Appunti per il Forum Sociale europeo di Saint Denis
carta - 31-10-2003
PER UNO SVILUPPO ULTERIORE DEL MOVIMENTO






Il movimento di contestazione della guerra e delle politiche neoliberiste, quello che è stato efficacemente definito “il movimento dei movimenti” ha già percorso una lunga strada, un cammino difficile nel quale ha vinto una grande sfida: quella di affermare l’esistenza di un altro punto di vista rispetto a quello che veniva imposto come l’unico ordine esistente, anzi l’unico ordine possibile.
Non era scontato, non è stato un cammino in linea retta, né l’applicazione di una politica decisa dall’esterno. Si è trattato di un fare, di un cammino, del prodursi di eventi, di un crescere nel concreto di un’esperienza, anzi di tante esperienze che si sono parlate tra loro e hanno saputo intrecciare relazioni. Un movimento, quindi, capace di “interrogarsi camminando”, in cui proprio il percorso rappresenta l’occasione della crescita , assieme di ognuno e collettiva.
La riflessione, il confronto, il dibattito le avvertiamo, quindi, non come un elemento portato dall’esterno per influire nelle scelte del movimento ma come l’alimento per crescere , l’unico vero “vincolo interno” del movimento.
La guerra e le politiche neoliberiste producono ulteriori crisi e instabilità. Producono una regressione complessiva, che possiamo indagare sia sul versante delle relazioni internazionali, del prodursi di ulteriori precipitazioni nelle aree di crisi, sia in quello di un avvitamento su se stesse delle politiche neoliberiste.
La guerra si impantana, perde anche quella vernice retorica di mezzo terribile per distruggere il terrorismo, l’orrore della morte che scaccia altra morte. Non risolve le crisi, anzi le aggrava, non produce nuove relazioni di cooperazione, impone un dominio sempre più unipolare. La guerra fallisce anche come mezzo di risoluzione dei conflitti. Ma questo fallimento non produce un ripensamento, anzi rischia di portare a nuove escalation, a un aggravamento esponenziale del ricorso alla supremazia delle armi come mezzo di imposizione e di dominio. La crisi del neoliberismo provoca il ricorso alla guerra permanente come strumento di dominio. La globalizzazione spinge a sempre nuove crisi economiche e sociali, in un quadro nel quale la competizione e la concorrenza accentuano l’instabilità e l’incertezza generali.
Nelle aree forti, la precarietà sociale diviene la cifra interpretativa con la quale leggere la nuova condizione dello sfruttamento e dell’alienazione.
Una precarietà che smette le vesti di una condizione di fasce sociali specifiche e che si generalizza e informa a sé l’insieme delle politiche economiche e sociali e invade ogni momento dell’esistenza, dai tempi di lavoro si estende a quelli di vita, anzi, pervasivamente, si insinua fin dentro il vivente medesimo.
Una precarietà che distrugge ogni sovranità ambientale e alimentare, anzi che le sussume dentro una ricetta devastante di sottrazione alla collettività dei beni essenziali ed elementari, quali l’acqua, il suolo, l’aria, l’energia.
La crisi prodottasi, sia sul terreno della guerra che delle politiche neoliberiste, non produce di per sé l’alternativa. Il vecchio mondo è in crisi ma il nuovo mondo è ancora solo possibile.
Il rischio di una vera e propria crisi di civiltà è spalancato di fronte all’intera umanità.
Per questo, riteniamo sia maturo e necessario, un nuovo “salto” del movimento, il “balzo della tigre” per proporsi concretamente qui ed ora come alternativa alla devastazione della guerra, alla devastazione sociale, alla devastazione ambientale.
Tutti noi, quindi, nessuno escluso, sia nelle tradizionali che nelle nuove forme di organizzazione dei partiti, dei sindacati, delle associazioni, dei movimenti, dei comitati locali, delle varie realtà associative e di base che, in qualche modo, si sono rese partecipi del movimento e da questo sono state contaminati, siamo indagati e sfidati dal tema dell’efficacia della risposta alla crisi drammatica in cui guerra e politiche neoliberiste, in forme sempre più estremizzate, precipitano il mondo e noi stessi .
Il movimento è la grande novità di questo secolo.
E’ riuscito a mettere in discussione il pensiero unico e l’idea, divenuta vera visone del modo, della “fine della storia”, ovvero che fosse ormai derubricato il tema della trasformazione.
La critica ai processi di decisione ademocratica degli istituti di regolazione del mercato globale hanno messo a nudo il cuore delle politiche di governo mondiale dell’economia.
Il punto decisivo è stato proprio quello di contestare la legittimità di quegli istituti, fintamente tecnici, di determinare le scelte fondamentali, sia nel sud che nel nord del mondo.
Ciò ha permesso di produrre una critica che è riuscita a trovare punti di contatto, a stabilire relazioni e alleanze tra forze e movimenti che erano fino a quel punto incomunicabili, anzi, in alcuni casi, nel recinto stretto della propria realtà, addirittura ostili. In rapporto al movimento, i contadini poveri del sud del mondo hanno potuto, per esempio, incontrare l’esperienza di quelli delle colture tipiche della ricca Europa, proprio in ragione che le une e le altre hanno trovato nei processi di liberalizzazione e di privatizzazione e nella pervasività del potere delle multinazionali, i veri nemici che, al tempo stesso, distruggono l’economia di sopravvivenza e le tradizioni comunitarie dei contadini del Sud e la qualità di quelle del Nord.
Il fallimento del vertice di Cancun del WTO è frutto, oltre che delle contraddizioni dentro le medesime forze liberiste, anche della forza assunta dal movimento e della sua capacità di incidere, anche se è tutt’ora presente il rischio di sbocchi involutivi, mentre rimane del tutto aperta la questione decisiva di nuovi rapporti tra il sud e il nord del mondo.
La critica radicale alla guerra è stata la chiave che ha permesso lo svilupparsi del nuovo movimento per la pace. Questo perché la critica ha colto l’elemento strutturale della guerra al tempo della globalizzazione neoliberista, ovvero, la guerra permanente e infinita della dottrina Bush. Al tempo stesso, ha colto l’elemento di connessione della coppia guerra / terrorismo, sottoponendo ambedue alla medesima critica radicale.
La critica alla guerra ha perso, così, ogni elemento, anche soltanto simbolico, di schieramento nella contesa, proprio, in quanto, la critica alla guerra e il nuovo pacifismo, hanno proposto la fuoriuscita dallo schema in cui guerra e terrorismo si fronteggiano.
Un nuovo mondo è possibile, è quindi divenuto l’elemento sovraordinatore in cui inserire tutte le esperienze, le lotte, le ricerche per fuoriuscire dalla gabbia in cui guerra e neoliberismo costringono l’umanità intera. Una nuova critica e un nuovo movimento mondiale, quindi, che ha veramente cambiato la cultura prevalente e permesso ai movimenti di uscire dalla resistenza per riproporre, in maniera del tutto differente dal 900, il tema della trasformazione.
Il movimento ha superato prove durissime. In altri momenti e con altre culture, non ne sarebbe uscito con la medesima forza. Ha resistito alla repressione di una violenza astratta e generale, come è avvenuto a Genova (e prima a Napoli), lucidamente decisa e messa in campo per dividere il movimento e costringerlo alla spirale repressione/violenza/nuova repressione e così via. Questa trappola non è riuscita: il movimento non ha seguito il cammino che gli veniva offerto, ha mantenuto assieme la propria radicalità, unità e pluralità e la nonviolenza come cultura di una nuova politica.
Sono proprio queste le caratteristiche fondamentali del movimento. La capacità di far vivere esperienze, percorsi, linguaggi differenti e, assieme, di farli dialogare e, quindi, di contaminarsi felicemente. La capacità, quindi, di mantenere un pluralismo di tante culture che, proprio nel camminare assieme e nell’interrogarsi camminando, si incontrano. Un approccio, quindi del tutto fuori da fissità ideologiche predeterminate dall’esterno ed esportate dentro al movimento, alla riduzione del movimento a intergruppi che si confrontano e si sfidano per l’egemonia.
Così, anche noi di Rifondazione Comunista abbiamo deciso di confrontarci assieme agli altri, come parte del movimento.
Le esperienze e le culture plurali, fanno si che partiti o parti di essi, sindacati o pezzi di questi, forze culturali, associazioni, comitati, esperienze di base, realtà associative consolidate e nuove, esperienze del tutto differenti che si autorganizzazno nel conflitto sociale o che, diversamente, si esprimono nel volontariato sociale o in altre forme, si sono incontrati alla pari, senza chiedere a nessuno da “dove vieni” ma, al contrario, rigidissimi sulle discriminanti del no alla guerra e alle politiche neoliberiste, quindi sul “che fai”, sul come di esponi e di esprimi nel cammino concreto per uscire fuori dal mondo della guerra e dell’ingiustizia sociale.
Un movimento unitario, quindi, e radicale nelle scelte, dove unità e radicalità rappresentano il binomio inscindibile per tenere assieme tutte le esperienze, senza emarginarne e perderne alcuna e senza smarrire la carica trasformatrice di sé e del mondo.
La nonviolenza è il carattere del movimento. Senza quel comportamento di massa, il movimento non avrebbe resistito alle prove cui è stato sottoposto. Quella scelta di azione collettiva ne individua la peculiarità e, al tempo stesso, ne esprime la più profonda politicità. La nonviolenza non è una scelta semplice, né una scelta comoda e chiede a tutti, a noi per primi, la capacità di leggere criticamente gran parte della propria storia e delle proprie esperienze. Eppure, oggi, è, per noi, la scelta politica che permette la crescita del movimento e la costruzione di una vera alternativa alla guerra e al neoliberismo. La nonviolenza, come ormai appartiene al patrimonio collettivo, non è semplicemente il rifiuto di esercitare atti violenti, esprime una carica positiva e propositiva, è quindi, azione politica che prefigura la società che vogliamo contribuire a far nascere, già costruendo, nel contempo, relazioni, spazi sottratti alla logica della violenza e della sopraffazione.
Come viene detto in un documento dell’esecutivo dei giovani comunisti, che apprezziamo integralmente: “La nostra capacità di sottrarci alla violenza come scelta di fondo si è definita nella convinzione che la violenza e il suo monopolio stiano dall’altra parte.”
La nonviolenza ha la capacità di parlare al mondo, specialmente al mondo contemporaneo della globalizzazione dell’informazione e delle comunicazioni. Come abbiamo tutti osservato, almeno a partire da Genova, le migliaia di telecamere, di macchine fotografiche, di registratori, rappresentano una forma efficace di contestazione delle verità che le classi dirigenti vorrebbero costruire. Spalancare porte e finestre giova al movimento, che nulla ha da perdere e tutto da guadagnare dalla luce, anzi da questo trae la stessa possibilità di far crescere il consenso intorno a sé.
Contro la guerra, in un giorno, manifestarono nel mondo decine e decine di milioni di persone, in una grande catena coordinata. Un grande fatto che fece parlare il New York Times della nascita di una “nuova potenza”, l’unica in grado di fronteggiare la macchina di guerra americana.
La nonviolenza non si identifica con l’obbedienza, anzi, al contrario, molte volte con la disobbedienza anche alle leggi ingiuste. Oggi, qui in questa parte del mondo, il sottrarsi alla violenza, la nonviolenza, consente di andare alla radice dei bisogni e dei conflitti e di estrarre tutta la radicalità di un antagonismo latente e consente, anche, di mettere in luce tutti i limiti e le insufficienze dell’organizzazione delle lotte per farne oggetto di una critica di massa. Per fare un solo esempio, l’incapacità di mettere in campo un’adeguata risposta (per esempio con uno sciopero generalizzato) almeno a livello europeo , contro la guerra e l’attacco ai sistemi di protezione sociale come quello previdenziale.

La pratica della nonviolenza ci pone l’esigenza di un allargamento della partecipazione democratica, ovvero di una pratica generalizzabile. Anche, allorché, si sceglie di fare atti importanti di contestazione, come fu il “train stopping”, per fermare o rallentare i treni che portavano le armi di distruzione per la guerra o, di alto valore simbolico, come è l’obiezione alle spese militari, il riferimento è sempre alla comprensibilità dell’azione, alla solidarietà che essa suscita anche per le modalità nelle quali essa viene condotta, al rispetto che provoca anche in chi l’avversa, alla sua riproducibilità. Quando ci si pone il giusto obiettivo di boicottare la legge 30 sulla precarietà del lavoro, la scelta è quella di pratiche che coinvolgano i soggetti interessati, forze politiche e sindacali,gli enti locali, in una iniziativa di crescita della partecipazione dal basso. Quando si affronta, nelle grandi aree urbane, il tema della sofferenza dell’abitare, dentro le vecchie e nuove contraddizioni prodotte dalla rendita immobiliare e dalla speculazione edilizia, l’occupazioni degli immobili sfitti e sottoposti a processi speculativi, la generalizzazione dei presidi per impedire gli sfratti per i soggetti in difficoltà rappresentano una pratica di disobbedienza che crea alleanze sociali, utili per aprire vertenze generali per il diritto alla casa.
La nonviolenza, quindi, si pone per noi non come una scelta tattica, legata a quella che una volta veniva definita la valutazione dei rapporti di forza, ma come un elemento strategico di una nuova politica, di un nuovo rapporto di ricerca di coerenza tra mezzi della battaglia politica e suoi obiettivi, di spostamento del fuoco dell’agire politico dalla conquista del potere così com’è, alla costruzione di un nuovo potere.
Ogni movimento crea le proprie forme di democrazia e di partecipazione; noi pensiamo che il tema sia ormai all’ordine del giorno anche di questo movimento.
La democrazia e la partecipazione al movimento non rappresentano esigenze astratte, né vogliono essere la riproposizione di formule tradizionali della politica per contare i pesi delle singole componenti interne al movimento o per fotografarne la geografia interna.
Tutto il contrario. Le forme di partecipazione vanno indagate e sviluppate al fine di affrontare il tema decisivo del radicamento, come questione ineludibile per la crescita ulteriore del movimento.
Una crescita che può assumere le mille forme della sperimentazione di nuove forme di partecipazione e di democrazia diretta e che si innestano direttamente con la capacità di aprire vertenze nei luoghi di lavoro e di vita, nel far entrare l’esperienza del movimento dentro le mille articolazioni delle municipalità, nelle mille plurali esperienze delle lotte locali, nelle varie forme dei conflitti sociali.
La sfida principale che dobbiamo affrontare per l’ulteriore crescita del movimento è quella del suo radicamento nella realtà sociale per la costruzione di un’altra Europa rispetto al modello liberale che il processo di unificazione sta portando avanti e che è rappresentato dal progetto di Costituzione europea che la Convenzione ha predisposto.
La critica radicale a quel progetto rappresenta il carattere diviene il carattere fondante della costruzione di un’altra Europa possibile. La Costituzione europea proposta, infatti, segna una cesura con il modello costituzionale con il quale sono nate le principali democrazie europee. Rappresenta, quindi, essenzialmente la costituzionalizzazione dell’impianto neoliberale e del mercato.
Così è anche sul tema cruciale della guerra e della prospettiva del sistema di difesa europeo.
Questa regressione sul piano della costituzione democratica si connette con un attacco generale a quello che possiamo definire in grandi linee il modello di stato sociale europeo. La messa in discussione, in varie forme, nei vari Paesi del sistema previdenziale ne è soltanto un esempio.
E’ in gioco complessivamente quella che possiamo definire la civiltà europea, per come si è costruita, sviluppando le sue migliori culture di fondo, nella lotta di massa del periodo storico seguito alla vittoria contro il nazifascismo.
La prospettiva dell’altra Europa si pone, dunque, in alternativa sia alle destre che propongono una omologazione al modello statunitense ma anche a quelle forze che si riferiscono al centro e alle sinistre moderate di un’Europa diversa ma compatibile, concorrente e alleata, sulle medesime linee fondamentali di politica estera, economica e sociale degli USA.
Per questa prospettiva dell’altra Europa, occorre connettere, in un quadro unitario di critica radicale, il tema della costruzione democratica dell’unificazione europea.con quello del conflitto sociale e della costruzione di nuovi diritti del lavoro, di cittadinanza e un nuovo welfare.
Per fornire un immagine rappresentativa di questa esigenza, occorre riunificare le due piazze che le manifestazioni del 4 ottobre hanno visto ancora separate, anche se, grazie proprio alla forza di contaminazione del movimento e al cammino comune fatto, non diviso.
Il limite della piattaforma del sindacato e di autonomia rispetto al processo di Costituzione europea è stato l’elemento impedente una condivisione complessiva della giornata di lotta con tutto il movimento. Ma sarebbe sbagliato non cogliere la traiettoria che l’esplodere del conflitto sociale indica, anche con l’indizione dello sciopero generale e il dialogo importante che si è sviluppato nella giornata del 3 ottobre con il convegno promosso all’Università di Roma dal Forum Sociale.
Occorre, però, andare oltre il dialogo. Nelle due manifestazioni, erano rappresentati anche fisicamente, i due proletariati: quello tradizionale, che difende i diritti conquistati negli scorsi decenni e quello nuovo, delle diverse forme che assume la precarietà, specialmente giovanile.
Anche la manifestazione del movimento , di cui noi siamo stati assieme ad altri promotori, ha avuto dei limiti che occorre indagare: per esempio, il rischio, anche per le modalità del suo svolgimento e in alcune sue espressioni, dell’autoreferenzialità. Essa propone a tutto il movimento un problema assai impegnativo. Ma, come non cogliere il fatto che, complessivamente nelle due giornate di movimento del 3 e 4 ottobre, ha preso espressione compiuta una critica radicale che può affermarsi come una prospettiva per un’altra Europa possibile?
Insieme, le due manifestazioni forniscono la rappresentazione delle basi sociali della forza propulsiva per una nuova fase di crescita del movimento.
Occorre, ora, aprire una discussione di massa e partecipata per contribuire a una crescita ulteriore del movimento, in primo luogo individuando i punti di applicazione, gli obiettivi e le forme di lotta adeguate.
Noi rifuggiamo da ogni ipotesi di rottura o divisione del movimento. Anzi, vorremmo che questo argomento fosse derubricato, perché fuorviante.
Il punto è come favorire una crescita di un movimento che ha già profondamente inciso nella società, modificato i rapporti di forza tra le forze politiche e sociali, un movimento che fa della propria autonomia un elemento caratterizzante ma che, è evidente, ha inciso profondamente anche dentro gli schieramenti politici.
Ci sentiamo di condividere pienamente quanto sul settimanale Carta è stato scritto sulla prospettiva del movimento:
“Il passo del movimento è diverso da quello della politica, anche di quella di sinistra e di estrema sinistra… i tempi della mobilitazione, i temi che stanno a cuore ai milioni di cittadini e di ragazzi che hanno mostrato in questi anni di essere sensibili e che non sono attribuibili a nessuna area , sono assai diversi dall’organizzare ciclicamente una manifestazione con cui misurare i bicipiti del movimento e il rispettivo peso.”
Il problema principale per tutto il movimento, e per ogni sua componente, è, dunque, quello del suo sviluppo, dei suoi obiettivi, del suo radicamento, della sua articolazione nel territorio, della sua efficacia diretta.
Il movimento non coincide con la sinistra di alternativa ma, pensiamo, che la sua costruzione sia sollecitata da questo movimento e che questa può rappresentare in Europa un contributo nella direzione della sua ulteriore crescita.
Nulla è più come prima. C’è l’irruzione forte del conflitto sociale: lo sciopero generale contro l’attacco alle pensioni, lo sciopero della FIOM, lo sciopero dei sindacati di base. In particolare, lo sciopero convocato dalla FIOM pone un problema assai importante e di valore generale, la questione della democrazia dei lavoratori come fondamento indispensabile all’autonomia del sindacato. Ora, tutto ciò pone la necessità, in autonomia rispetto al movimento ma in rapporto positivo con esso, di un salto di qualità, nella capacità di suscitare una partecipazione di massa e di prospettare un’alternativa reale, dell’opposizione politica e sociale al governo delle destre.
Con la bussola dell’unità e della radicalità del movimento e con la pratica della nonviolenza, nel vivo del conflitto sociale e democratico, possiamo costruire il radicamento del movimento per una sua ulteriore espansione.


Il sito ufficiale del Forum sociale europeo: www.fse-esf.org

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