breve di cronaca
Miriam
La Sicilia - 23-09-2003

E anche quest'anno Miriam è tornata a scuola. Lo fa da 27 anni: fa la maestra: Lavora nella scuola sotto casa, la conosco da un sacco di tempo, le parlo da anni. Ha una sua storia Miriam, che è anche la storia della scuola, la storia dei bambini del quartiere, delle loro famiglie. Una vita comune di una qualunque maestra in una città qualunque.
Fa questo lavoro da quando aveva 20 anni; le piace e ha il carattere adatto, maternamente severo. Ha da tempo contratto la malattia professionale delle maestre, quell'afonia che non guarisce mai del tutto e che molti bambini di moltre generazioni hanno scambiato per giusta punizione divina. È riuscita nel corso degli anni a laurearsi in Pedagogia, segue corsi di aggiornamento, si informa e continua a studiare. Ha in tasca da sempre la tessera di un sindacato di cui non è contenta ma che continua a pagare. Ha seguito un corso ministeriale di inglese di base e ora lo può insegnare ai suoi alunni, sta seguendo un corso di informatica e potrà insegnare anche questo. Non è contenta del suo inglese né di quello di informatica che sta imparando: dice che sa troppo poco per poterlo insegnare a dovere. Potrebbe perfezionarsi, ma dovrà farlo a sue spese. E adesso non può. Non può perché non ha i soldi per farlo; ha già contratto un piccolo prestito per comprarsi una Punto.
Vive sola in una casa in affitto; quest'anno non è andata in vacanza, fa la spesa al discount sotto casa e si veste al mercato e alle liquidazioni. Con tutta quella anzianità che ha guadagna molto, quasi 1.200 euro. Un suo collega giovane ne prende 300 di meno. Miriam prende 200 euro in meno di un facchino appena assunto alla Volkwagen di Wolfsburg.
Mi ricordo di quando ero ragazzino. Allora i maestri dovevano essere ricchi: potevano comprarsi l'auto a rate e andare un mese in vacanza al mare con tutta la famiglia. Ai tempi che in casa lavorava uno solo. Li invidiavamo i figli dei maestri. Come facevano? Cosa è successo nel frattempo? Miriam mi ha parlato della riforma Moratti. Non mi ha fatto discorsi complicati. Mi fa vedere una pagina intera di pubblicità di quella riforma. Quanto sarà costata? mi chiede. Sono tre anni che i soldi che abbiamo a disposizione a scuola, quelli per comprare ogni cosa che ci serve per insegnare, diminuiscono del 10%. Quest'anno siamo al 30%. 30% in meno di libri, di gessetti, di tutto.
In questa scuola ci sono 102 bambini e due computer. Uno ce l'ha regalato un giornale perché era vecchio, l'altro è vecchio e basta. Come farò a insegnare, ammesso che intanto impari a farlo? E che inglese impareranno se ne so così poco? E dice la pubblicità che ci sarà un tutore. Nella mia classe di 28 bambini, cosa potrà fare un tutore per tutti quanti? Cercheranno i soldi per fare di questa pubblicità qualcosa di concreto, dove? Non ci sono da nessuna parte. Non ci sono neppure quelli che dovevano esserci l'anno scorso e l'anno passato ancora. Sì, lo so dove li possono trovare, riducendo il personale, aumentando i bambini nelle classi, diminuendo i sostegni. Come potremo fare bene il lavoro a quel punto?
Non parla dei grandi temi la maestra Miriam, ma solo di quello che abbiamo davanti agli occhi. Niente di speciale. Niente di speciale che nella scuola materna sotto la sua, per i bambini ci saranno 10 ore in meno alla settimana. Non mi dice che lei, perché lo so già, che lei, come altre colleghe, va a scuola prima del tempo per raccogliere i bambini i cui genitori vanno a lavorare troppo presto. Lo fa senza nessun obbligo di farlo e senza alcuna tutela. Perché è del quartiere e ci conosciamo tutti. Come io vado a raccontare storie gratis e gratis qualche genitore si rende utile in altro modo. Ci rendiamo tutti utili per una scuola che deve servire ai nostri figli. Sperando che possano essere migliori di quello che può farne l'inglese, l'Internet e l'impresa della riforma ultima. O penultima, o terzultima.
Hanno inaugurato l'anno scolastico in pompa magna all'Altare della Patria. Che pena quei ragazzini in costume con i cartelli: W la scuola, W l'Italia. A precipizio giù nel cuore degli anni 50. Allora, almeno, gli orfanelli che erano comandati a farlo, avevano delle divise militari che facevano invidia da morire a noi con genitori a carico. Dopo la mesta cermonia agli orfanelli davano la brioscia con il bicchiere di latte, a noi niente. Rientravamo in classe e il maestro ci faceva fare il dettato. E odiavamo la scuola e l'Italia. A 18 anni, noi e gli orfanelli, brandendo alla rovescia quei cartelli, abbiamo messo sottosopra la scuola e l'Italia. Chissà, magari questa deprimente riforma e la retorica che l'accompagna serviranno a formare una generazione di rivoluzionari. Se sapranno imparare dagli errori di quella che li ha preceduti, faranno un gran bel lavoro. Buona fortuna bambini di via Montello, buon lavoro bambini d'Italia.

Maurizio Maggiani
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 Milena Mencarelli    - 28-09-2003
A Maurizio.
Anch’io, come Miriam, sono una maestra qualunque di un paese qualunque.
Un paese, tra l’altro, vicinissimo a quello in cui per tanti anni è vissuto Maggiani (dall’altra sponda del fiume).
E la mia storia assomiglia in modo preoccupante a quella raccontata dallo scrittore; stessi anni di servizio, stessa voglia di conoscere, di studiare e di tenermi informata, stesso impegno…stesso stipendio.
In vacanza ci vado, i miei figli sono ormai autosufficienti, ma anch’io tento di risparmiare vestendomi all’ipermercato.
La mia scuola?
Io lavoro in una scuola dell’infanzia; nella mia sezione, così come in quella delle mie colleghe, ci sono 28 bambini; all’inizio dell’anno i genitori ci forniscono le risme di carta per i loro piccoli.
Gli arredi sono fatiscenti, il materiale insufficiente…la voglia di lavorare è ancora tanta (ma per quanto?)
Anche a me fanno pena le messe in scena all’Altare della Patria o le pubblicità insulse e false; insomma, per farla breve, penso che in Miriam si siano riconosciute tante mie colleghe (a proposito, chissà perché gli uomini insegnanti sono sempre meno…), anche se, per fortuna, molte di noi non ne condividono la rassegnazione (anche se i mulini a vento contro cui combattere sono sempre di più).
Vieni, Maurizio, a raccontare storie anche ai miei bambini; diamoci una mano, tutti insieme, per sconfiggere la retorica imperante e per fare della scuola quella Scuola che, da una vita, abbiamo in mente.
Milena