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Gli acquerelli dell'On.Brocca e il Tempo Pieno
Dedalus - 01-10-2003

E' uscito qualche mese fa per le edizioni Tecnodid un interessante saggio dell'on. Beniamino Brocca dal titolo "Acquerelli d'Italia. Disegni e colori delle riforme scolastiche".
A tanti "acquerelli" somiglierebbero infatti, secondo l'autore, i numerosi tentativi di riforma del sistema educativo compiuti nell'ultimo quarto del secolo scorso. Come gli acquerelli, appunto, non sempre riusciti per chiarezza del disegno e trasparenza del colore. Il libro è senza dubbio di notevole interesse e denota lo spessore culturale e la grande competenza dell'on. Brocca nel campo dell'istruzione (soprattutto poi se il termine di paragone è l'attuale staff politico del MIUR..!).

Lascia perplessi, per la verità, quello che è un po' il leitmotiv, la tesi di fondo del saggio. Laddove, in estrema sintesi, Brocca distingue tre fasi: il primo periodo (1976-1996), quello dei governi centristi o DC, contraddistinto da provvedimenti improntati ad una linea di confronto, dalla ricerca della condivisione delle grandi scelte; un secondo periodo (1996-2001), quello della politica dell'Ulivo, ove prevarrebbe la linea dello scontro, della contrapposizione e delle scelte dall'alto; il terzo periodo, quello attuale, che secondo l'intendimento di Brocca dovrebbe riportare in primo piano il metodo del dialogo, della partecipazione, del confronto tra maggioranza e opposizione. In altri termini, la politica della moderazione e della concertazione.
Si può convenire in buona parte sulla prima fase, nella quale la dialettica politica maggioranza-opposizione ha consentito il varo di importanti riforme, quali ad es. la legge n.517/1977 (la valutazione, le classi aperte), le leggi n.348/1979 e n.566/1979 (l'impianto ordinamentale della scuola media), il decreto min. 9 febbraio 1979 (i Programmi della scuola media), il DPR n.104/1985 (i Programmi della scuola elementare), la legge n.104/1992 (i diritti della persona con handicap), per arrivare alla legge n.148 del 1990, alla cui elaborazione partecipò lo stesso Brocca. Ma si potrebbe andare indietro nel tempo e ricomprendere anche ad es. la legge delega n.477 del 1973 (nata con Scalfaro alla guida della Pubblica Istruzione e approvata poi con il Min. Malfatti) e i successivi decreti delegati del 1974, rimasti in vita per un lungo periodo di tempo. Indubbiamente quegli anni furono caratterizzati dalla ricerca del confronto e della condivisione, e infatti quei provvedimenti furono approvati da ampie maggioranze parlamentari, con il coinvolgimento della stessa opposizione.

Pare francamente eccessivo il giudizio sugli anni del governo dell'Ulivo, considerati da Brocca come la fine della ricerca del consenso e l'inizio delle ostilità e dello scontro parlamentare (le "ostinate divergenze"). Non ci sembra che il Min. Berlinguer non abbia ricercato il confronto ed il coinvolgimento delle diverse componenti e correnti di pensiero (vedi la vicenda dei curricoli e la commissione ad essi preposta). Brocca minimizza in questo caso l'atteggiamento tenuto dall'opposizione di allora, la contrapposizione polemica e l'ostruzionismo del Polo.
Ma soprattutto dice poco della situazione attuale, da quando il Polo è divenuto forza di governo. Forse che il governo Berlusconi ed il Min. Moratti, sulle scelte essenziali di politica scolastica (vedi vicenda della legge n.53/2003), al di là degli spot, ricercano la partecipazione e la condivisione delle forze di opposizione, delle forze sociali, del mondo della scuola e non lo scontro aperto?

Ma, rinviando una lettura critica più ampia e motivata ad altra occasione, vogliamo in questa sede affrontare un tema specifico: quello della legge n. 148/1990, dei moduli e del tempo pieno, tema a questo punto di grande attualità.
Brocca ricorda opportunamente che la Legge 5 giugno 1990, n.148 “Riforma dell'ordinamento della scuola elementare” (il contenitore) fu preceduta dalla riforma dei Programmi didattici (il contenuto), vale a dire dal DPR n.104 del 1985. Nell'insieme, sostiene Brocca, un "successo elementare". Sia in un caso che nell'altro venne adottato un "metodo democratico di elaborazione" (la Commissione dei 60 prima e i lavori in Commissione e in Assemblea alla Camera dopo). Brocca, in particolare, nella disamina di quella che definisce la "storia infinita" della riforma della scuola elementare (per sottolinearne positivamente i necessari tempi lunghi di elaborazione), indica alcuni aspetti e princìpi considerati di grande valore.
Fra questi: la continuità (lo "specifico" di ogni grado del sistema che si connette ed integra con il precedente o successivo), il tempo (le 30 ore come tempo scolastico necessario e sufficiente), il modulo (il principio della collegialità docente, del gruppo docente, di fronte alla "manifesta improponibilità" dell'insegnante tuttologo; quindi la pari dignità dei docenti, la contitolarità, la programmazione di team), la fattibilità (l'importanza di una formazione che favorisca la compartecipazione e la collaborazione nel lavoro collegiale).
Insomma l'on. Brocca resta un sostenitore convinto della validità della legge n.148/90 e del suo cuore pulsante, la "pluralità del gruppo docente", che si è espressa in tutti questi anni sul territorio nazionale nell'organizzazione dei moduli e, nelle grandi città in prevalenza, nella realtà del tempo pieno.

Un estremo tentativo di mantenere in vita questa realtà lo si è visto recentemente all'interno del "documento di Sintesi del Decreto legislativo” apparso nel sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri (poi s'è capito che lo schema di decreto approvato, a quanto pare, era ben altro..!).
In quel documento (alla cui ispirazione o stesura la mano dell'on. Brocca non sembra estranea) si valorizzava esplicitamente la collegialità docente "non solo a livello di istituto ma anche a livello di ogni équipe di docenti". Il ruolo del docente tutor-coordinatore veniva attenuato, ripreso quasi in dissolvenza e ricondotto a semplice figura comprimaria della collegialità dell'équipe docente, protagonista principale. E, soprattutto, si prevedeva esplicitamente il "mantenimento, a richiesta delle famiglie, del tempo pieno per i ragazzi" (nella scuola primaria un orario fino a 40 ore settimanali di attività educativa e didattica, 30 ore settimanali di lezione più 10 ore di servizio educativo di mensa). Tutto questo nel testo del decreto rimasto in campo, com'è noto, scompare.

Scriveva l'on. Brocca in un altro articolo di qualche mese fa ("La scuola primaria: riforma o continuità?", Dossier Riforma, De Agostini): "Che cosa resta" è il titolo di un'opera di Christa Wolf, ma è pure una locuzione interpretativa di una domanda di molti, che hanno a cuore le sorti della scuola elementare. Resta ormai solamente l'impegno, assunto dal Ministro Letizia Moratti, di non manomettere l'impegno e l'ossatura della scuola primaria. La fiducia che si ripone in lei autorizza l'espressione di un pressante invito a stimare il rinnovamento introdotto con la legge n.148/90 ormai diventato prassi quotidiana (…) Non si chiede la difesa di una comodità, di una convenienza, di un puntiglio, ma di un patrimonio, di un'idea e di buone pratiche. Per scongiurare il rischio che la riforma "sia appena cenere" (Montale) è necessario soppesare gli effetti del provvedimento prolungato e rispettarne lo spirito e la lettera".
Che cosa resta, onorevole Brocca, di tutto ciò, della legge 148/90 e del tempo pieno? E' ancora così convinto che la fiducia nel Ministro Moratti sia ben riposta? Forse non resta che cenere, appunto…


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