Dispersione e ricchezza
Roberto Ferro - 27-09-2003
IL FRUTTO PROIBITO DELL’ISTRUZIONE INTERGENERAZIONALE


Alcuni tra i dati più significativi ed aggiornati relativi all’istruzione scolastica nel nostro Paese si riferiscono al numero crescente di giovani che non completano il ciclo di studi tanto nelle scuole dell’obbligo quanto negli istituti superiori e tecnico professionali. Per esempio, secondo i dati forniti dal Ministero dell’Istruzione con riferimento all’obbligo scolastico, in alcune aree geografiche si raggiunge persino il 50% di abbandoni. Se inoltre prendiamo in considerazione le caratteristiche della formazione secondaria superiore di giovani adulti d’età compresa tra 25 e 34 anni, in Italia il 45% ha abbandonato la scuola senza aver conseguito un diploma d’istruzione secondaria superiore a fronte del 34% in Inghilterra, del 24% in Francia e del 15% in Germania. Nel nostro Paese, infine, circa il 33% di giovani d’età compresa tra 15 e 19 anni (240.000 ragazzi) non frequenta alcun percorso dell’obbligo formativo.
E’ preoccupante costatare come questi dati, per molti versi allarmanti, siano prevalentemente letti dai responsabili politici secondo una chiave di lettura tradizionale, ossia ponendo come base costante la correlazione tra disagio sociale e abbandono scolastico. In parte questo è purtroppo vero soprattutto in alcune regioni meridionali, tradizionalmente prive d’attività industriali! In altri comprensori geografici del nostro Paese questa chiave di lettura risulta tuttavia parziale ed anzi fuorviante. Nessun lettore in buona fede potrà affermare che il Veneto, il Friuli, la Brianza, il Bresciano ed il Bergamasco siano regioni prive d’iniziative economiche! Senza temere smentite posso affermare che vi sia localizzato tra il 30 ed 40 per cento dell’industria italiana mentre nel Sud il 10%.
Un’ulteriore conferma della gravità della situazione dell’Azienda Italia e delle carenze della formazione professionale è offerta dai recenti articoli di Massimiliano Melilli del Corriere della Sera (17 agosto 2003) e di Umberto Bertele su Il Sole 24 ore di lunedì primo settembre. Ed ancora, il rischio di arretratezza culturale e di stagnazione imprenditoriale del nostro Paese ha comportato la rapida trasformazione di molti piccoli imprenditori che per affermarsi avevano creato macchinari del tutto nuovi e originali a usufruttuari di rendite di posizione. Poiché non si può o non si vuole resistere alla crisi economica molti piccoli imprenditori preferiscono passare dal rischio d’impresa alla “rendita di psizione”. Le agenzie di certificazione internazionale dei brevetti sono subissate da richieste in questo senso in particolare nelle regioni del nord est ed in Brianza.
A livello europeo la percentuale di persone che non dispongono di un conto corrente bancario o postale è pari all’8,6% mentre in Italia è pari a quasi il 23% in Veneto, Sicilia e Molise. Ed ancora, tre veneti su dieci di età compresa tra 18 e 25 anni non possiedono conti correnti mentre il Veneto ha registrato l’aumento record del risparmio pari al 12% (Melilli, Corriere della Sera). Nella regione Veneto certamente non è la disponibilità finanziaria a mancare ma, evidentemente, è più adeguato “mettere i soldi sotto il materasso o spenderli il prima possibile.
Se si scorporano i dati relativi alle aziende di questi comprensori “avanzati” secondo dimensioni quali la grandezza delle aziende ed il numero di dipendenti sarà possibile compiere delle scoperte interessanti. Appare immediatamente evidente la diffusione del modello aziendale a base familiare, concretamente più simile al laboratorio artigiano spesso altamente specializzato che alle imprese tradizionali. In queste micro aziende tendono a lavorare tutti i componenti della famiglia con solo pochi altri dipendenti esterni. In questo modo si giunge ad ottenere una grande flessibilità occupazionale a prezzo tuttavia di numerosi inconvenienti. Al contrario delle aziende di maggiori dimensioni queste micro imprese risultano refrattarie ad un rapido aggiornamento tecnologico che richiede investimenti elevati, una accurata gestione delle risorse umane e manifestano un’eccessiva sensibilità alle dinamiche familiari, siano esse normali o disturbate.
In queste condizioni la motivazione più frequente della mortalità scolastica è data dal “successo” in termini economici e dal riconoscimento sociale del modello centrato sul “fare”. L’istruzione dei giovani (molto spesso dei propri figli) non è posta come condizione occupazionale imprescindibile ma lo sono la resistenza alle fatiche, la disponibilità agli orari illimitati e l’adesione al modello conformistico prevalente (la cosiddetta cultura “del fare”). In altri termini è utile solo quello che produce reddito! I ragazzi trovano molto più conveniente iniziare precocemente l’attività lavorativa sotto l’effetto degli incentivi economici e sociali e gli insegnanti sono costretti a rafforzare continuamente spesso senza grandi risultati la motivazione e l’impegno di studenti che possono guadagnare ben più del loro stipendio. E’ più che evidente il fatto che i conservatori, nella loro scarsa lungimiranza, mentre continuano a discutere di innovazione, concorrenza, formazione e ricerca scientifica, desiderano solo che i ragazzi inizino a lavorare il prima possibile.
Questa situazione apparentemente insolubile ci costringe a ragionare non in termini di pura e semplice scolarizzazione dei giovani. In questo caso, ossia di fronte alla possibilità di guadagni elevati, l’istruzione scolastica prolungata, necessaria a fornire conoscenze tecniche ed operative sufficienti, di per sé non può essere competitiva. Invece di proporre un modello conflittuale tra studio e lavoro potrebbe rivelarsi opportuno identificarne uno cooperativo. Un giovane od un altro familiare potrebbero iniziare un percorso parte da svolgere in condizioni di apprendimento “tradizionali” per inserirsi poi nell’azienda di provenienza come “tutor” del cambiamento dell’intero sistema. In questo contesto la formazione di giovani ed adulti perderebbe la netta suddivisione che fino ad ora l’ha contraddistinta. Non è più sufficiente affermare genericamente l’urgenza di finanziamenti o ragionare solo nei termini di caratteristiche occupazionali generiche. E’ necessario che le proposte destinate a migliorare il sistema scolastico pubblico tengano conto di queste nuove prospettive. Adottare una prospettiva tradizionale come stanno facendo attualmente il Ministro Moratti ed i suoi collaboratori (attribuire la mortalità scolastica esclusivamente alla scarsa motivazione dei giovani a seguire iter scolastici lunghi e complessi) appare talvolta giustificato ma assai poco lungimirante perché non si interviene sulle cause del male ma solo sui suoi sintomi. Ragionare solo in termini di costi dell’istruzione ed agire sul versante del risparmio delle risorse alla lunga è una strategia che rischia di contribuire ad aggravare il declino industriale del nostro Paese.

Un Percorso Possibile?

E’ plausibile che la memoria storica possa aiutare quanti sono realmente interessati ad impedire una ulteriore regressione del sistema Italia tramite il perfezionamento dell’attuale sistema scolastico. Dobbiamo rendersi consapevoli della necessità di intervenire nel contesto delle piccole e delle piccolissime imprese tanto sui ragazzi quanto sui familiari. Potrebbe rivelarsi utile in questa prospettiva uscire dal contesto della formazione professionale e della scolarizzazione tradizionali. In questo contesto è indispensabile consentire l’evoluzione della formazione professionale e tecnica e del sistema scolastico anche tramite il ricorso all’auto mutuo aiuto.
L’azione del movimento operaio e dei partiti progressisti si è concentrata sin dai primordi dell’industrializzazione sulla elaborazione di una serie di strategie flessibili e relativamente semplici destinate a favorire l’istruzione in gruppo. Questa scelta era evidentemente dettata dal fatto che la quasi totalità della popolazione operaia e contadina era pressoché analfabeta e che questi lavoratori erano indifesi e senza diritti. L’unico intervento volto all’alfabetizzazione poteva solo avvenire sul luogo di lavoro ed in gruppo. Le esperienze di auto mutuo aiuto sorte in particolare nelle aziende manufatturiere del Nord Italia furono proposte proprio per rispondere alle esigenze economiche, politiche e culturali di quanti vi lavoravano.
Il più delle volte si individuava un lavoratore con un certo grado di alfabetizzazione e di conoscenze e la comunità operaia si organizzava di conseguenza. Questo “maestro” era esentato dal lavoro nel senso che i compagni si impegnavano a produrre al suo posto. Egli si sedeva in modo da essere visto ed ascoltato da tutti ed iniziava a leggere giornali, libri, documenti politici (Non sappiamo come fosse possibile eliminare il problema rappresentato dal rumore dei macchinari. Forse, ma non ne sono del tutto sicuro, si utilizzava la pausa pranzo oppure il lavoro era relativamente silenzioso come nel caso dei tabacchifici). Sarebbe utile e stimolante raccogliere e descrivere queste lontane esperienze.
I datori di lavoro si opposero con forza a queste “lezioni” un po’ per timore della politicizzazione dei propri dipendenti ed in parte per non accrescere le loro pretese salariali. La produzione, tuttavia, era preservata e questo era un vantaggio essenziale in quei tempi di competizione industriale esasperata. I lavoratori si avvantaggiavano in termini di istruzione e di conseguenza di stipendio, fatto non indifferente per operai dai salari miserabili. Il “maestro” si vedeva riconosciuto un ruolo importante tanto all’interno dell’azienda quanto delle organizzazioni politiche progressiste e sindacali; inoltre, egli era pagato anche se non lavorava direttamente. Per quanto riguarda queste esperienze di auto mutuo aiuto, quasi tutti i futuri leader sindacali o politici progressisti vi parteciparono, o sotto forma di “allievi” o di “maestri”.
Abituati come siamo ad utilizzare la scuola dell’obbligo pubblica questo sistema pedagogico basato sull’auto mutuo aiuto può far sorridere! Eppure, esso si pone come premessa essenziale del sistema di istruzione attuale e molti pedagogisti lo applicarono con entusiasmo ai bambini e agli adulti (Per esempio, ricorrendo a vaste pluriclassi composte da ragazzi di età differenti, Cattaneo applicò questa strategia a molte decine di allievi contemporaneamente; il movimento Fabiano in Inghilterra, etc).
Anche con la costituzione delle scuole primarie dell’obbligo l’interesse delle organizzazioni politiche e sindacali progressiste nei confronti dell’azione pedagogica con gli adulti è rimasto a lungo immutato. Alcune istituzioni furono espressamente fondate per istruire giovani ed adulti. Penso all’Umanitaria a Milano ( ora ridotta a centro culturale) che in questo ruolo svolse un ruolo prezioso, alle Scuole Civiche (che il Comune di Milano ha tentato inutilmente di chiudere), ai corsi universitari serali e alle 150 ore che si sono rivelate risorse preziose tanto con l’istruzione di base quanto con quella superiore ed universitaria. Molti professionisti di valore e capitani d’industria hanno approfittato di queste possibilità. E’ necessario a mio parere riqualificare e recuperare queste esperienze!
Nonostante la comprovata utilità di queste strategie pedagogiche con adulti o con giovani, gli anni ’70 hanno visto il declino di queste esperienze. Probabilmente si riteneva che la sottocultura fosse appannaggio solo di settori sociali marginali destinata a esaurirsi da sola nel tempo e di realtà specifiche.
I motivi di questa scelta sono molteplici.
Primo, con la prevalenza del modello riabilitativo e del recupero dei ragazzi effettivamente nelle condizioni di disagio sociale grave è opportuno far leva sui giovani più che sui genitori.
Secondo, le risorse disponibili consentirono solo degli interventi limitati ed è naturale che si privilegiassero i soggetti più facilmente influenzabili come i giovani.
Terzo, il declino della sensibilità per questi problemi da parte delle forze sindacali e progressiste, le uniche a possedere competenze ed esperienze specifiche nella pedagogia con adulti ha spostato l’interesse verso nuove categorie di cittadini ritenute erroneamente le uniche più svantaggiate, più un fatto da Servizi Sociali che di acculturazione pedagogica (migranti, personale femminile, drop out scolastico).
Quarto, la modifica delle forme del disagio psicologico e sociale che ha assunto forme nuove (“l’attardamento” culturale e produttivo).

Una Proposta

Esistono ora aree geografiche del nostro Paese nelle quali l’abbandono del percorso scolare e formativo è conseguenza della ricchezza “immediata” prodotta e risulta sottovalutata anche se questo può provocare inconvenienti ed il rischio del declino del sistema Italia. La cosiddetta “riforma” Moratti sembra eludere accuratamente questo problema (per miopia o per calcolo politico conservatore e scettico nei confronti delle fasce popolari e medio piccolo borghesi) concentrandosi “solo” sulla mortalità scolastica giovanile tradizionale. Per ridurla si è deciso di abbreviare in misura significativa la durata del percorso curriculare e si rende precoce la scelta tra istruzione professionale e quella umanistica. Questo è esattamente l'opposto di quanto sarebbe necessario per contrarre l’abbandono scolastico prodotto dal “successo” economico. E’ possibile che nelle aree geografiche considerate l’abbandono provocato dal “successo economico” ammonti al 40% - 50%.
Per effetto della propria storia culturale e politica è fondamentale che le forze sindacali e progressiste del nostro Paese possano riflettere sul proprio passato proponendo nuove strategie destinate a coinvolgere gli adulti nei cambiamenti culturali e tecnici indispensabili per rafforzare le aziende e far loro superare i deleteri effetti della conduzione aziendale su base familiare. Il prezzo da pagare è la necessità di rivisitare la propria storia per ritornare alla sperimentazione ed all’inventiva. Per esempio, si potrebbero progettare interventi “ad hoc” per questa tipologia particolare di utenza (Sarebbe utile condurre un periodo di formazione di un membro dell’azienda familiare impostato su incontri direttivi e la parte finale dello stage come “maestro” in una situazione di auto mutuo aiuto). Si potrebbero sviluppare delle iniziative pilota che basandosi sulle esperienze dell’auto mutuo aiuto possano indicare limiti, vantaggi ed adattamenti da stabilire.
Dovremo essere consapevoli dei costi diretti ed indiretti del born out scolastico per “eccesso di ricchezza” e non per semplice marginalità sociale. L’invecchiamento produttivo, la riduzione progressiva della competitività di queste aziende sul piano nazionale ed internazionale, l’incapsulamento del disagio familiare e relazionale, l’incremento degli infortuni sul lavoro sono tutti fattori che dovrebbero far riflettere sull’ inefficacia della riduzione del curriculum scolastico e sul contenimento delle spese alla base della cosiddetta “riforma” Moratti. La storia dei movimenti progressisti in Italia dovrebbe aiutare a trarre indicazioni dal proprio passato per rivitalizzare una “vocazione” appannata negli ultimi anni, come base di una futura concezione originale e “produttiva” del sistema educativo del nostro Paese.

Dott. Roberto Ferro


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