Charlie Brown sono io
M.B. - 01-10-2003

“Charlie Brown sono io”, soleva ripetere, argutamente parafrasando il suo amatissimo Flaubert, uno dei 100 e passa autori che ha tradotto dall’inglese e dal francese nei suoi 80 anni di vita. Oreste Del Buono è morto ieri e non è una morte qualsiasi. Narratore raffinato, spirito luciferino e dolcissimo, Del Buono ha il merito di essere stato, per davvero, un innovatore, un intellettuale trasgressivo nel senso pieno del termine. Il suo nome è soprattutto legato al mensile Linus, alla cui direzione è rimasto dal ’66 ad oggi. Grazie a Del Buono il fumetto è entrato nel piano nobile della cultura italiana e non ci poteva essere merito più grande. Perché attraverso il fumetto, era un’idea alta della cultura popolare che irrompeva in un ambiente ancora afflitto dalla gerarchia crociana dei saperi, e ci volle lo spirito avventuroso suo, di Umberto Eco e di Vittorini per sfondare questo muro, non senza iniziali, implacabili resistenze. Giustamente Natalia Aspesi, oggi su Repubblica, fa notare che rispetto all’identificazione odierna tra cultura popolare e volgarità televisiva, la lezione di Del Buono risulta eccentrica e isolata. Però questo il papà italiano di Linus è stato: un originale , geniale nevrotico come il ragazzino con la coperta e il dito in bocca che spiccava sul verde stinto del 1° numero della rivista.
Nel suo ricordo di Don Milani, recentemente ripubblicato, Ernesto Balducci rievoca l’amicizia tra il fondatore di Barbiana e Del Buono, nata sui banchi di scuola e durata fino alla morte del priore. Sicuramente proprio Don Milani è stato un suo maestro riconosciuto anche se inizialmente incompreso. Entrambi toscani (Del Buono era nato all’Isola d’Elba dove sarà sepolto), possedevano lo stesso rigore, la stessa vocazione pedagogica di fondo. Per quanto poi l’abbiano declinata in modo molto diverso. Quella di Del Buono era di taglio elegante, leggero, efficacissimo. E mordace (ma quest’ultimo carattere si dovrebbe attribuire anche dell’altro se lo si leggesse con scrupolo filologico, togliendolo dall’imbalsamata immagine a cui spesso le celebrazioni lo hanno ridotto).
A parte il parallelo con Don Milani, è piuttosto curioso che i giornali che oggi ne hanno ricordato la figura, abbiano appena accennato e di sfuggita, al rapporto tra Del Buono e Fellini. A me è capitato recentemente di vedere una vecchia intervista del primo al secondo realizzata dalla Rai, su un argomento suggestivo: i tagli, volontari od imposti dalla produzione, ai film del grande regista. Dalla visione del documentario, si coglie perfettamente l’affinità che li legava: la passione per il fumetto senz’altro ma, oltre a ciò, il gusto per l’immaginazione sfrenata e l’avventura.
Del Buono fu un grande appassionato e divulgatore del genere avventuroso in tutti i suoi aspetti. Pubblicò su Linus le strisce di Corto Maltese, tradusse Stevenson e diffuse alcuni tra i più importanti scrittori di fantascienza, curò per la Mondatori la collana dei gialli.
Del genere poliziesco, prediligeva i “duri”. E quando decise di ospitare sulla rivista le storie di Dick Tracy, che non era precisamente un poliziotto politicamente corretto, si attirò le critiche della sinistra. Quella sinistra alla quale è sempre appartenuto: comunista, si definiva (e anzi stalinista, ma era un appellativo ironico legato al suo modo di svolgere il ruolo di direttore).
Come ricorda oggi Il Manifesto l’essere comunista non impedì mai a Del Buono di mantenere una vocazione di apertura e interesse per le storie ben fatte e intelligenti, anche se provenienti da un ambiente culturale a lui estraneo, anche se di autori di “destra” come molti degli americani che su Linus egli fece tradurre e pubblicò nel corso degli anni.
Ma niente più del riso dimostra il profondo legame che faceva di un intellettuale come lui, raffinato e coltissimo, un divulgatore intelligente e appassionato della cultura popolare. Essendo l’arte di ridere e di far ridere tipica, per l’appunto, di questa cultura soprattutto. Per questo, agli inizi degli anni ’90, quando lavorava per Einaudi, decise di rompere la tradizione seriosa della casa editrice pubblicando Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano, di Gino e Michele. Fu uno shock per le paludate schiere degli intellettuali nostrani ma, a parte il grosso successo commerciale, gli anni a seguire gli daranno poi ragione, nel quadro della generale rivalutazione del comico.


Linus perde il suo mentore, il suo co-fondatore, insieme a Gandini, e non è una perdita da nulla. Solo una successione in continuità con la direzione di Del Buono gli consentirà di mantenere lo spazio originale ed esclusivo che ha ottenuto nel panorama editoriale italiano. Insieme rivista militante e galleria di fumetti, oltre ai dossier di alto livello che spesso l’accompagnano Linus ha ospitato, per restare agli ultimi tempi, gli interventi di alcuni dei principali giornalisti e scrittori all’opposizione: da Giulietto Chiesa a Marco Travaglio ed è stato in prima linea sia nel sostenere le ragioni dei new-global che quelle dell’arcobaleno di pace.
Ma è Charlie Brown che subisce la perdita più grave: dopo la morte di Schultz, il suo primo papà, adesso se ne va anche il secondo e resta definitivamente orfano. Gli rimane il conforto surreale e poetico del suo fedele Snoopy. E non è poco per sopravvivere in letizia e gaiezza..

interventi dello stesso autorediscussione chiusa  condividi pdf

 Sergio Staino    - 04-10-2003
Caro Oreste, ti scrivo...

Sono molto addolorato. Con Oreste Del Buono scompare una persona che per me ha contato moltissimo, ma soprattutto ha contato moltissimo nella crescita e nello sviluppo del linguaggio e dell’espressione artistica in Italia.
Di lui mi ha sempre affascinato la strabordante curiosità verso ogni forma di innovazione linguistica che diventava punto di riferimento degli strati più fragili e numerosi della società.
Mentre la cultura ufficiale disprezzava profondamente le pubblicazioni dirette alle classi piu deboli, dal romanzo di appendice al fotoromanzo, OdB aveva intuito che proprio all’interno di questi potevano nascondersi forme stilistiche e letterarie più nuove e più adatte a una cultura di massa verso la quale il mondo si muoveva. Credo che non esista un settore di queste moderne forme di comunicazione che non abbia esplorato e su cui non abbia lavorato: il fumetto, il fotoromanzo, la satira, il giallo, la cronaca sportiva, la pubblicità... Ricordo che una volta alla fine degli anni settanta mi confidò la sua strana soddisfazione per aver raggiunto un ruolo importante in tre campi che, da piccolo, il padre gli aveva fermamente proibito di frequentare: il fumetto, il giallo, e il calcio. Proprio in quegli anni si ritrovava a essere direttore di Linus, dei gialli Mondadori e a tenere una rubrica di commento calcistico sul Corriere della Sera. Personalmente a Del Buono devo moltissimo anzi, dal punto di vista del mio lavoro direi «tutto». Fu lui a volermi sulle pagine di Linus e ad incoraggiarmi a proseguire sulla strada di una disincantata autocritica ironica della sinistra italiana. E pensare che, all’epoca, entrambi ci sentivamo ancora «sentimentalmente» legati alla Russia di Stalin. Ma anche su questo non gli mancava una spiazzante coscienza ironica: «un dittatore (il padre) me lo sono trovato, un altro (Mussolini) me lo hanno imposto, il terzo (Stalin) me lo sono scelto. Per questo è il più difficile da buttar via».

Sergio Staino
L'Unità
30.09.2003




 Anna Pizzuti    - 05-10-2003
Linus è stato il mio '68. Un 68' piccolo piccolo, di ragazza di paese, un po' esterno, molto interiore. Anche e soprattutto con Linus e con Odibi.
Ho ancora tutti i numeri, ed ho avuto la gioia di vedere mia figlia leggerli e goderli. Sorridere, ma soprattutto pensare e riconoscersi in quei fumetti, all'inizio, era anche un segno di appartenenza e - lo confesso - quasi di superiorità. Mi ricordo che ODIBI era spesso preso in giro, negli articoli che accompagnavano i fumetti, come parte di quel gioco, che invece gioco non era. E non era solo Linus. Erano Feiffer, con il naso di Nixon (uno dei miei tanti atti eroici mancati, il giorno in cui Nixon venne a Roma e c'erano tanti ragazzi stesi a terra davanti ai gipponi della polizia, in via Nazionale, ed io ero sul marciapiede, impedita ad andare con loro, trattenuta) e anche Pogo, che mi veniva spiegato, ma di cui non capivo la sottile poesia (ero anche un po' rozza). E il primo Staino e Corto Maltese. Ed anche quelli più facili, come Wiz il mago o Dagoberto. E Pericoli e Pirella. Sto mettendo insieme fumetti, satira, ma era lo stesso, era il contenitore che teneva insieme tutto. Tanti anni fa, sono andata a vedere a Venezia una stramba mostra sul consumo culturale dal dopoguerra agli anni settanta, credo, ed il primo numero di Linus era lì, ne era quasi il centro.
Non è la solita nostalgia che mi spinge a scrivere. E nemmeno un come eravamo. E' una testimonianza di come una generazione è cresciuta. Linus e Don Milani e tanto altro. Una generazione che poi questa crescita se l'è onestamente spesa in quello che è diventata e ne va fiera. Perchè se ne serve ancora oggi.