È questo che vuole il ministro ?
Lorenzo Picunio - 22-09-2003
Cos'è la riforma Moratti ? Il tema è complesso perché, se risolto, porta a capire l'intenzione vera del governo nel momento in cui "riforma" a modo suo e con strumenti diversi la scuola italiana.

Prima di tutto, una premessa: il principale strumento della riforma sono state, finora, le anticipazioni medianiche: "inglese dalla prima elementare", "computer in ogni classe" e simili. Queste anticipazioni giocano su un sentire comune, quello che fa pensare al "comune" cittadino - appunto - che la scuola sia costantemente ad una sorta di "punto zero" dell'innovazione. L'inglese c'è da alcuni anni in buona parte delle prime elementari, e di computer ce ne sono già (anche se non abbastanza) nelle aule scolastiche.

La stessa cosa non succede, ad esempio, nella sanità, dove l'alta drammaticità del tema porta ad una maggior conoscenza da parte delle persone. Sulla scuola l'opinione pubblica ritorna volentieri ad una ipotetica "maestrina dalla penna rossa" che non va mai in pensione, e rispetto alla quale la più piccola innovazione sarebbe una grandissima novità.

Allora, cos'hanno fatto ? hanno proposto appunto l'inglese , ma non hanno messo in campo risorse, se non minime, per questa finalità. Anzi, molte scuole che facevano l'inglese dalla seconda si sono viste ridurre le ore d'inglese da tre a due ai bambini, appunto, di seconda, proprio per poter dare un'ora di lingua straniera ai bambini di prima. Questa è stata l'unica riforma effettivamente avviata. Per quanto riguarda l'informatica, non sono stati assegnati posti o risorse aggiuntive, tranne il rinnovo dei fondi per la dotazione informatica delle scuole. Si è avviato un programma di formazione degli insegnanti ("Tic"), discutibile ed infatti molto discusso.

Poi hanno proposto l' "anticipo": a due anni e mezzo per la materna e cinque e mezzo per l'elementare. Sarebbe questo il trucco che consentirebbe di pareggiare l'età di diploma italiana a quella europea, 18 anni, senza cambiare la struttura degli studi. Poiché ogni famiglia italiana contiene o conosce un insegnante, di scuola dell'infanzia o elementare, gli si chieda per favore se questa innovazione è possibile "a costo zero". Tanto che nemmeno il governo pretende tutto ciò, e dice che l'anticipo è possibile "laddove gli enti locali forniscono le risorse". Nella pratica tutto si riduce ad aggiungere uno o due "primini" a qualche classe, nella stessa proporzione di prima.

Ancora, ogni tanto compaiono tabelle, programmi, costosi depliant a colori allegati ai giornali. Sono proposte, di vario tipo, talvolta contraddittorie fra loro, talvolta fumose o poco chiare, a volte di semplice buonsenso (come chiamare - finalmente - la scuola materna "scuola d'infanzia"), talvolta impossibili,: insegnante "tutor", ore opzionali pagate dalle famiglie oltre le prime 24 settimanali, scuola materna da 24 a 30 ore settimanali, o per 10 mesi annui, "doppio canale" alle superiori.

Il corpo più organico di norme e programmi, quello redatto dal pedagogista Bertagna, è stato respinto dal Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, all'unanimità meno un voto. E anche lì, si chieda a quell'insegnante amico di cui si parlava prima di commentare i programmi Bertagna, prendendoli dal numero 19 del 2003 della rivista (o dal sito www.Istruzione.it). Anche il più vicino alle idee politiche della Moratti noterà la confusione fra obiettivi e contenuti, l'imprecisione dei programmi di storia, la pesantezza delle richieste per la materna e la prima e la seconda elementare contrapposta alla vaghezza di obiettivi per gli anni seguenti (conforme all'idea di un bambino "da riempire" di nozioni quanto prima possibile, e non della costruzione di un metodo di apprendimento).

In ogni caso, tutte queste proposte sono unite fra loro dalla non attuazione pratica, almeno se da domani non interverranno improbabili circolari applicative.

Allora, non cambia nulla ? e quindi che male c'è ? C'è che la riforma nella sua vera applicazione è costituita dalle leggi di bilancio, che tagliano sistematicamente le risorse per la scuola. E la legge finanziaria in preparazione pretende - dalle anticipazioni in corso - di rastrellare da scuola e sanità altri sei miliardi di euro (12.000 miliardi di lire). Queste risorse sono rappresentate da quattro grandi voci:
1. il costo del lavoro dei docenti, e quindi il loro numero;
2. il costo del lavoro del personale A.T.A., a sua volta determinato dal numero delle persone ma anche dalla loro tipologia;
3. i trasferimenti dallo Stato agli Enti Locali, Comuni e Province rispettivamente per la scuola di base e l'istruzione superiore;
4. (legato al precedente) l'edilizia scolastica.

I docenti italiani sono nella media europea, in quanto a proporzione fra insegnanti ed alunni (circa 1 a 10); media che è abbassata dalle caratteristiche orografiche dell'Italia, tali da obbligare a tenere in funzione un certo numero di piccole scuole, ed è quindi molto più alta nei grandi centri.

Chi legge le cose solo dal punto di vista contabile nota l'anomalia degli insegnanti di sostegno, prodotta dalla legge (all'avanguardia in Europa) sull'integrazione nella scuola pubblica dei bambini e ragazzi con handicap. Anche compresi gli insegnanti di sostegno, la proporzione rimane di 1 a 10. Ed anche su di loro si abbatte la scure delle leggi finanziarie.

Nonostante questo, ogni anno il numero degli insegnanti cala, attraverso il non ripristino del turn over e - di fatto - il licenziamento di molti docenti precari. Per questo è inevasa la fortissima richiesta di tempo pieno nella scuola elementare che viene dalle realtà urbane, e non soltanto (il numero delle classi è bloccato da più di 10 anni). Si tratta di classi urbane, appunto, spesso al limite del top di 25 alunni, e che quindi resterebbero comunque al di sopra dell' 1 a 10 citato. Un ragionamento analogo vale per la scuola dell'infanzia.

Il personale AT.A. è formato dalle segreterie - ridotte all'osso, a fronte di molti nuovi compiti - e dagli ausiliari. Questi sono in gran parte "transitati" negli anni scorsi dagli Enti Locali allo Stato e vengono progressivamente ridotti grazie all'esternalizzazione dei servizi a ditte private. Queste ultime assicurano la pulizia, ma non la sorveglianza dei bambini ed il supporto alla didattica (si pensi, ancora una volta, alla scuola dell'infanzia).

Tagliare i trasferimenti agli Enti Locali significa peggiorare la manutenzione delle scuole, le mense, i trasporti scolastici, le integrazioni economiche alle situazioni di bisogno, le attività educative assicurate dai Comuni e dalle Province (nella nostra situazione veneziana gli "Itinerari Educativi").

Infine l'edilizia, dopo le tante parole spese nei giorni seguenti il terremoto in Molise. Un'indagine ha misurato in poco meno di metà, a livello nazionale, le scuole "fuori norma" sul piano della sicurezza.

Insomma, è questa la vera "riforma": pensare la scuola come un centro di costo e non una risorsa. Credere che si perda tempo, nelle scuole, e non andare a vedere quanto effettivamente viene realizzato in esse grazie al lavoro volontario aggiuntivo di migliaia di insegnanti ed A.T.A.

Tutti i documenti degli organismi internazionali concordano nel dire che un'alta qualità del sistema scolastico migliora in modo automatico i risultati economici di una nazione; integra fra loro i ragazzi delle nuove generazioni, favorendo la comprensione reciproca, crea un futuro più giusto e più sicuro per tutti.
L'altra strada è quella di "quattro quinti, un quinto", cioè il contrario di quanto previsto dalla Costituzione Repubblicana agli artt. 3 e 33, ed anche di come si è impostato storicamente il modello della scuola pubblica in Europa. Un quinto impara e si prepara a dirigere la società (magari in scuole private). Quattro quinti restano nell'ignoranza. È questo che vuole il ministro ?


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