Montalban
Marino Bocchi - 18-10-2003

Adesso che Montalban non c’e’ più, che farà Pepe? Conoscendolo, immagino che in queste ore stia pensando di bruciare i libri che gli restano della sua biblioteca. E poi scendere al suo ufficio sulle Ramblas, telefonare a Charo per invitarla all’ultimo pranzo e Charo, amante e prostituta, metterà un vestito elegante, si profumerà i capelli e in un ristorantino del Barrio Chino gli accarezzerà il dorso della mano, e ancora una volta riuscirà a mutargli in cinismo, rabbia di vivere, disperato aggrapparsi all’esistenza, tutto il dolore che ora lo percuote.
“Manuel Vazquez Montalban è morto, a causa di un attacco cardiaco, quando si trovava all'aeroporto internazionale di Bangkok, proveniente da Sydney, in attesa di imbarcarsi su un volo per Madrid. Aveva 64 anni” ( Corriere online).
Domani molti lo ricorderanno sui quotidiani per essere stato l’autore di Pepe Carvalho, l’ultimo, definitivamente ultimo figlio di una tradizione di detectives romantici, transfughi di un sogno. Quello di Pepe era stato il comunismo, da lui vissuto in gioventù, all’epoca di Franco. Vissuto come solo Pepe può vivere. All’opposizione, per necessità e scelta. E poi, secondo un itinerario logico e ricorrente in questi decenni vischiosi, da comunista ad agente della Cia. Fino all’estremo domicilio di investigatore privato, in mezzo ad un’umanità dolente, fra le mille viuzze e gli odori salmastri e ventosi della sua Barcellona, sventrata e violata da una cricca di gente rapace, di uomini nuovi dediti al capitalismo transnazionale e a un fetido localismo razzista. Uomini come ce ne sono dappertutto. Pepe li conosce e vi si riconosce. Eppure un soprassalto di residuo sdegno, di irriducibile rifiuto, lo coglie spesso, durante le sue peregrinazioni investigative. Il suo antifascismo e’ prepolitico, esistenziale. E’ rifiuto dei soprusi, dell’ignoranza, della ormai universale legge ingiusta alla quale pure ha deciso di adeguarsi. E vengono allora i momenti della ribellione individuale: le scazzottate, l’antica e mai risolta antipatia verso l’autorità, che lo pone sempre in contrasto con la Questura e lo condanna all’eterno ruolo di perseguitato, senza neanche più un' ideologia di riferimento, un ordine delle cose che lo assicuri. E sempre, la coscienza vigile lo induce alla catarsi del fuoco: brucia, ad uno ad uno, i libri della sua biblioteca. Gesto da intellettuale raffinato: li sceglie con cura, li palpeggia per l’ultima volta poi li getta fra le braci del camino. Dove faranno da alimento alla preparazione delle sue ricette. Tra tutte le forme di ribellione, questa è la più sofisticata. Pepe è un esteta. Dal suo creatore, ha ereditato il gusto di mescolare gli ingredienti, inventare piatti, sperimentare nuovi gusti. Come a cercare l’estremo rifugio, l’ultima zona franca dove la volgarità del mondo non può entrare. E c’è anche qui un piacere rabbioso, crudele e auto-affliggente: perché Pepe è un animalista. Il suo disprezzo del mondo lo ha guidato a riconoscere ed accettare ogni forma di dolore. Cucinando la carne al modo in cui si scrive una partitura, è come se volesse condurla ad un ordine superiore, una sfera di bellezza in cui ogni sofferenza è vinta.


Altri, ricorderanno Montalban soprattutto per il suo impegno politico, che lo conduceva in ogni angolo del mondo. La sua amicizia pluriennale con il subcomandante Marcos, che per la Selva Lacandona porta con sé, nello zaino, le storie di Pepe. O la sua adesione piena e convinta al movimento contro questa globalizzazione, e i suoi frequenti articoli apparsi suoi quotidiani italiani (Repubblica, Il Manifesto) di denuncia contro le ragioni della guerra.
Una volta, in casi come questi, si diceva che se ne vanno sempre i migliori. Io, che non sono un critico e non ho titoli né meriti per rievocarne la figura, così bella, ne ho voluto parlare solo per dire che con Montalban, dopo la scomparsa di Pintor, Said e Del Buono, se ne va un altro di quelli che ci porteremo dentro per sempre. E se è retorica, pazienza.

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 A.E.Q.    - 18-10-2003
Un altro “ grande vecchio “ di questo Paese, nasceva invece il 18 ottobre: Norberto Bobbio. Nell’occasione, tranne qualche rara testimonianza, un grande silenzio è sceso su questa felicissima ricorrenza; non è il silenzio rispettoso per una persona avanti negli anni e che mal accetterebbe una intromissione nella sua sfera privata, è invece il silenzio dell’oblio che si vuole fare calare su di una persona che resiste con caparbietà al disegno strisciante di omologazione delle menti e delle coscienze.
E’ un “ resistente “, che da qualche tempo sceglie di non apparire, sceglie di non parlare alla gente del suo Paese, stordita e disorientata da un profluvio mediatico senza pari, con la quale sembra proprio avere interrotto qualsiasi tipo di dialogo non sopportando egli di essere coinvolto nello svilimento della cultura cui ha dedicato tutta la sua vita di studioso e di maestro di pensiero.
Nell’occasione propongo un breve brano tratto da un Suo scritto del 1951 dal titolo “ Invito al colloquio “; in esso viene rappresentato il compito fondamentale che una società democratica affida agli intellettuali, agli uomini di cultura, che ben si differenzia dal ruolo svolto oggigiorno dalla grande maggioranza di sedicenti intellettuali che ben assolvono al compito ben diverso di intrattenitori.

“ ( … ) Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze.

Di certezze – rivestite della fastosità del mito o edificate con la pietra dura del dogma – sono piene, rigurgitanti, le cronache della pseudocultura, degli improvvisatori, dei dilettanti, dei protagonisti interessati.

Cultura significa misura, ponderatezza, circospezione: valutare tutti gli argomenti prima di pronunciarsi, controllare tutte le testimonianze prima di decidere, e non pronunciarsi e non decidere mai a guisa di oracolo dal quale dipenda, in modo irrevocabile, una scelta perentoria e definitiva. ( … ) “