breve di cronaca
Quel lutto sulla bandiera
Il Manifesto - 11-09-2003
Due anni dopo


Delle 2823 vittime dell'attentato alle Twin Towers di due anni fa non si dovrebbe mai dimenticare che appartenevano a più di sessanta popoli e etnie. L'attacco al simbolo del potere americano nell'era globale, che servirà a legittimare l'era del contrattacco americano «preventivo», fu in realtà un attacco al sogno cosmopolita, alla globalizzazione dal basso incarnata da quella mescolanza di lingue, colori e culture incenerita nelle Torri.
A distanza di due anni il problema sta sempre lì: a un evento di portata globale, provocato da un agente «virale», senza stato e senza confini come Al Qaeda, l'amministrazione Bush ha risposto con una strategia nazionale e nazionalista, mobilitando la patria e le armi per una guerra senza fine e senza nemici certi o meglio con dei nemici supposti, truccata da crociata per il Bene e la Libertà e mossa, oltre che dalla brama di terre e di petrolio, da un'incoercibile pulsione a ritrovare nell'onnipotenza unilateralista l'identità perduta nell'89 con la fine del bipolarismo. Per la crociata Bush partì accompagnato, nell'ora della tragedia, da una solidarietà internazionale e da un credito interno che in due anni è riuscito a sperperare con poche e inequivocabili mosse: il lancio di quell'inaccettabile manifesto di filosofia politica che è la National Security Strategy; lo sfascio del diritto internazionale, con lo schiaffo alle Nazioni unite sull'Iraq; la demolizione dello stato di diritto, con le gabbie e i tribunali speciali di Guantanamo nonché con il Patriot Act. Il tutto in nome della salvezza dell'Occidente.

I cantori del presidente hanno scomodato Marte e Venere, Hobbes e Kant per fornirgli ogni alibi possibile di fronte all'Atlantic divide, ovvero alla frattura che su questa base si è prodotta fra le due sponde dell'oceano; ma la storia dell'Occidente, di cui il diritto internazionale e lo stato di diritto non sono un incidente ma un approdo, non è nelle mani di Bush, e resiste alla sua sfigurazione.

Resiste anche la storia della democrazia americana, e probabilmente per ragioni di più lunga durata della macabra conta dello stillicidio di marine in Iraq o dei conti sull'economia che non riparte e sulla disoccupazione che cresce. L'onda di patriottismo che inevitabilmente seguì gli attentati dell'11 settembre, coprendo con la bandiera a stelle e strisce le contraddizioni del territorio più multiculturale del pianeta, si va lentamente ma inesorabilmente ritirando. Com'è sempre accaduto nella storia americana, quella stessa bandiera oggi viene sempre più spesso impugnata con opposte intenzioni: contro la guerra infinita, contro la detenzione indefinita, contro l'uso liberticida della libertà non sono più soltanto esigue minoranze a pronunciarsi, stando all'andamento dei sondaggi. Non è solo la buona, vecchia America dei diritti civili che torna a galla; è proprio il lutto dell'11 settembre che domanda un'altra forma di elaborazione, e si ribella, per dirla con le efficaci parole di Jay McInerney, alla «cricca di cowboy di Washington che si sono appropriati della nostra tragedia».

Intanto, mentre gli storici si interrogano sulla portata più o meno dirompente e più o meno discriminante dell'«evento» 11 settembre nel passaggio dal `900 a quello che verrà, sul campo della cronaca i suoi effetti sono tutti dispiegati, e ci chiamano in causa senza scampo uno per uno. La natura inedita e atroce del terrorismo suicida, genuino prodotto della miscela di modernizzazione e fanatismo identitario di cui è fatto il mondo globale. Le seduzioni rassicuranti dei fondamentalismi, di marca islamica come di marca cattolica, che a Est e a Ovest si sposano con il potere secolare. Le lacerazioni interne all'Occidente, fra radici comuni e modelli etici e normativi diversi. Le degenerazioni delle democrazie, tutte attraversate, da quella americana a quella nostra, dalla stessa impotenza arrogante della politica e dallo stesso scontro fra pretese del potere esecutivo e esili garanzie del potere giudiziario. Il senso di fragilità che si è irradiato dallo sky-line ferito di New York a tutto il pianeta, e che da New York a tutto il pianeta non dipende solo dal virus terrorista ma da altri virus e accidenti imponderabili, dall'antrace alla Sars ai black out, nonché dal crollo di alcune difese immunitarie di cui era garannte lo stato sociale. Sono tutti capitoli di un libro che l'11 settembre ha squadernato, e che nessuno può rifiutarsi di leggere. L'effetto più dirompente di quella giornata è che il mondo è diventato più piccolo, ci chiama all'ascolto di qualunque cosa succeda ovunque succeda e alla compassione di ogni ferita ovunque si apra. E la coincidenza oggi dell'anniversario di un doppio e opposto 11 settembre, quello cileno di trenta e quello americano di due anni fa, può solo servire da monito, contro ogni tentazione a leggere la storia come una macabra resa dei conti dei misfatti del potere, a metterci ogni volta dalla parte di ogni vittima.

IDA DOMINIJANNI


Nello Speciale LA LINEA DEL TEMPO: 11 settembre 1973: L'Universale Finzione - Salvador Allende, ovvero l'altro 11 settembre - Ricorda con rabbia - Il sorriso di Clio


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