Berlino
Marino Bocchi - 03-10-2003
9 NOVEMBRE - CADUTA DEL MURO - IL SENATO ISTITUISCE IL LIBERTY DAY





La prima volta che ho visto il Muro è stato in treno, di notte, mentre attraversavo il confine con la Germania dell’Est, diretto a Lipsia. Mi ricordo solo le luci elettriche e lo spalancarsi improvviso dello scompartimento per il controllo passaporti. La seconda volta è stato molti anni dopo, a Praga, quando Blanka, la nostra guida, ce ne mostrò un pezzo. Berlino era un cantiere, Renzo Piano stava progettando il rifacimento della Potsdamer Platz, forse il suo capolavoro architettonico. Ridotta ad un cumulo di macerie dai bombardamenti del ’45, ora è un crocevia frenetico, in cui 26 linee tranviarie si distendono in tutte le direzioni. Non resta traccia, nell’arredo urbano, degli edifici degli anni ’20, quelli raffigurati da Grosz, né degli altri, di un decennio dopo, in cui era concentrato il sadico potere nazista. La Cancelleria sorgeva lì accanto. E non resta traccia, nella memoria, dell’indecente spettacolo che si presentò ai berlinesi la notte in cui, dopo il suicidio di Hitler e con l’Armata rossa ormai nei paraggi, i gerarchi nazisti si diedero ad una fuga precipitosa, attraversando correndo, quella piazza.


Mi ricordo che gli studenti che allora accompagnavo in gita stavano facendo il solito chiasso quando Blanka mostrò il pezzo di muro. Per quanto l’89 fosse una data ancora vicina e il sistema comunista collassato da poco, il tritatutto mediatico, che non conosce soste, aveva svolto il suo compito abituale: azzerare la memoria attraverso l’overdose televisiva della memoria. Immagini e filmati di repertorio 24 ore al giorno, volti, date, vicende. Tutto dimenticato dopo l’isteria dei primi giorni. E Praga stava riempiendosi di “pizzerie da Giovanni” e hamburger come se il senso e il fine di tutto, anzi la fine della storia, per dirla alla maniera del filosofo allora di moda, fossero i Mc Donald’s. C’era in quel gruppo ridanciano l'euforica consapevolezza che il muro l’avessero tirato giù, non in nome della libertà ma proprio per poter friggere la carne di vitello. Il che era assolutamente vero. I ragazzi, nella loro smemorata disperazione, colgono, al livello più profondo, quello esistenziale, le verità che a noi sfuggono. E che per questo non possiamo insegnare.


Il padre di Roger Waters era morto durante lo sbarco angloamericano ad Anzio. Sarà forse anche per questo che il geniale creatore di The Wall fece riferimento ai fantasmi della seconda guerra mondiale in quello che non è solo un album bellissimo. E’ un momento imprescindibile della cultura del ‘900. Storia di un multiplo lavaggio del cervello ai danni delle giovani coscienze: quello operato dall'Educazione innanzitutto. Crollò il muro di mattoni, la magica notte di Berlino del 1990 e tra il fumo dei detriti comparve Waters sulla scena. Ma c’era uno scarto netto tra la musica e le parole del disco e la Storia. Perché nel primo si racconta la metafisica del Muro, la sua necessità: mentale e reale. Che appartiene all’ambito della psiche e a quello dei rapporti fra i popoli. Che divide, limita, costringe, ottunde. Reprime e soffoca.

La metafora del Muro è opposta a quella del Ponte, anche nella simbologia. Il secondo unisce, l’altro separa. Il simbolismo del ponte è uno dei più universali. Ogni cavaliere alla ricerca del Santo Graal è chiamato alla sfida di attraversarlo. Luogo iniziatico di passaggio, unisce le rive, concilia gli opposti. Invita alla scoperta, presiede agli Incontri. L’immagine del ponte torna in uno degli ultimi articoli scritti da Edward Said, morto alcuni giorni fa. Docente universitario, nato a Gerusalemme nel ’35 da padre americano, cristiano protestante, e da madre palestinese di Nazareth, metodista, costretti a lasciare la loro terra nel ’48, all’epoca della nascita dello stato di Israele, era uno specialista nello studio delle letterature comparate. E’ autore di un testo fondamentale: Orientalismo. L’immagine europea dell’oriente, in cui un’analisi serrata e rigorosa di numerose fonti letterarie lo induce a concludere che, di fatto, l’Oriente, il mondo arabo non è mai esistito per noi se non come Finzione.



“Il mio scopo - ha scritto - non era tanto eliminare le differenze - chi mai può negare il carattere costitutivo delle differenze nazionali e culturali nei rapporti tra esseri umani? - quanto sfidare l'idea che le differenze comportino necessariamente ostilità, un assieme congelato e reificato di essenze in opposizione, e l'intera conoscenza polemica costruita su questa base. Ciò che auspicavo era un nuovo modo di leggere le separazioni e i conflitti che avevano provocato ostilità, guerre e l'affermarsi del controllo imperialista."


Queste parole ci dicono una lampante verità: l’immagine del Muro, come costruzione mentale, precede e fonda la costruzione dei muri propriamente detti.
Impegnato a difendere la dignità ed il diritto ad esistere del popolo palestinese e, analogamente, di quello ebreo, Said ha combattuto la sua ultima battaglia contro il muro che separerà Israele dai territori occupati voluto dal governo Sharon. Finta sicurezza, inganno tragico. Sempre il Muro genera sangue e ancora sangue.

Questo governo nostro, muove solo ribrezzo e pena. E’ costituito da un personale politico che ha fatto del Muro la sua ragion d’essere, la sua missione. Costruire distanze, alimentare l’odio. Esso intende la politica come Vendetta. Ritorsione, rivincita. E nella sua fanatica ossessione calpesta ogni regola della civile convivenza. Ma la legge, approvata recentemente dal Senato, che si propone di istituire per il 9 novembre la giornata della Libertà, come anniversario annuale del crollo del muro di Berlino, è un’iniziativa blasfema. Non solo perché subdolamente mira a farne la data sostitutiva del 25 aprile, sbiadire la memoria del fascismo, fissare d’autorità il nuovo sentimento nazionale dell’anticomunismo ma per la ragione ben più grave che col pretesto del crollo di un muro da festeggiare si propone di rafforzare, consolidare l’idea del Muro come categoria mentale. Se la norma sarà approvata anche alla Camera e in seguito promulgata dal Capo dello Stato, io, come insegnante tenuto, in base ad un articolo del provvedimento, a “celebrare la giornata nelle scuole”, tornerò a fare quello che facevo da giovane, tornerò alla disobbedienza civile. Contro questa legge che umilia la mia dignità. Contro il Muro.





La farfalla di Pechino
interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Il Manifesto    - 03-10-2003
UNA FESTA CONTRO IL COMUNISMO


Il senato approva la proposta di trasformare il 9 novembre, anniversario della caduta del muro di Berlino, in «giorno della libertà». Sarà la «giornata dell'anticomunismo», contrapposta al 25 aprile



Esattamente due mesi fa, il 31 luglio scorso, la legge presentata dal senatore forzista Sergio Travaglia aveva provocato proteste e opposizione dura. Ieri è passata senza colpo ferire, senza che nessun senatore denunciasse il colpo di mano. Complice un'agenda fitta di discussioni importanti, prima l'esposizione della finanziaria, poi la ripresa del dibattito sulla procreazione assistita, l'assemblea di palazzo Madama ha trasformato il 9 novembre in «giorno della libertà». Una giornata di celebrazioni nelle piazze e nelle scuole, con tanto di dibattitti e cerimonie più o meno fastose per ricordare la caduta del muro di Berlino. Niente paura, assicura il firmatario del ddl, comprensibilmente soddisfatto. Non si tratterà, come potrebbero credere i malpensanti, della giornata nazionale dell'anticomunismo. Non sarà, come certo temono i sospettosi, di una festa nazionale da contrapporre a quella antica e desueta del 25 aprile. Pur «prendendo spunto dalla caduta del muro, garantisce il senatore Travaglia, ogni nove novembre condanneremo puntualmente «tutte le forme di totalitarismo che hanno funestato il XX secolo», nonché «i totalitarismi ancora in vita».

Già che ci si trova Travaglia butta là un paio d'esempi, tanto per chiarire che genere di giornata ci aspetterà dopo che la camera avrà confermato il sì pronunciato ieri dal senato. «La celebrazione - spiega - consentirà di ricordare anche le realtà legate al totalitarismo finora escluse da ogni commemorazione, come ad esempio i martiri delle foibe istriane o le vittime della persecuzione antisemita nell'Unione sovietica». Il traguardo lo ha già illustrato con dovizia di particolari Silvio Berlusconi: una riscrittura metodica della storia che accomunerà senza distinzione alcuna il comunismo e il nazismo, lasciando però fuori il fascismo che, lo sanno tutti, non si può definire un vero totalistarismo. Tutt'alpiù spediva gli oppositori in vacanza al confino.

Il bello, ricorda l'ex sindaco di Bologna Walter Vitali, è che «neppure la Germania celebra il 9 novembre 1989, giorno della caduta del muro, ma la data della riunificazione tra le due Germanie». La caduta del muro, prosegue Vitali, «significa per noi la fine della divisione dell'Europa in blocchi: per questo avevamo proposto di coinvolgere tutti i paesi europei nella giornata». Proposta respinta. Quel che interessa alla Cdl, e in particolare a Forza Italia, è inaugurare, come segnala ancora Vitali, «non il gorno della libertà ma il giorno dell'anticomunismo».

Obiettivo sul quale persino gli alleati del premier (Lega esclusa) sono scettici. Resta indimenticabile l'espressione insieme sorpresa, allibita e contrariata di Gianfranco Fini quando, al congresso di An di Verona, il potente alleato fece piovere su delegati e spettatori, senza peritarsi di avvertire l'ospite, una valanga di copie del Libro nero del comunismo. Fini, ignaro, aveva appena finito di dire che era tempo di seppellire il passato e di cosegnare alla storia le divisioni di allora. Berlusconi si limitò a smentirlo come se nulla fosse: giusto consegnare al passato l'antifascismo, non certo però l'anticomunismo. Avanti con i neri libroni.

E' una linea di condotta che l'attuale capo del govrno italiano non ha mai abbandonato, e, pur senza mai confessarla apertamente, ha perseguito coscienziosamente sin da quando si è installato per la seconda volta a palazzo Chigi, nel 2001. Il cavaliere ha puntualmente disertato le celebrazioni del 25 aprile al Quirinale adducendo le scuse più risibili, senza temere lo sgarbo ai danni del capo dello stato. Un segnale preciso, giustamente interpretato come l'ordine di lanciarsi all'arrembaggio della memoria storica della vecchia Italia, nata dalla Resistenza.

Il segnale è stato colto, l'ordine è in via d'esecuzione. Dalla proposizione di un tema sugli orrori totalitari del comunismo nell'ultimo esame di maturità al taglio dei fondi per gli istituti storici della Resistenza, dalla isitituzione di un premio in Rai intitolato a Giorgio Almirante alla richiesta pressante, avanzata dal governatore del lazio Storace, di «revisionare» i libri di storia, gli episodi si sono moltiplicati negli ultimi due anni. Fino alla clamorosa assoluzione di Mussolini nella nota intervista di Berlusconi a The Spectator. In mezzo, la conferenza di Ernst Nolte al senato della repubblica, raffiche quasi quotidiane contro la resistenza «comunista» da parte dei forzisti d'assalto, capitanati dall'immancabile Sandro Bondi, trasmissioni tv a raffica sui martiri delle foibe. Ed è solo la punta dell'iceberg, la carica contro il 25 aprile è stata quest'anno forsennata. Il prossimo sarà anche peggio.

ANDREA COLOMBO
ROMA

 ilaria ricciotti    - 03-10-2003
Berlino,
un muro griffato.
Berlino,
un muro colorato.
Berlino,
un muro abbattuto.
Berlino,
un muro: la fine di un'epoca,
la caduta di un regime rosso vermiglio.
Berlino,
città di libertà,
di sogni proibiti.
Berlino,
città di speranze, giovani e vecchie.

Brandeburgo,
città dell'orrore,
città di concentramento,
città di sterminio,
città di genocidi,
città di crudeli atrocità,
città di negazione della dignità di essere uomini.
Brandeburgo,
città di Mein Kampf,
città di epurazioni,
città di persecuzione,
città di lager,
città di aquile,
città di croci nere uncinate.
Due città:
due ideologie,
due dittature:
una rossa
una nera.

Commemorarne soltanto una,
significherebbe non accettare gli orrori dell'altra.
Il Liberty Day di entrambe
dovrebbe essere un atto di Giustizia,
dovrebbe essere un atto della Memoria,
che non invecchia:
per non DIMENTICARE
gli orrori di tutte le guerre...
che certi uomini piccini hanno voluto e vogliono provocare.
Le guerre della mente e del cuore,
le guerre degli spazi,
le guerre del potere
dove non esiste nè Giustizia, nè tantomeno Amore.
Pertanto cari governanti,
se si ragiona a senso unico...
non si va proprio avanti.
Il 27 gennaio è il giorno della Memoria,
di tutte le Memorie...
il giorno della Nostra e dell'altrui Storia.