Il Ministero della Propaganda
Pino Patroncini - 15-10-2003
Quando la “P” di pubblico fu tolta dalla sigla del Ministero dell’allora pubblica istruzione, molti se ne dolsero preconizzando che alla scomparsa della lettera “P” avrebbe fatto seguito la scomparsa anche dell’attenzione alla scuola pubblica. Cosa che con l’arrivo al Ministero della signora Moratti si è poi puntualmente verificata.
Ma forse pochi avrebbero pensato che la “P” detronizzata si sarebbe vendicata ricomparendo prepotentemente alla testa della parola Propaganda, azione per la quale il Governo ha stanziato ben 13 milioni di euro.
Non passa settimana, infatti, che il Ministero non ci ammannisca la nostra dose di propaganda sulla bontà della sua riforma. Non è bastato l’edulcorato spot primaverile passato sui diversi canali televisivi. Oggi non si può andare all’edicola senza incappare in opuscoli ufficiali o apocrifi, allegati ai giornali, che ci erudiscono sulla bontà di una riforma che, per la verità, tanto buona non deve essere, se ha bisogno di tanta pubblicità per imporsi.

Dalla Scuola della Repubblica alla Scuola di Paperopoli?

Tre settimane fa ha cominciato il settimanale Donna Moderna (edizioni Mondadori, vale a dire di proprietà del Presidente del Consiglio) con un opuscolo apocrifo dal titolo “Guida alla scuola che cambia”. Poi è stata la volta di un depliant, stavolta ufficiale con tanto di stemmino del Ministero, dal titolo “La scuola cresce proprio come me”, diffuso con Repubblica. Terzo atto è stato quella specie di dizionarietto diffuso con il quotidiano La Stampa che si intitola “Le parole di una scuola che cresce” dove tra le altre cose ci è dato il privilegio di conoscere il vero significato del famigerato “diritto-dovere all’istruzione e alla formazione” che ha mandato in pensione l’ “obbligo scolastico”, termine vetero e autoritario: “il diritto personale di ciascuno all’istruzione e allo studio e il dovere di tutti a concorrere al bene comune, quello dell’istruzione.” (sic!).
C’è da immaginarsi che di seguito i lettori di tutti gli altri quotidiani e periodici italiani non potranno avvicinarsi ad un’edicola senza essere ammorbati da tanta pubblicità, la cui quantità supera già quella del più economico discount di periferia.
Alla fine mancherà all’appello solo Topolino, forse grazie al fatto che, a differenza di Donna Moderna, non appartiene più, per scadenza di contratto, alla casa editrice del Presidente del Consiglio. Ma a quel punto temo che saremo già passati dalla Scuola della Repubblica alla Scuola di Paperopoli.

Da Gentile a Goebbels?

Di fronte a tanta propaganda non può non venire in mente quella frase che si attribuisce a Goebbels, il ministro della propaganda di Hitler: “Una bugia ripetuta più volte diventa una mezza verità”.
Insomma dalla scuola di Gentile, che, pur essendo anch’egli fascista (fascistissima fu definita la sua riforma scolastica) aveva almeno l’ambizione di fare una cosa neutrale e oggettiva, elemento non estraneo alla lunga sopravvivenza di quel modello anche dopo la caduta del fascismo, passeremo dunque alla scuola di Goebbels, dove non vale tanto ciò che è, ma ciò che deve apparire?

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 ilaria ricciotti    - 17-10-2003
L'apparire non dovrà mai superare l'essere: essere alunni, essere insegnanti, essere genitori, essere scuola pubblica con tutte le sue più belle e sane caratteristiche che la scuola privata, pur rispettandola , non avrà mai. Una scuola pubblica sinonimo di pluralismo, di democrazia. Pertanto anche se la pubblicità avversa a questa scuola è martellante e per essa non si operano altro che tagli, scelte fatte ad hoc perchè naufraghi e perda la sua competitività, i suoi operatori, pur stanchi e non sempre motivati, sapranno riprendersi, in nome della loro dignità, dimostrare chi sono e quello che sono in grado di fare. Pertanto alla propaganda bisogna rispondere con l'entusiasmo e l'orgoglio di appartenere alla scuola che non ha perso la sua P.

 Adriano Burattin    - 19-10-2003
Mi associo con forza alla risposta di Ilaria Ricciotti. Perdere di vista un simile orizzonte significa solo abbassare lo sguardo nell'angolo di prospettiva cui ci vogliono rinchiudere. Non ci lasceremo certo sopraffare dal rimpianto di ciò che poteva essere e che non è stato. Da un governo che ha fatto dell'immagine e della mancanza di approfondimento la sua arma elettorale non potevamo certo aspettarci qualcosa di diverso. L'importante è non scendere al suo livello: alle nostre chiacchiere cerchiamo di far corrispondere i fatti ogni giorno. Solo così conserveremo la dignità per poterci opporre con forza a questa situazione.