Esprit de bête
Salvatore Camaioni - 28-09-2003
Mentre tutti seguiamo lo sbriciolarsi -come un edificio abusivo sotto le ruspe- del caso Telecom-Serbia, questa maggioranza, quasi di soppiatto, assesta un altro colpo allo Stato di diritto approvando in Commissione Senato la cosiddetta riforma della giustizia, cioè il tentativo di mettere sotto controllo politico la magistratura.
Per fortuna questi manigoldi sono talmente maldestri da farsi scoprire subito con le mani nella marmellata per qualche inevitabile sciocchezza che desta l'allarme generale. Stavolta sono inciampati nella "interpretazione delle leggi".
Non avendo alcuna cultura giuridica si arrangiano come possono e dànno vita a castronerie sesquipedali di cui non si rendono neppure conto. Il movente è nella frustrazione patita per la legge sulle rogatorie, la prima delle leggi pro Berlusconi, rivelatasi un buco nell'acqua per la sapiente 'interpretazione' dei magistrati che ne hanno neutralizzato l'efficacia liberatoria per i guai giudiziari del padrone. Roba da dilettanti: la legge, così com'è, si pone in contrasto con vincoli internazionali costituzionalmente garantiti. Da qui la vendetta covata a lungo.
Dai riferimenti di stampa sembra che questi soloni improvvisati vogliano vietare ai giudici di interpretare le leggi in modo "creativo". Se non si trattasse di pericoli reali ci sarebbe soltanto da sganasciarsi dalle risate e passare la pratica a "striscia la notizia". Ma se questa scemenza diventa legge sarà lo sfascio definitivo di ciò che resta della civiltà italiana del diritto, perché sarebbe come pretendere di imporre ai chirurghi di buttare via bisturi e laser ed operare con punteruoli, seghe e tenaglie.
Questi onorevoli somari trattano una materia di cui sconoscono tutto; e lo fanno pure con irresponsabile arroganza. L'interpretazione (della legge) è lo strumento tecnico insostituibile con cui la legge -cioè un'astratta sequenza di espressioni linguistiche - diventa organismo vivente, linfa che scorre nel corpo sociale. L'interpretazione è l'operazione con cui la parola del legislatore diventa regola pratica, operante nella realtà; è la realtà virtuale che diventa realtà effettiva.
Tra tutti i tipi di interpretazione conosciuti dai giuristi quella "creativa" non l'ha mai elaborata nessuno; non si capisce cosa sia, non si ritrova in nessuna delle tonnellate di pagine scritte dagli esperti del diritto, dai tecnici, dagli addetti ai lavori. Si può soltanto azzardare l'ipotesi che dietro questa locuzione ignorante ci sia la volontà di circoscrivere l'opera di ricostruzione della volontà legislativa alla sola interpretazione letterale, costringendo i giudici a bloccarsi al primo livello della complessa operazione culturale che è l'interpretazione delle leggi.
Se l'interpretazione della legge dovesse limitarsi a questo non sarebbe più necessario studiare giurisprudenza frequentando le università: basterebbe saper leggere e scrivere. Perché mantenere un così complesso e costoso apparato di docenti e scuole di diritto? perché ricercare e pubblicare saggi giuridici? perché acquisire faticose lauree, abilitazioni professionali, superare duri concorsi se per fare gli operatori di diritto e di giustizia basta saper leggere e scrivere?
Mi aspetto però che qualche sapientone della maggioranza tiri fuori, a sproposito, Montesquieu (Esprit des lois) e la sua famosa affermazione per cui i giudici "ne sont...que la bouche qui prononce les paroles de la loi".
Il grande illuminista francese aveva, a suo tempo, ragione da vendere perché nel suo Paese il diritto era frantumato in una pluralità di sistemi (droit écrit e droit coutumier) che rendevano agevole l'arbitrio dei giudici, braccio giudiziario del potere politico governativo.
Ma allora (1689-1755) non era ancora fiorita l'età delle codificazioni, cioè del movimento di pensiero che diede vita alla sistemazione codicistica, unitaria ed organica, al complesso di norme, scritte e consuetudinarie, che consentì di mettere ordine nella confusione e nel particolarismo delle norme, con evidenti finalità che oggi chiamaremmo garantistiche.
Ma oggi tutto ciò è già storia, i codici sono da due secoli ormai una realtà, l'unica confusione di cui soffriamo è quella creata da questi somari al governo, che pretendono di dare forma e veste legale -senza però averne i mezzi tecnici - ai loro personali interessi e riescono soltanto a far accapponare la pelle a chi, per professione, si occupa di diritto.
E' un astio, un livore senza fine quello che anima questa penosa e rabberciata corte dei miracoli; astio verso le regole e chi le fa osservare.
E' in corso una dura battaglia tra la civiltà e la barbarie vestita a nuovo, alla quale molti guardano distratti ed abbagliati dalle luci rutilanti e dai rumori di un mondo virtuale, inesistente, senza rendersi conto che il Titanic ha già colpito l'iceberg.


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 ilaria ricciotti    - 29-09-2003
Quello che tu sostieni, Salvatore, è purtroppo la verità. Anche per me è intollerabile assistere a questo disfacimento quotidiano di uno Stato di diritto, fatto di regole ben precise che tutti dovevano rispettare. Ora non è più così: i paperoni fanno e disfano "pro domo sua" di tutto e di più, e noi popolo tollerante dobbiamo subire epiteti, leggi a senso unico e vedere lo smantellamento, quasi quotidiano, di una Carta Costituzionale costata molto: morti ammazzati, uomini confinati, perseguitati e fatti marcire nelle prigioni. Prigioni in cui oggi non va a finire chi fa "apologia di reato" o lancia strali avvelenati contro coloro che tentano di ricondurli alla ragione. La ragione di Stato, della convivenza civile e non quella personale. Un ministro che vuole dividere l'Italia o che si esprime come si è espresso non è degno di parlare, di proporre e di agire in nome del Popolo Italiano: a questo punto Il nostro Presidente della Repubblica Ciampi dovrebbe intervenire e non rimanere, a volte, in silenzio. Silenzio che non rassicura, nè fa bene all'animo di coloro che credono ancora in un'Italia democratica e civile, dove la confusione, l'incertezza , l'emarginazione, la paura e le rappresaglie sono termini che dovrebbero appartenere a ben altri periodi storici, da non dimenticare mai.