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Camminare, sentire, raccontare
L'Unità - 20-09-2003


Dalla prefazione di Roberto Toscani

Chi era Sandro Onofri

Morto di tumore al polmone a quarantaquattro anni,la notte del 20 settembre 1999,dopo una malattia fulminante -diagnosticata in maggio -Sandro Onofri si è concesso il tempo di svolgere professionalmente tre attività:insegnante,romanziere e giornalista.
Ma Sandro Onofri era prima di ogni altra cosa il professore.Era quel ragazzo cresciuto che entrava in classe davanti a quegli altri ragazzi ancora da crescere che della scuola non volevano nemmeno sentir parlare.Insegnare era una passione.Anzi no,la passione era stare insieme ai ragazzi.Il resto,la letteratura,la grammatica,la storia venivano dopo.Non aveva fatto scelte comode,insegnava nei corsi serali,tra i disadattati,tra quelli che pensavano al pezzo di carta, ma anche tra quelli che volevano tirar fuori la testa.Poi scuole in periferia,infine una cattedra fuori Roma con decine di chilometri da fare in macchina ogni giorno pensando ad alta voce durante il tragitto quando era costretto a farlo da solo,per non addormentarsi e per non perdere il vizio di mettere parole in fila.
Di parlare dei suoi ragazzi,Sandro non si stancava mai.Ci si arrabbiava,ci si scontrava.Lo faceva impazzire quando trovava un quindicenne intelligente con la testa piena di idee stupide.
Quei ragazzi mezzi fascisti,mezzi maschilisti,mezzi rovinati dai luoghi comuni.Mezzi.Lui cercava di riacchiappare l ’altra metà.Il suo insegnamento –come ce lo raccontava –era una specie di lotta,un corpo a corpo.E se perdeva era sempre colpa sua,mai dei ragazzi,anche i più pigri e testardi e riottosi avevano ragione.


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Un racconto


IL BAMBINO ANTIPATICO

La storia che vi voglio raccontare è un po ’strana,e per tanti motivi.Perché innanzi tutto il bambino che ne è il protagonista non era simpatico come lo sono tutti i bimbi del mondo.Al contrario,scontroso e orso com ’era,veniva scansato da grandi e piccini,uomini e donne.
A scuola non andava bene come i ragazzini delle favole,né andava male come quelli delle barzellette.Andava così così.Chiuso e timido,stentava un sei micragnoso alle interrogazioni,che non diventava mai un sette perché la maestra non si sognava di regalare neppure mezzo voto a un essere così anonimo,e non scendeva mai a cinque perché la stessa insegnante non voleva correre il rischio di bocciarlo e di tenerselo un altro anno nella sua classe.Era un classico alunno da sei,il tipico ragazzino da sei,forse destinato a diventare in futuro un uomo,un cittadino da sei.
Né,bisogna riconoscerlo,lui se ne lamentava,anzi.Il suo compagno Luigi,l ’unico a concedergli un po ’di confidenza,lo spronava a volte a ribellarsi alla maestra.Troppo rigida e troppo parziale nei suoi giudizi,con tutti quegli elogi con cui riempiva i suoi alunni prediletti e le alzate di spalle,le espressioni sprezzanti,i modi sbrigativi con cui invece liquidava tutti gli altri.
Ma il nostro amichetto non riusciva neanche a capire bene perché Luigi si scaldasse tanto,e non vedeva il motivo di ribellarsi alla maestra,la quale,diceva,è una maestra come tutte le altre.Forse che quella dell ’anno prima era stata diversa?O quella dell ’anno precedente?Tutte uguali,tutte pronte a mettergli sei e a scordarsi della sua esistenza un attimo dopo.
Non aveva neppure un nome particolare,né Christopher o Kevin o altri benauguranti nomi di divi del cinema americano che avevano certi suoi amichetti (anzi,coetanei,ché di amici lui proprio non ne teneva),né nessuno dei nomi che hanno puntualmente i bambini della televisione, che si chiamano quasi sempre Luca o Edoardo.
Lui aveva un nome semplice e qualsiasi,Nicola, lo stesso di suo nonno,un uomo qualsiasi morto pochi anni prima che lui nascesse.
Nicola non aveva neanche una mamma malata di tubercolosi,come i bambini dei romanzi dell ’Ottocento,né una di quelle belle mamme che si vedono nelle pubblicità,gambe affusolate azzurre d ’occhi e bionde di capelli,possibilmente milanesi,sempre preoccupate delle merendine da dare ai loro figlioletti.
La madre di Nicola non era niente di tutto questo.
Innanzi tutto era nata in Abruzzo,non si preoccupava affatto della dieta del figlio e anzi lo puniva a schiaffi e urli se lo beccava a grattare un po ’di cioccolata in cucina (Nicola non poteva neanche contare sulla complicità di un padre goloso,come accade spesso in tv),e da ogni poro della sua pelle sprizzava tanta salute quanti peli.Mai una volta la signora Assunta si era coricata vicino a lui,la sera, sussurrandogli frasi del tipo:“Ecco tesoro,la mamma è qui con te.Sei il mio orgoglio e la mia gioia ”,né gli aveva mai soffiato sul viso un bacio della buonanotte saporoso di rossetto,come accade a certi bambini della televisione,che si addormentano beati al fruscio dei collant della mammina tutta ingioiellata e profumata.
Mai niente di tutto questo.Nicola si chiamava Nicola e la sera si addormentava da solo sul divano letto in camera da pranzo,mentre la madre lavava i piatti in cucina e il padre se ne stava spaparanzato in poltrona a godersi la musica dei cazzotti e dei colpi di una 44 Magnum di un telefilm americano.
Ora potete capire da soli,cari bambini,pur così piccoli come siete,che un bambino del genere,né buono né cattivo né bello né brutto,non può rendersi protagonista di nessuna storia.
Di conseguenza io non ho nessuna favola del brutto anatroccolo da offrirvi,né nessuna leggenda di qualche principe azzurro.Non ci sono Lucignoli o Heidi a ispirare il vostro povero narratore, così inchiodato alla natura ruvida e informe di questa sua creatura.Del resto questo io possiedo, nient ’altro.
Potrei metterlo a bocca aperta davanti a una vetrina,ad ammirare un banco di pasticcini o un parco giochi o una festa,il mondo mentre vive insomma.
Ma se facessi così Nicola sarebbe niente di più di un bambino buono e rifiutato,escluso,uno di quei poverelli di cui sono pieni i libri dell ’infanzia.
E invece Nicola era più autoescluso che rifiutato,antipatico e bestiolina per sua propria indole.Né posso mettermi a pensare una storia magnifica di gioie e di scoperte perché sarebbe una bugia e,oltre tutto,cosa ben più grave ragazzi miei,una bugia non
credibile.Perché ormai sappiamo tutti che a Nicola di queste cose non gliene importava proprio niente.Lui viveva chiuso in casa,senza mai essere nemmeno toccato dal rimpianto della vita che lì,al di là delle sue finestre,riempiva i balconi,i marciapiedi,le strade coi suoi rumori pieni delle rabbie e delle felicità eternamente fugaci che fanno l ’esistenza degli uomini,grandi e piccoli.
Allora stando così le cose,propongo un gioco.Vi offro due possibilità di stanare Nicola dalla sua incarognita normalità,madre cieca,come potete constatare da soli di ogni mostruosità.Voi
scegliete quella che vi piace di più.
Dovete sapere che ogni sera prima di addormentarsi,Nicola salutava due pupazzi di ceramica che la madre teneva orgogliosamente in bella mostra sul mobile di fronte al letto del bambino e che ogni mattina spolverava con amore e dedizione,riandando
sempre col pensiero a quel suo fratello,Peppino,che se ne stava in America,da dove glieli aveva portati in regalo in occasione di una sua visita.
Nicola li chiamava il Buono Cattivo e il Cattivo Buono.Potrebbe accadere,ecco,che la prima figura si rivolgesse una sera a Nicola.Era un uomo alto dall ’aria forestiera.

12 agosto 1995



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