Gli Istituti Comprensivi a un bivio
Dedalus - 25-10-2003
Nella legge di riforma n.53/2003 ci sono due grandi "rimozioni" (c'entrerà Freud?): il Tempo Pieno e gli Istituti Comprensivi.

Del primo già è stato detto e scritto su queste pagine. Di fatto (e de jure) il Tempo Pieno viene rimosso con il carro attrezzi, come una vecchia auto ingombrante da rottamare. Questo infatti è il senso dello schema del decreto attuativo che abroga gli articoli del Testo Unico 297/94 fondativi del tempo pieno, delineando una diversa organizzazione didattica e un tempo scuola ridotto, con l'esclusione del tempo mensa (un modello di scuola "leggero" contrapposto al "tempo scuola disteso").

I comprensivi sono invece "rimossi" nel senso che su di essi cala la coltre dell'oblio, come nella terra dei mangiatori di loto. Di essi infatti non si parla proprio e la "dimenticanza" non appare incidentale. La legge si premura di cambiare il nome dell'attuale scuola elementare, ridenominata scuola primaria, e della scuola media, ora scuola secondaria di primo grado, onde rimarcare intenzionalmente la specifica identità e la netta separazione tra i due gradi scolastici. Distinguere e distaccare dunque, più che "ricomprendere" in un'unica struttura.
Non solo non è più all'orizzonte la prospettiva della scuola di base unitaria di berlingueriana memoria (primo atto legislativo del governo del Polo nella scuola, al momento del suo insediamento) ma anche le proposte iniziali del gruppo di lavoro Bertagna (generalizzazione dei comprensivi, "biennio di transizione", ecc.) scompaiono definitivamente di scena.
Che fare allora, in questo contesto? Gli I.C. si trovano di fronte ad un bivio: da una parte l'abbandono e la prospettiva di una sopravvivenza difficile, dall'altra la ricerca di un rilancio e di una riaffermazione pedagogico-culturale.

Come è stato sottolineato anche nel corso del recente Convegno milanese dell'Andis, si tratta di ripartire dalle migliori pratiche della "scuola reale" degli ultimi anni. Gli I.C. costituiscono un'esperienza organizzativa e pedagogica ampia e diffusa nel territorio nazionale e nonostante i limiti strutturali congeniti (ad es. il fatto che i "gradi di scuola" restano distinti, con un diverso ordinamento didattico, condizioni di lavoro e profili professionali dei docenti disomogenei, ecc.) rappresentano comunque un elemento forte di "continuità" e di "unitarietà" sul piano istituzionale e gestionale-organizzativo.

Se del Tempo Pieno è giusto difendere l'unitarietà del progetto educativo e l'idea della contitolarità del gruppo docente come "valori", degli I.C. vanno sostenute e riaffermate le "ragioni" fondanti sul piano pedagogico. In molti casi gli I.C. hanno costituito e costituiscono la scuola del territorio, nonché l'ambiente educativo più favorevole alla costruzione di percorsi didattici unitari, di una trama di curricolo verticale. I luoghi cioè di un possibile incontro, di uno scambio e di una interazione tra scuola dell'infanzia, scuola elementare (o scuola primaria) e scuola media (o scuola secondaria di primo grado). Questo "potenziale" non può andare disperso.

Sostenere i comprensivi significa allora contrastare i tentativi di indebolirli sul piano organizzativo, togliendo loro risorse (professionali, finanziarie, ecc.) e di ridurli a fatto meramente amministrativo (mettere insieme scuole diverse solo per ragioni numeriche, quantitative). In altre parole, ridare linfa (cioè senso e vigore) all'autonomia di questi istituti.

Occorre allora ribadire e rivendicare con forza quelle condizioni che ne possono consentire un funzionamento corretto, uno "sviluppo sostenibile". Vale a dire:

a) le dimensioni. I Comprensivi non possono essere "soffocati dal peso". Un numero eccessivo di alunni ne rende impossibile la gestione, impraticabile qualsiasi "personalizzazione" o attenzione ai bisogni dell'alunno che dir si voglia, difficoltosa la comunicazione interpersonale e le dinamiche interne. Il Regolamento sul dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche DPR n.233/98 prevede che gli istituti debbano avere una popolazione scolastica compresa tra i 500 e i 900 alunni. Occorre allora dire con chiarezza che questo tetto non può essere "sfondato" e che, per le scuole comprensive, i numeri devono tendere semmai al basso, ad uno standard non superiore ai 700-800 alunni.

b) le condizioni organizzative. Il dirigente scolastico deve poter contare su uno staff di collaboratori dei vari gradi di scuola con esonero dall'insegnamento, come pure è indispensabile un adeguato "apparato amministrativo" per poter gestire la "complessità" di questi istituti, derivante dalla compresenza di scuole diverse. Quindi organici effettivamente funzionali, rafforzati e non impoveriti.

c) il supporto tecnico-didattico (possibilità di sperimentazione e di ricerca, sostegno ai progetti di continuità, potenziamento delle risorse strumentali e finanziarie, formazione specifica, ecc.).
Queste condizioni, sottolineate più volte nel corso di seminari e convegni, continuano a rimanere essenziali.

"Ricominciare da tre", ripartire dalla separazione dei diversi gradi di scuola, destrutturando i comprensivi o depotenziandoli, rappresenterebbe un passo indietro di notevole portata, un ritorno al passato di dubbio valore pedagogico (soprattutto dal punto di vista dell'alunno e della sua formazione unitaria e continua).
Il "silenzio" della legge 53 e dello schema di decreto attuativo può costituire l'occasione per "riprendere a parlare" dei comprensivi, riparlarne ad alta voce, riaprendo la discussione sul futuro di questi istituti a tutti i livelli (amministrazione scolastica, enti locali territoriali, sindacati, scuola "reale"). Per non rimanere in mezzo al guado, tra crescenti difficoltà, senza prospettive e punti d'approdo.

Scuola oggi
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