breve di cronaca
Mobbing
Gildains - 12-09-2003
Emanata in Sardegna la prima sentenza di risarcimento danni per mobbing nel pubblico impiego


La sentenza del Tribunale di Tempio Pausania n. 157/2003 – ci scrive l’avvocato Casimiro Mastino di Sassari - presenta un interesse notevole per tutti coloro che si occupano, a vario titolo, di mobbing.
E per diverse ragioni.
Si tratta, infatti - prosegue la nota - della prima sentenza conosciuta di risarcimento danni per mobbing nel pubblico impiego. Una seconda importante differenza, rispetto a molte altre situazioni giudiziarie similari, è anche l'esplicito riconoscimento dell'esistenza del mobbing e non la condanna del datore di lavoro sotto altri aspetti, ad esempio il demansionamento. Il penalista ritiene – in estrema sintesi - che questa sentenza, sia particolarmente illuminante sotto il profilo metodologico per chi voglia impostare una causa per mobbing in quanto indica con una certa chiarezza alcuni parametri da seguire per produrre la prova dell'esistenza del danno e del nesso causale rispetto alle vessazioni patite sul lavoro. Innanzitutto, volendo stabilire un metodo di lavoro, il giudice - nella sentenza in oggetto - sostiene doversi ricostruire “gli episodi lamentati dalla ricorrente, onde stabilire se gli stessi, esaminati singolarmente, siano viziati da illegittimità e se, considerati nel loro complesso, appaiano inseriti in una strategia persecutoria, nell'ambito della quale la ricorrente sia stata sottoposta ad una serie di condotte o di provvedimenti finalizzati ad uno scopo ingiusto, consistente nel danneggiarla, emarginarla e discriminarla, sino a provocarle danni alla salute.” Occorre partire, quindi, dalla valutazione dei singoli episodi lamentati ma senza fermarsi ad essi, considerandoli sinergicamente, in modo da stabilire se si può quantomeno intravedere una strategia persecutoria a danno del lavoratore. L'art. 2087 c.c. ricopre, quindi, il ruolo di norma più adatta ad applicarsi alle fattispecie di mobbing, “posto che essa, trasferendo in ambito contrattuale il più generale principio del neminem laedere, riparte l'onere della prova così che grava sul datore l'onere di provare di aver ottemperato all'obbligo di protezione dell'integrità psico-fisica del lavoratore, mentre grava su quest'ultimo il solo onere di provare la lesione dell'integrità psico-fisica ed il nesso di causalità tra tale evento dannoso e l'espletamento della prestazione lavorativa”. Considerando quelle che sono normalmente le difficoltà di carattere probatorio tipiche delle cause di mobbing, dovute all'innalzamento di un muro di gomma di fronte alla vittima da parte dei colleghi e di tutte le persone che potrebbero far conoscere al giudice la verità, l'impostazione di questa sentenza ha sicuramente il merito di una provvidenziale semplificazione.


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