Tutta mia la città...
Elio Arnone - 03-11-2003
Finalmente il lungo viaggio di ritorno al paese natio stava per finire, mi lasciavo dietro il grigio piovigginoso di fabbriche melanconiche per rituffarmi nel sole di spiagge accoglienti.

Mentre guidavo ripercorrevo con la mente la mia storia, uguale a quella di tanti altri partiti in cerca di quella fortuna che il paese non era stato in grado di offrire.
Un paese avaro ed ingrato che, tuttavia, nessuno, con uno straccio di lavoro anche malretribuito, si sarebbe sognato di lasciare..
Lasciavo un’occupazione sofferta, fatta di sacrifici, lontano da casa e dagli affetti, che, comunque, per tanti anni mi aveva dato di che vivere dignitosa mente.

Ma era finalmente giunto il momento di tornare. Il viaggio lungo, interminabile, attraverso l’Italia stava per finire.
Dall’imbarcadero di Villa S. Giovanni già si vedeva la Sicilia, e mi sembrava di assaporarne gli odori, di vederne i colori brillanti di luci, dimenticati nelle nebbie del nord.
E sentivo la vita pulsare nel vociare chiassoso dei bambini che si accanivano rincorrendo un pallone. Stavo per arrivare.

Chissà come avrei trovato la mia città dopo tanti di lontananza, chissà se i vecchi chiacchieravano ancora seduti a circolo con le coppole in testa, sugli ampi marciapiedi.
Chissà se i giovani passeggiavano ancora nei lunghi pomeriggi per i corsi principali, scambiandosi sguardi furtivi con ragazze spesso meravigliavate della loro stessa audacia.

Il desiderio di verificare questi ed altri pensieri mi indusse a premere sull’acceleratore per affrettare i tempi.

E finalmente eccolo lì il cartello segnaletico che mi annunciava che stavo per arrivare: “Provincia del Golfo-La città di Licata vi da il benvenuto”.
Ma allora i miei concittadini ce l’avevano fatta a rendersi indipendenti da Agrigento, che da decenni ci mortificava privilegiando se stessa, e poi Sciacca, Porto Empedocle…

Entrai in città percorrendo un largo viale di palme altissime che creavano suggestioni esotiche mai provate prima…
Le case erano tinteggiate con colori vivaci e di buon gusto, i balconi stracolmi di gerani ed altri fiori variopinti davano l’idea di un paese in festa.
Guidavo stropicciandomi gli occhi, e dandomi pizzicotti, mi chiedevo se per caso non fossi capitato in una città che non conoscevo.
Ma no, era proprio la mia città, cambiata, ma la mia città.
Avevo rallentato per cercare di riandare ai miei ricordi, allungando la fila delle macchine che mi seguivano, e già immaginavo lo strombazzare dei clacson per sollecitarmi ad accelerare l’andatura, cosa che, con mia grande meraviglia, non avvenne.
La circolazione scorreva veloce e silenziosa, guidatori e passeggeri indossavano le cinture, ed i giovani, ognuno con il proprio casco, si muovevano attenti al codice della strada evitando equilibrismi, impennate, azzardati sorpassi a destra.
Le strade erano ordinate, pulite, non riuscii a vedere lungo tutto il percorso un pezzetto di carta straccia.
Ai bordi, contenitori d’immondizia che parevano essere appena usciti dalle fabbriche, tanto erano curati.
Sui marciapiedi sgombri di venditori ambulanti, tavoli, sedie, esposizioni artigianali varie, vecchie signore camminavano tranquille con le borse della
spesa.
Trattenni a stento un ooh di meraviglia alla vista di alcune fontanelle da cui sgorgava un’acqua così limpida che invitava a bere.
E ripensai ai carrettieri che attraversando strade polverose portavano botti piene d’acqua da vendere nei quartieri della città.
Mi meravigliò molto non vedere i vecchi dalle coppole nere seduti a circolo a raccontarsi ricordi e così, incontrato un vigile, mi fermai per chiedere notizie.
Con modi gentili e garbati, mi spiegò che da tempo agli anziani, era riservata un’attenzione particolare e che esistevano ben tre centri sociali dove potevano riunirsi, parlare, leggere i giornali, ascoltare musica e giocare a bocce.
Proseguendo, intontito dalle novità che andavo via via incontrando, notai una quasi totale assenza di giovani in età da lavoro, e la cosa mi incuriosì tanto che decisi di fermarmi un attimo in un bar con la scusa di bere qualcosa di fresco.

Mi sedetti ad un tavolo ed un cameriere premuroso e dai modi gentili prese subito l’ordinazione.

Gli chiesi dove fossero andati a finire i giovani e le giovani del paese e se per caso avessero preso la via della emigrazione come era toccato a tanti di noi.
Con un sorriso mi rispose che “Deve essere proprio tanto tempo che manca dal paese per non sapere che a quest’ora i giovani sono tutti al lavoro. Tutto iniziò risolvendo finalmente l’eterno problema dell’approvvigionamento idrico delle campagne con fondi comunitari. L’agricoltura ebbe un vero e proprio boom e nacquero decine di fabbrichette per la trasformazione dei prodotti della terra.
In poco tempo la città realizzò l’utopia di uno sviluppo ecocompatibile e raggiunse un obiettivo insperato e che nemmeno i politici più disinvolti avevano osato promettere: “disoccupazione zero".
Tutta questa nuova ricchezza spinse le amministrazioni a creare nuove infrastrutture, strade, ponti, un nuovo e moderno mercato ortofrutticolo e persino un piccolo aeroporto.
Anche la stazione ferroviaria fu spostata fuori paese ed i passaggi a livello del centro eliminati, rendendo fluida la circolazione stradale e felici gli abitanti di Oltreponte.
Un fermento creativo che coinvolse tutti e che riuscì perfino a convincere chi teneva stretti i propri soldi nelle banche o nella posta a osare di più, ad avere fiducia, a credere nell’avvenire investendo.
Sono nati così alberghi, pensioni, ristoranti, discoteche.
Per dirle, questa estate mezza Sicilia senza mare ha fatto il bagno nelle nostre magnifiche spiagge. E che dire del gemellaggio con Malta?
Collegamenti giornalieri assicurano un notevole flusso turistico nei due sensi. Licata è al centro di itinerari che da qui conducono a Piazza Armerina, Agrigento, Naro.
Anche il traffico commerciale è aumentato : quasi tutti i prodotti della terra che finiscono sulle tavole dei maltesi sono nostri.
Insomma il porto va, e Licata è diventata il più importante punto di riferimento del Mediterraneo per la diportistica nautica.
C’è voluto l’impegno di tutti per trasformare camerieri, ristoratori, commercianti e tanti altri operatori improvvisati in apprezzati professionisti.
Banchi di frutta e verdura, carrettelle di pescivendoli, comportamenti truffaldini, fanno parte di un passato folcloristico tutto da dimenticare. Gentilezza, cortesia, onestà sono diventate le parole d’ordine che ci consentiranno di assicurare un futuro ai nostri figli che potranno lavorare nella loro terra, per la loro terra. Oggi Licata è una città vivibile con una qualità della vita elevata. Molti dei suoi cittadini migliori, emigrati giovanissimi per ragioni di lavoro, sono tornati mettendo a disposizione della città risorse umane e professionali di prim’ordine. E tutto funziona meglio: scuola, sanità, pubblica amministrazione. Perfino alle poste non si fa più la fila, e così al Comune, completamente informatizzato. Insomma una reazione a catena naturale, incontrollabile, inarrestabile che ha prodotto una vera rivoluzione sociale, economica e culturale.. M a ora la devo lasciare e mi scuso del piccolo sfogo dettato da un pizzico di orgoglio civico”.

Avevo ascoltato a bocca aperta tutte le informazioni fornitemi dal cameriere e mi chiedevo se, tanti anni prima, avessi fatto bene ad abbandonare quella nave che sembrava affondare.
Non volevo però che questo pensiero mi guastasse la giornata, ero tornato, questo contava, la città era profondamente cambiata in meglio, ed era la mia città!
Dopo aver ringraziato, salutai il cameriere e mi diressi verso la macchina per verificare le meraviglie che avevo ascoltato. Infilai la chiave nel cruscotto e…uno scampanellio assordante mi fece sobbalzare. Non ero nel sedile della mia macchina! E non ero neanche in macchina! Mi alzai, spostai le coperte ed accesi la luce: avevo sognato.

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