Il sorriso di Clio
Giuseppe Aragno - 11-09-2003
Sembra accertato: la presenza documentata d’una comunità cristiana a Roma risale al 70 d. C. Nerone, quindi, che governò infatti tra gli anni 50 ed i 60 d. C, inviso all’aristocrazia e al Senato per certa sua buona disposizione verso le classi povere e non so che inerzia artistica e neghittosa - pacifismo direbbero oggi, storcendo il naso, americanisti e realpoliticisti – non perseguitò i cristiani: non avrebbe potuto. E non c’è da stupirsi: la storia costruita sull’informazione ufficiale è molto spesso un inganno.
Si fatica a capirlo, ma è così: l’undici settembre è una costante della storia umana.


I tempi della storia, d’altro canto, non sono quelli della politica e la confusione tra presente e passato è all’ordine del giorno. I fatti poi – il feticcio di Ranke rispolverato dai sacerdoti dalla “storia asettica” e dai revisionisti d’ogni colore politico – non sempre ci soccorrono e raramente disponiamo di certificazioni notarili. Non a caso Carl Becker, con formula deliberatamente provocatoria – c’è sempre della verità nelle provocazioni consapevoli - sostenne che i fatti siamo noi: non esistono, finché lo storico non li crea.
Non gli ho mai dato credito, ma se mi guardo attorno intendo fino in fondo ciò che volle dire e mi sembra persino naturale trasformare la sua deliberata bestemmia in una rinnovata eresia metodologica. Per capire ciò ch’è stato l’undici settembre occorre partire da un postulato: l’undici settembre non è stato.
Quando anni fa Kissinger ha rivelato al mondo che la democrazia americana finanziò il golpe fascista di Pinochet contro la democrazia cilena, Clio, che non conosce il tempo e pone gli eventi a rovescio – li contempla impassibile come avesse davanti uno specchio – sorrise beffarda. Kissinger non poteva saperlo, eppure, a mano a mano che raccontava la sua storia, fasci di luce intensa illuminavano due torri a Ground Zero e verità non dette uscivano dal buio del futuro. Tutto appariva chiaro, come chiaro sarà chissà quando anche a noi.
Sul filo del tempo Kissinger, ignaro, aveva posto al centro i principi informativi della politica estera USA. Ad est, dove il sole sorge, si andavano così a collocare, in una dimensione temporale che diciamo per convenzione undici settembre, i sogni di Allende, Santiago del Cile e il palazzo presidenziale ridotto in macerie da dollari democratici. Ad ovest, dove il sole tramonta, si materializzavano intanto, come in un incubo, le torri gemelle che si sbriciolavano su se stesse, implodevano e, colpite sul fianco, si sgretolavano verticalmente. Dollari ancora, capaci di ogni miracolo.
Il racconto di Kissinger non è un fatto, è una chiave di lettura e offre dati chiarissimi: dalla dottrina continentale di Monroe a quella planetaria di Bush, la gerarchia dei valori su cui si disegna il sistema delle regole negli Usa si fonda su di un postulato irrinunciabile: il capitale non ha patria e le “forme” della politica sono maschere alla sostanza del potere.
Dalla Baia dei Porci, a Santiago del Cile, dalla Grecia dei colonnelli, al Golfo della Sirte da Panama alla Serbia, da Grenada all’Afganistan, all’Iraq, su, su, fino allo spazio “protetto” dallo scudo stellare” le scelte strategiche e gli obiettivi geopolitici degli USA sono sempre più finalizzati al dominio del mondo.
Clio legge nel futuro? Non so. Una cosa tuttavia sembra dirla: chi ha abbattuto le torri gemelle si proponeva di mettere la sicura al mitra imbracciato da Allende.

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