armata europea: "Le missioni . nelle quali l'Unione può ricorrere a mezzi civili e militari comprendono le azioni congiunte in materia di disarmo, le missioni umanitarie e di soccorso, le missioni di consulenza e assistenza in materia militare, le missioni di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace e le missioni di unità di combattimento nella gestione delle crisi, ivi comprese le missioni tese al ristabilimento della pace e le missioni di stabilizzazione ai termini dei conflitti. Tutte queste missioni possono contribuire alla lotta contro il terrorismo, anche tramite il sostegno a Stati terzi per combattere il terrorismo sul loro territorio".
In questo modo vengono elencate tutte le possibili opzioni, e le possibili giustificazioni delle operazioni militari che abbiamo conosciuto negli ultimi anni.
E' interessante notare come questa formulazione ne richiami un'altra analoga che si può leggere nella "National Security Strategy" degli Stati Uniti preparata da Clinton nel 1997, dove - con maggiore sincerità e arroganza - si affermava che "le forze armate degli Stati Uniti conducono operazioni contingenti di bassa intensità al fine di far valere gli interessi nazionali. Queste operazioni comprendono tutti i tipi di intervento militare che non riguardano gli scenari di guerra più in generale, inclusa . l'assistenza umanitaria, il peacekeeping, il soccorso nel caso di disastri, le zone di non volo, il rinforzo agli alleati chiave, attacchi limitati e interventi militari veri e propri. Questi interventi rappresentano la sfida più frequente per le forze degli Stati Uniti e nel loro insieme richiederanno un impegno significativo" .
D'altra parte il fatto che non ci siano più differenze tra "missioni di pace" e "missioni di guerra" è ormai a tutti evidente: qualsiasi sia il nome che viene dato agli interventi, hanno comunque un obiettivo politico-militare di presenza e controllo. La "difesa comune" europea non sfugge a questa logica.
Questa sostanziale omogeneità di strategie politico-militari tra paesi europei e Stati Uniti è resa ancora più evidente nelle parole del ministro della difesa francese che nello scorso dicembre dichiarava: "fuori dai nostri confini, all'interno del quadro di azioni di prevenzione e protezione, dobbiamo essere capaci di identificare e prevenire minacce rapidamente. All'interno di questo quadro possibili azioni preventive non sono fuori questione, quando un'esplicita minaccia è stata riconosciuta".
Come si vede una posizione che non si distacca poi molto dalla teoria di "guerra preventiva" cara al presidente Bush jr.
Inoltre è interessante notare come la "politica di sicurezza" sia intesa a 360°: ancora Javier Solana, nel documento presentato al Consiglio Europeo di Salonicco del 20 giugno 2003, scrive che "Il contributo ad un miglior governo tramite programmi di assistenza, l'imposizione di condizioni e misure commerciali specifiche, devono costituire un elemento importante della strategia di sicurezza dell'Unione Europea": l'obiettivo ancora una volta è quello di determinare le condizioni delle relazioni con i paesi terzi, costringerli in ogni modo ad accettare le regole imposte dai più forti - impegno reso ancora più urgente dalle difficoltà che Unione Europea e Stati Uniti si trovano di fronte sul piano politico internazionale, come il fallimento del vertice del Wto a Cancun ha mostrato chiaramente.

Se possiamo quindi parlare di logiche strategiche omogenee tra Stati Uniti e governi dell'Unione Europea, non possiamo però intenderlo come totale subordinazione europea alle scelte degli Usa stessi e nemmeno omogeneità di posizioni sul ruolo che una politica di difesa comune europea deve svolgere sul piano internazionale.
D'altra parte questa differenza di posizioni, tra Stati Uniti e governi europei e tra questi governi tra loro, è stata evidente già rispetto alla decisione di attaccare l'Iraq e oggi sulla gestione del "dopoguerra".
Quelle stesse differenze di posizioni possiamo trovarle in Europa riguardo la tendenza alla difesa comune: la Francia spinge per un forte ruolo autonomo dell'Europa come primo passo verso la costituzione di un "esercito europeo"; Germania, Grecia, Belgio, Spagna e Lussemburgo sono invece favorevoli a una maggiore integrazione europea, compreso la costituzione di uno staff di comando e pianificazione europea delle operazioni militari senza il coinvolgimento della Nato, ma riducendo la caratterizzazione di "confronto" con gli Stati Uniti; la Gran Bretagna invece, e l'Italia di Berlusconi sembra sposare questa tesi, è favorevole alla creazione di una cellula di pianificazione europea all'interno del comando Nato di Bruxelles (Shape) - quindi esprimendo il proprio accorso ad un'ampliamento del tipo missioni per le forze europee, ma in una logica "complementare" con la Nato, e non "competitiva".
Il quadro è reso ancora più complicato dall'allargamento della Ue a 25 membri, perché l'ingresso dei paesi dell'est europeo già membri della Nato sposterà ancora di più il peso verso una maggiore integrazione con gli Stati Uniti e nella Nato - e questo rappresenta un successo della strategia statunitense di allargamento della Nato perseguita fin dai primi anni '90.

Un accordo più forte, in particolare tra Francia, Germania e Gran Bretagna, sembra invece esistere sulla gestione intergovernativa del bilancio militare comune. La bozza della Convenzione prevede al riguardo la creazione di un' Agenzia Europea per gli armamenti: da questo punto di vista gli accordi e le fusioni tra le industrie della difesa dei paesi europei è in fase avanzata, e nei prossimi anni è previsto un aumento complessivo delle spese militari dei paesi dell'unione Europea - secondo quanto riporta Achille Lodovisi nella relazione al controvertice di Riva del Garda (vedi www.stopwtoriva2003.org) "nei prossimi dieci-quindici anni, secondo uno studio commissionato dal governo britannico, per promuovere le capacità militari dei paesi dell'Unione Europea di rispondere alle crisi internazionali, dovranno essere stanziati dai governi degli stati membri più di 25 miliardi di dollari in investimenti aggiuntivi. Già tenendo conto della dinamica di lungo periodo (1988-2002) le spese militari dei paesi dell 'UE potrebbero raggiungere nel 2005 i 177,6 miliardi di dollari (cost.
2000), un livello prossimo a quello degli ultimi anni della Guerra Fredda".
La proposta del ministro Martino di sottrarre le spese militari dai parametri del patto di convergenza, che per ora è stata accolta con forti perplessità dagli altri governi già in difficoltà sul piano economico complessivo, rappresenterebbe la completa sanzione della "autonomia del militare" nella costituzione dell'Unione Europea.

Il movimento per un'altra Europa rischia di trovarsi di fronte ad un dibattito forzato e incanalato su una falsa alternativa, come se si dovesse scegliere tra un Europa subalterna agli Stati Uniti e un soggetto indipendente, che persegue il multilateralismo anche attraverso lo strumento militare.
L'alternativa per noi invece è molto differente, e contrappone alla costituzione di una "Europa armata" (integrata o meno nella Nato) la proposta e la pratica di una "Europa disarmata", che dovrebbe cominciare a confrontarsi su tre aspetti.
In primo luogo ritengo sia interessante la proposta elaborata dalla "Convenzione permanente di donne contro la guerra" per una "Europa neutrale" . In questo caso possiamo anche discutere se il termine "neutralità" sia il più adatto a esprimere la forza e la portata della proposta, ma l'idea di un continente che rifiuta la scelta della guerra e in particolare di politiche aggressive e che quindi costruisce relazioni pacifiche con i paesi delle regioni vicine (a partire dal Mediterraneo) rappresenta un'importante stimolo a progettare "l'Europa che vogliamo", e per questo è un terreno utile di confronto nel movimento, anche attraverso lo sviluppo e la valorizzazione delle esperienze di "diplomazia popolare" e di intervento civile nelle zone di conflitto, che dovrebbero avere anche un coordinamento continentale.
Questo approccio non può quindi fermarsi al piano del diritto, attraverso la proposta della costituzionalizzazione del principio del "ripudio della guerra" anche in Europa - che può comunque servire ad aprire un dibattito pubblico sulle scelte della Convenzione, ma non riesce ad affrontare la realtà di un interventismo già in atto da parte dei paesi europei e dell' Unione in quanto tale.
Proprio lo sviluppo di un'iniziativa permanente e coordinata contro gli interventi militari dei paesi europei rappresenta il secondo piano di impegno. In questi ultimi anni si sono moltiplicate le "missioni" e gli interventi militari di "stabilizzazione", e in alcuni di questi l'Unione Europea ha un ruolo di primo piano e/o di comando. Alcuni paesi europei, tra i quali l'Italia, partecipano all'occupazione dell'Iraq, mentre la Nato nel suo insieme è in Afghanistan: non possiamo quindi non opporci a questi interventi, per quanto rappresentano nell'immediato e perché rappresentano bene quale sia la direzione della "politica di difesa comune". La mobilitazione per porre fine a questi interventi si deve quindi intrecciare con la costruzione di un'iniziativa permanente dei movimenti europei contro il "concetto strategico" dell'Unione e le sue ricadute nelle politiche militari - in particolare contro gli insediamenti e le basi sul territorio, per un controllo maggiore sul commercio di armamenti e la riconversione dell 'industria bellica e quindi per una riduzione delle spese militari.
A questo si collega quindi il terzo aspetto: dobbiamo riuscire a far diventare l'impegno per un'"Europa disarmata" parte della più generale iniziativa per una "Europa sociale", sottolineando come la sottrazione di risorse al settore bellico possa dare impulso ad una maggiore spesa sociale.
Ancora una volta è evidente come l'impegno per un'Europa di pace non possa essere esclusivo del "movimento per la pace", ma debba diventare terreno comune dell'iniziativa del "movimento dei movimenti", a partire dalla prossima sessione parigina del Forum Sociale Europeo.


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