Le radici della riforma
Vittorio Delmoro - 27-10-2003
Ovvero

DA UN LATO ORSOLINE E GESUITI DALL’ALTRO SAN PATRIGNANO




In questi tempi in cui un Beniamino Brocca (UDC, maggioranza di governo) combatte una battaglia tutta interna per far scrivere nel famigerato Primo Decreto Legislativo fino a un massimo di 18… invece che il già scritto non inferiore alle 18 , oppure il più minimale attività didattica, invece che il previsto nella stessa classe, dall’altra parte (altra?) un folto gruppo di buonsensisti si propone di elevare la bassa cultura che permea gli uffici ministeriali e la stessa ministra con una raffica di consigli detti appunto di buonsenso, dunque non tacciabili di partigianeria, né tantomeno di estremismo.

Conosciamo già come il capofila di questo gruppo di soccorritori pontieri, il D’Alema, intende considerare la controriforma morattiana, in vista di un cambio di governo e in attesa del dopo-berlusconi. Quella dalemiana potrebbe essere considerata pura tattica politica, e dunque accettabile in un’ottica di tornaconto elettorale e nello spirito spregiudicato (il fine giustifica i mezzi) di cui il capo ha dato più di una prova. Il mio timore è che si tratti invece di vera strategia, vale a dire della traccia del percorso politico principale del futuro governo di centrosinistra sulla scuola.

È in questa prospettiva che occorre tornare alle origini di tutto questo; occorre dimenticare per un momento le derivazioni conclusive in cui l’idea si è concretizzata (il tutor, l’orario, il portfolio, …) su cui ci stiamo arrovellando in questi giorni, per tornare all’inizio del percorso, in particolare a quel documento chiamato Rapporto finale del Gruppo Ristretto di Lavoro, insediato dalla ministra nel lontano luglio 2001, quello in sostanza che diede corpo agli Stati Generali del successivo dicembre.

Naturalmente non ripercorrerò tutta la strada (tonnellate di documenti la lastricano), ma mi soffermerò soltanto sulla considerazione bertagnesca che la scuola ha fallito i suoi obiettivi.

Il Bertagna di corte, ligio nel servire il proprio datore di lavoro con tutto lo zelo possibile (senza disdegnare di accreditarsi ora anche dall’altra parte), scovò i dati necessari a dimostrare la sua tesi (si sa che senza dati e senza sondaggi questo governo sarebbe finito). E i dati riportati dal Rapporto evidenziano una percentuale notevole di ragazzi e giovani che la scuola perde per strada e non conduce né al termine degli studi né ad una qualifica lavorativa.

Il Bertagna individua anche la causa di questo (presunto) fallimento scolastico non nella scuola (!), bensì nell’extrascuola, in particolare nell’ambiente sociale e famigliare di provenienza degli alunni.

In sostanza il Gruppo Ristretto dice che la scuola non è riuscita in questi ultimi decenni a farsi carico di tutte le problematiche che vi si sono riversate sopra a causa della crisi cui è andata incontro l’istituzione famigliare, accompagnata dal degrado sociale di certe aree urbane e marginali.

Potrebbe sembrare un’analisi corretta, un’analisi che condurrebbe, se la logica sorreggesse, ad un potenziamento della scuola nazionale, in attesa che altri e più onerosi investimenti si occupassero del degrado famigliare e sociale (lavoro, abitazioni, trasporti, servizi, opportunità, …).

E invece no!

Non perché la fervida mente dei componenti il Gruppo Ristretto non fosse in grado di concepire questo potenziamento educativo; lo era eccome! Lo si intravede persino in quel primo documento che parla di costruire una scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, cioè le scuole fino a 14 anni, che siano nell’insieme lunghe, non concitate, senza la nevrosi dei risultati intermedi. Ma poi ha prevalso la politica e si è imposto il volere della ministra, perfettamente in linea con le idee del suo capo.

E così avremo una scuola depotenziata, con meno risorse, meno docenti, meno ore, meno servizi e meno opportunità.

Un suicidio, sembrerebbe! Anzi, la certificazione ministeriale che la scuola ha davvero fallito i suoi obiettivi.

Ma non è così, o almeno non è solo così.

Perché la scuola pubblica, nelle mire morattianberlusconiane, dovrà occupare solo la quota ad essa assegnata, diciamo un fifty-fifty attorno al 50%, lasciando l’altra metà (col tempo, naturalmente) al privato. Pertanto la scuola pubblica dell’innovativo centrodestra ha bisogno di una poderosa cura dimagrante, una cura non traumatica, perché l’altra gamba, quella privata, non è ancora pronta e avrà bisogno di tempo (e di finanziamento pubblico) per raggiungere il traguardo previsto.

La controriforma morattiana questo è : la gradualizzazione del trapasso, con l’introduzione di tutti quegli elementi che potranno fluidificarlo e renderlo non solo indolore, ma anche funzionale. Nel giro di dieci, quindici anni nessuno ricorderà più come fosse la scuola di prima ed ognuno potrà avere la scuola che merita : le orsoline, i gesuiti, i boys-scout (quelli fortunati), oppure la scuola pubblica. E a quelli che risulteranno essere proprio refrattari (i Brian) penseranno Muccioli figlio ed eredi.

L’enfasi ministeriale che la ministra ripone sulle responsabilità famigliari e sul loro coinvolgimento nel processo educativo dei figli non modifica di un millimetro la crisi evidenziata dalle ricerche sociologiche; per cui sulle famiglie ricadrà un peso che non saranno in grado di sostenere e che non potranno neppure riaffidare alla scuola pubblica, perché questa avrà nel frattempo perduto le sue potenzialità.

Le famiglie saranno quindi costrette a cambiare interlocutore e dovranno rivolgersi all’offerta privata, quelle che potranno, naturalmente. Le altre invece continueranno ad affidare i figli alla scuola pubblica, adattandosi alla povertà dell’offerta, rassegnate fin da subito al secondo canale già predisposto dopo gli undici anni : la formazione professionale.

E qui conviene tornare a D’Alema e ai buonsensisti.

Perché dalle notizie di stampa apparse, sembrerebbe che sia proprio questo nuovo approccio alla formazione professionale delineato dalla controriforma morattiana ad aver stregato il nostro; sembrerebbe che per la scuola cosiddetta primaria al nuovo governo di centrosinistra basterà solo qualche ritocco, ad esempio sulla scia di Brocca; mentre sulla questione del rapporto scuola-lavoro si andrà spediti dietro la Moratti.

Attendiamo conferme ufficiali a queste interpretazioni, ma i buonsensisti non lasciano molti spiragli.

C’è infine la questione della carriera dei docenti, quella per cui Campione continua a sostenere che gli attuali costi degli stipendi non lasciano margini alla differenziazione. Ma tutto questo merita un ulteriore approfondimento.

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 red    - 27-10-2003
Da L'Unità

Il «sentire comune» nella scuola
di Andrea Ranieri

La Fondazione Italiani Europei ha aperto una discussione sulla scuola e sulle priorità che il centro sinistra dovrà darsi una volta tornato al governo. Alla discussione ho partecipato anche io insieme a tanti valenti amici e compagni che in questi anni nella scuola e sulla scuola hanno speso impegno intellettuale ed energie.
Il Corriere della Sera ha dato notizia dell'iniziativa, collegandola al documento del “buon senso”, varato da un gruppo di intellettuali “bipartisan” impegnati a deideologizzare, superando la logica degli schieramenti contrapposti, la discussione sulla scuola. Il “buon senso” si sintetizzerebbe in queste due proposizioni: “non si può cambiare tutto nella scuola ogni volta che cambia il governo”; “la scuola è di tutti, e quindi è necessario individuare un sentire comune oltre gli stessi schieramenti politici, da mettere alla base delle politiche scolastiche”. Due affermazioni sensate che però devono, per non risultare equivoche e fuorvianti, essere raffrontate alla situazione attuale della scuola e agli effetti che hanno su di essa le politiche del governo.
La scuola non è oggi turbata dal timore che il centro sinistra tornato al governo possa cambiare di nuovo tutto; è turbata dai cambiamenti in atto, dalle politiche insensate di questo governo che riducono l'autonomia delle scuole, la loro capacità di rispondere alle richieste della società e delle famiglie, e si aspetta da noi che arginiamo oggi gli effetti perversi di queste politiche, per riprendere dal governo un percorso riformatore.
La parte della scuola più colpita è quella che in questi anni si è più impegnata nelle riforme e nella innovazione. In quelle innovazioni reali che hanno preceduto la stessa riforma Berlinguer-De Mauro e che hanno trovato in quella riforma un punto di riferimento. Penso alle maestre e i maestri che hanno fatto della scuola dell'infanzia italiana la migliore del mondo; a quanti si sono impegnati per concepire e praticare il ciclo di base come ciclo unitario; agli insegnanti, alle famiglie, agli amministratori, che hanno saputo col tempo pieno collegare il sostegno ai genitori che lavorano ad un percorso educativo ricco ed impegnato; a quanti hanno lavorato per introdurre la cultura dell'innovazione tra sapere e saper fare, perché la scuola potesse essere davvero di tutti e di ciascuno. E ai tanti amministratori locali che hanno cominciato ad esercitare un ruolo politico, e non solo di mero supporto logistico, verso le scuole dell'autonomia e le domande che esse rivolgono al territorio. La loro preoccupazione non è se faremo o meno “tabula rasa” dei provvedimenti della Moratti; è che i provvedimenti della Moratti non facciano “tabula rasa” della creatività, dell'innovazione e dell'autonomia della scuola italiana.
La politica del governo di centro destra sulla scuola è una politica di parte. Che è stata decisa senza nemmeno provare a coinvolgere, non dico l'opposizione politica, ma nemmeno le esperienze più partecipate e condivise di trasformazione presenti nella scuola, il mondo della cultura che la scuola ha pensato e interpretato. È stata decisa sulla base dei numeri in Parlamento e di un'ideologia frammista di liberismo e di centralismo liberale che contraddistingue tutta l'azione di questo governo e che sta causando il declino economico, sociale e culturale del Paese. E che sta perdendo consensi, anche nella scuola.
Questa crisi di consenso dobbiamo allargarla e approfondirla, se non vogliamo che la scuola italiana continui ad essere traumatizzata e sconvolta, continui a vivere nell'insicurezza e nel timore delle prossime mosse del governo di centro destra. Quell'insicurezza che ad esempio oggi rende impossibile progettare il futuro ai dirigenti, agli insegnanti, agli studenti degli istituti tecnici e professionali a cui per ora è stato solo comunicato che non saranno più quelli di prima.
Per far questo dobbiamo rendere esplicito che non avremo esitazioni se saremo richiamati a governare a mutare profondamente quei provvedimenti che mettono in discussione l'autonomia delle scuole, che usano in maniera impropria il Titolo V della Costituzione per giustificare la separazione rigida e precoce fra i licei e l'istruzione e formazione professionale, che tendono a trasformare la scuola delle pari opportunità per tutti in un servizio a domanda individuale in cui il futuro dei bambini, dei ragazzi, dei giovani, è segnato dalle condizioni sociali e culturali delle famiglie da cui provengono.
Lo faremo, come abbiamo sempre fatto, confrontandoci con tutti, cercando il più possibile il "sentire comune", ma sapendo che questa stessa ricerca è utile e feconda se è saldamente ancorata a un orizzonte di valori e ad un popolo, quel popolo che crede al futuro della scuola della Repubblica, alla sua vitalità, alla sua capacità di innovazione e di riforma.
Questo popolo non vive la legge Moratti come una riforma che è succeduta a un'altra riforma. La vive come una legge di piccolo sabotaggio e di modesti orizzonti culturali che ha come obiettivo principale quello di bloccare il processo di riforma attivato dal governo di centrosinistra e di ridimensionare in qualità e in quantità l'offerta pubblica di istruzione. Ritengo che abbia ragione, e che ogni ambiguità in proposito sia estremamente pericolosa specie mentre siamo impegnati a discutere di un nuovo soggetto politico riformista, che tra le altre cose dovrebbe rendere chiaro a tutti che i riformisti siamo noi, non loro.