breve di cronaca
8 settembre 43
L'Unità - 06-09-2003




Otto settembre 1943, morte o rinascita di una nazionè? Da oltre un decennio il dibattito è inchiodato a questo tormentone storiografico. Da quando cioè Renzo De Felice ripropose uno spunto racchiuso in un romanzo di Stefano Satta, De profundis che parlava di morte della patria.
Poi vennero, le rettifiche, come quelle di Claudio Pavone - autore di un controverso saggio Einaudi sulla Resistenza come guerra civile - che intravedevano nel «biennio~’ un’occasione di riscatto nel segno dell’antifascismo . E vennero anche le radicalizzazioni della tesi defelicima. Come quella di Ernesto Galli Della Loggia: rinascita democratica tutto sommato artificiale, partitocratica» e all’ombra degli Alleati. Il tormentone si è complicato, nel quadro della duplice ascesa al governo di un ceto politico estraneo alla Resistenza, che non vede affatto nella Resistenza le matrici della nostra
democrazia, anzi...
E allora rimettiamo a posto i pezzi del mosaico. Districando, per quel che è possibile, la storia dalla politica. All’evento da cui tutto inizia, almeno a prima vista: la data dell’annuncio dell’ armistizio, di cui oggi ricorre il sessantesimo
Ci tacciamo aiutare da Giovanni De Luna; storico contemporaneo a Torino, e studioso del paradigma antifascista, molto attento alle discontinuità e alle rotture nella biografia delle nazioni.
La sua tesi suona: 18 settembre 1943 è il simbolo di un piu generale fallimento delle classi dirigenti nazionali, borghesia, esercito, fascisti, Chiesa. Che trascinarono il paese all’armistizio in ritardo, tenendolo all’oscuro e illudendosi di poterne uscire indenni. E in tal senso 18 settembre è un amara replica del 25 luglio che, in nuce, racchiude tanto trasformismo e continuismo della futura storia d’Italia. Ma i problemi non finiscono qui. C’è la questione di Salò: le ragioni dei vinti... Che la destra tende a parificare con quelle dei resistenti. E a cui anche certa nuova storiografia di sinistra riconosce qualche dignita sociologica ed esistenziale, pur nella fermezza del discrimirìe etico, e malgrado l’abisso di consenso che separò la Resistenza da Salò. Sentiamo De Luna.

Professor De Luna, l’8 settembre arriva dopo 45 giorni di buio e incertezza, e somiglia un po’ al 25 luglio, preceduto da tramestio e indecisione nei gruppi dirigenti. Il punto è sempre quello della pace separata, con il paese all’oscuro. f giusta l’analogia?

Sì, i 45 giorni sono il banco di prova di una classe dirigente altamente inadeguata. E inadeguata, rispetto ai bisogni della gente, Io era stata già negli anni e i mesi precedenti. Attenzione: non mi riferisco solo alla sconfitta militare. Ma appunto al fallimento totale della classe dirigente. E non è questione di morte della patria. Le istituzioni dello stato fasciste erano corrose dall’interno dalla mancanza di libertà, un tarlo che impediva la selezione di decisioni e personale adeguato. La dirigenza fascista era appagata e torpida, e fuon aveva il polso del paese. Qualcosa del genere si ripete con l’8 settembre.

Ma Badoglio e la nuova dirigenza che sigla l’armistizio, a cosa puntavano dopo il 25 luglio, e quali scenari ipotizzavano?

Ipotesi davvero ridicole e farsesche, se ci si pensa bene. Speravano di poter uscire dalla guerra con il consenso dei tedeschi e con quello degli Alleati! Un pasticcio impossibile. Nel 1943 la presenza tedesca era molto esigua. E l’8 settembre c’erano in Italia solo 8 divisioni germaniche, entrate proprio dopo i 45 giorni. C’era tutto il tempo per organizzarsi militarmente. Badoglio si comportava con alto dilettantismo, usando canali diplomatici, per le sue trattative, di tipo famiistico, e del tutto inadeguati al momento...
Tanto è vero die non riusci a tener segreta nemmeno la prigionia di Mussolini al Gran Sasso.... Appunto. Fu uno sfascio globale, secondato dall’incapacità, che generò una doppia occupazione militare, il crollo dello stato, e tre governi, tra Rsi, Clnai e Regno del sud. Sì, una vera tragedia nazionale. Impossibile da minimizzare, e senza precedenti storici di sorta...


Che intende per collasso della classe dirigente?

Ci metto dentro le gerarchie del Regime, l’esercito, la Corona. Quanto alle prime erano ormai completamente sedute e corrose, senza ricambio avulse dal dramma del paese e prive di quel protagonismo che pure le aveva caratterizzate negli anni ‘20 e ‘30. Poi vi sono la Chiesa e il potere economico, che profittano del crollo, in guisa di supplenti dell’ordine disintegrato. La Chiesa riempie naturalmente gli spazi lasciati dal regime, come acqua che tracima ovunque nei vuoti. I Vescovi diventano i garanti di tutte le emergenze del quotidiano, a partire dalle parrocchie. In tal senso è emblematica l’immagine di Pio XII a 5. Lorenzo bombardata. lì che si piantano le basi simboliche del consenso democristiano nel dopoguerra. C’è una forte ripresa del culto mariano e della liturgia popolare, in assenza di un ruolo dello stato. Il clima è questo: non si reagisce più come cittadini di uno stato, ma come individui. E ci si affida alla protezione della Chiesa e della religione. Quanto al potere economico - salvaguardato e non intaccato dal fascismo - dopo l’8 settembre 1943 fa affari sia con i tedeschi che con gli Alleati. Scavalcando ogni mediazione istituzionale, e abituandosi a considerare l’interesse privato come interesse nazionale. Ecco in nuce gran parte della storia italiana a venire...

Restiamo aIl’8 settembre. C’è stato chi ha ritenuto provvidenziale la fuga a Brindisi del Re, per la salvaguardia di un punto di riferimento istituzionale capace di fare da sponda alla Resistenza. Qual è il suo giudizio?

E un argomento non peregrino. Garantire una qualche continuità nazionale, tramite la monarchia poteva essere un buon obiettivo. Ma il tutto fu gestito in maniera dissennata, considerata la superiorità numerica dell’esercito italiano in quel momento. Il punto era la capacità di resistere, che invece venne liquefatta. Nel quadro di una mancanza di inziativa diplomatica e militare, culminata inevitabilmente nella fuga e nello sfascio.

Sfascio sistemico, lo ha definito Carlo Vallauri. Nel quale la psicologia nazionale subisce un trauma fortissimo. E allora, morte della patria, come scrisse Salvatore Satta prima di De Felice?

No, si trattò di uno di quei grandi eventi storici, in grado di scuotere nel profondo le coscienze individuali, come la Grande Paura o 11 Terrore in Francia. Fu come se saltasse il tappo di roccia da un vulcano spento. Rotta l’impalcatura dello stato fascista - resa ancor più evidente dall’8 settembre - fuoriesce di tutto.
Viltà, eroismo, abnegazione, conformismo. I ceti medi italiani, ad esempio, si scoprono sradicati e senza protezione, e sperano che la bufera passi. Ma non tutti regiscono così. Gli operai tornano a scioperare, le donne diventano protagoniste dell’emergenza, e c’è chi va in montagna. E chi a Salò...


Ma i fascisti, che tacquero nei 45 giorm, avrebbero mai potuto rialzare la testa senza le direttive cli Hitler?

Il Pnf era un corpo esanime e stracciato. Dopo 1125 luglio non si registrano episodi di resistenza o di altra natura, a parte il suicidio di Morgagni, direttore dell’agenzia Stefani. Gli altri - a partire da Galbiati, generale della Milizia - si mettono agli ordini di Badoglio. Il colpo di reni avviene grazie ai tedeschi, senza i quali non vi sarebbe stata la Rsi. Eppure la fine della dimensione statuale mette ciascuno dinanzi alla sua coscienza individuale. E le reazioni individuali, svincolate dallo stato, sono significative. Fu un momento drammatico
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La Resistenza parte autonomamente, sì o no?...

Sì, tra l’8 e il 12 settembre la Resistenza parte in tutto l’arco alpino, e anche altrove. Nondimeno c’è un volontariato diffuso, dall’una e dall’altra parte, che non ha precedenti nella storia nazionale. Ma una volta riconosciuto questo dato, il problema è la natura della scelta. C’è chi sceglie onore e fedeltà, accanto ai nazisti che sterminano gli ebrei. E chi rifiuta questi valori. In ogni caso, come scrive Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno, in quel momento bastava un nonnulla per finire sull’una o sull’altra barricata.

A differenza della Rsi, di cui si esagera il consenso, lo stato filonazista di Vichy aveva ben altre radici e consenso. Eppure in Francia se ne parla ancora in termini di collaborazionismo. Come mal?

Sia Vichy che Salò hanno vissuto una stagione retrospettiva propizia, in nome dell’anticomunismo negli anni 50. Fino al 1958-59, il quadro normativa italiano era più favorevole ai reduci di Salò che ai partigiani. Dagli anni 70 cè in Italia un forte sussulto di antifascismo, che focalizza l’attenzione anche su Salò. Mentre in Francia Vichy rimane in ombra, ufficialmente persino adesso. Rifiutano la definizione di guerra civile, e parlano di guerra «franco-francese». Di mezzo c’è De Gaulle, che ha coperto col suo mantello certe fratture. In realtà la storiografia transalpina è andata avanti. Anche perché in Francia si sono ormai abituati a valorizzare il significato delle grandi fratture nazionale come sale della storia, e a partire dall’affaire Dreyfus. I francesi si dividono ancora tra lealisti e rivoluzionari, ma li unisce un comune spirito repubblicano. Tanto che lo stesso Le Pen alla fine si identifica con la Repubblica. Viceversa noi italiani facciamo più fatica a riconoscere le rotture, e perciò a riconoscerci in una storia comune. Un paradosso, ma è così
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