Così avremo una formazione classista
Domenico Starnone - 13-09-2003
Parla lo scrittore Domenico Starnone: le famiglie che hanno i soldi riprodurranno se stesse pagandosi i corsi.

Sara Menafra per Il Manifesto

Domenico Starnone ha raccontato la scuola e le sue magagne in libri ed articoli per anni. Era la scuola che non cambiava mai perché nessuno aveva il coraggio di attuare le riforme di cui si parlava, ma anche quella in cui gli insegnanti erano in alcuni casi l'unico appiglio di ragazzi con problemi più o meno grandi.

Allora Starnone, cambia tutto. La Moratti dice che questa riforma mette al centro le scelte di ogni famiglia per i propri figli.

Perfetto. Così finalmente ogni generazione sarà uguale alla precedente. Il fatto che siano le famiglie a scegliere i corsi opzionali significherà che ogni genitore farà studiare ai figli quello che lui ritiene più giusto e più utile. Sarà la scuola della riproduzione a catena: ognuno si riproduce a propria immagine e somiglianza. Invece di essere il primo luogo di confronto pubblico fra le persone, questa scuola sarà usata dalla famiglie per riprodurre se stesse. Ovviamente questo vuol dire che la formazione diventerà classista in se.

Proprio sul punto della selezione economica, sembra - ma la notizia non è ancora ufficializzata - che tutti questi moduli e corsi opzionali saranno a pagamento. Tutto ciò che ognuno sceglie in più rispetto alle materie di base si pagherà a parte.

A maggior ragione è la scuola della riproduzione di se stessi in senso classista. Chi ha i soldi riproduce se stesso attraverso i corsi che paga. E gli altri si dovranno accontentare di riprodurre nei figli le proprie lacune. Fino ad oggi ho sempre pensato che tutti questi discorsi sulla riforma fatti dal ministro Moratti non fossero altro che chiacchiere. Per fare una riforma servono i soldi e invece si sa che nelle casse dello stato non c'è una lira e di lire ce ne saranno sempre meno. Se sono le famiglie a pagare allora sì, si può cambiare. Ma è una riforma basata sul censo e dunque inaccettabile.

Berlusconi dice gli insegnanti saranno i veri protagonisti della riforma. Ma questa cosa non l'avevano detta anche quelli di centro sinistra quando presentarono la loro proposta?

E infatti già allora gli insegnanti dissero invece di essere fortemente contrari anche a quella riforma. Ma perché tutti dicono che gli insegnanti dovrebbero essere felici di questi cambiamenti? Questa proposta della Moratti dice qualcosa sul fatto che il numero degli alunni per classe saranno ridotti? Parla di aumenti di stipendio, meglio se cospicui? Perché dovrebbero essere felici, per i corsi opzionali? La verità è che una riforma che non muove dal problema della formazione degli insegnanti, dalla loro ricollocazione economica e giuridica più che essere fatta con il loro benestare è fatta sulla testa degli insegnanti stessi. A me questa storia dei docenti che sono felici del cambiamento pare solo una chiacchiera propagandistica sempre più confusa. Lo sanno benissimo che maestri e professori non sono affatto contenti. Eppure è talmente evidente che se non si cambia la situazione in cui si formano e lavorano gli insegnanti la scuola cambia poco.

Berlusconi e Moratti dicono che istituiranno corsi di lingua inglese dal primo anno delle elementari e una seconda lingua europea dalla prima media.

Ah sì? E con quali insegnanti? Con quali tecniche di insegnamento? Questa cosa di insegnare l'inglese dall'inizio della scuola non se l'è inventata la Moratti. In alcune scuole sono partiti da anni progetti pilota in questo senso. Il problema è attuare questi progetti per tutti. Ma lo sanno cosa vuol dire introdurre una nuova materia per tutti in tutte le scuole? E poi spero che tengano presente che non è vero che chi insegna una lingua straniera a ragazzi di 13 anni può fare lo stesso con quelli che ne hanno sei. Serve una formazione specifica. Fermo restando che insegnare le lingue straniere fin dai primi anni è una cosa fondamentale.

L'altro punto della riforma è il «portfolio» delle competenze. Un documento che riporta il percorso formativo dell'allievo dal primo giorno in avanti.

Insomma una specie di peccato originale per iscritto. L'idea non mi convince perché nega che tu possa attraversare le fasi più diverse durante gli anni della formazione, ma alla fine redimerti. Invece così non puoi mai redimerti perché ogni miglioramento sarà sempre offuscato dai peccatucci che hai commesso in passato. E' anche vero il contrario, cioè che magari ti salvi perché hai un passato buono. Insomma tutto dipende da come useranno questo strumento. Certo, però, il rischio è che alla fine si riveli soprattutto uno strumento di selezione.

E del «tutor» che segue il percorso formativo cosa ne pensa?

Mi sembra molto simile al coordinatore della classe che già esisteva, con la differenza che questo qui dovrà occuparsi anche di consigliare sui corsi opzionali. Si ribattezza una vecchia figura con un bel termine, ma non mi pare cambi molto.

Ultimo punto: aboliscono l'esame di stato alle elementari.

Forse questa è l'unica notizia positiva. In realtà quell'esame serviva solo a gettare nello spavento gli alunni. Li si faceva arrivare terrorizzati all'esame, li si torturava un pochino e poi li si lasciava andare. E poi oggi come oggi di nessuno più si dice «quello ha solo la quinta elementare» perché ormai tutti arrivano almeno fino alla fine delle scuole medie. Non serviva più a molto.


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 Emanuela Cerutti    - 13-09-2003
"Fuoriregistro deve a Domenico Starnone e al suo fortunatissimo romanzo l'idea del titolo e l'ambizione di raccontare la scuola attraverso la cronaca dei fatti, comici o drammatici, minuti o terribili che ne scandiscono l'agire quotidiano."
Questo lo spunto iniziale dell'esperienza che continua ormai da tre anni.
Ci piace perciò brindare alla riforma, che, oggi, si accomoda tra banchi e cattedre, con le parole di chi ha saputo disegnare il quadro degli "eterni ripetenti", noi, noi docenti incapaci di scendere dalla giostra senza fine sulla quale siamo saliti.
Imbambolati, ci descrive.
E questa, oggi, è un pò la sensazione che proviamo, figlia forse dell'indifferenza, della rassegnazione o dell'amaro destino.
Con impreviste scintille di consapevolezza.