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Auguri di un buon inizio!
infantiae.org - 05-09-2003
Intervento di Franco Frabboni, preside della Facolta di Scienze della Formazione Primaria, Università di Bologna

Nell’imminenza dell’avvio del nuovo anno scolastico 2003-04 voglio innanzi tutto rivolgere i miei auguri ai bambini ed alle bambine che frequenteranno la scuola quest’anno: quelli della prima infanzia (asilo nido), quelli della seconda (scuola dell’infanzia) e quelli della scuola elementare o, come si chiama ora, della primaria.

Il mio primo pensiero va alle bambini e ai bambini.

Un sincero augurio di buon inizio per i bambini che vi entrano per la prima volta e un buona ripresa per coloro che la riprendono. Un augurio di buon incontro con i compagni, per l’importanza che riveste l’integrazione reciproca e la reciproca cooperazione, lontana da qualsiasi forma di aggressività che qualche allievo può avere, a volte, nei confronti degli altri e lontana anche dalle prime forme di bullismo che, purtroppo si sa, sono presenti nella scuola elementare e in qualche caso anche nella scuola dell’infanzia. Una buona accoglienza, dunque, per tutti ed in particolare per i bambini timidi, introversi, intimiditi ed impauriti dalla nuova situazione scolastica.
Nell’affrontare il tema delicato dell’accoglienza è importante anche che i bambini vivano la scuola con piacere, la vivano come un momento anche di gioia. Solo in questo modo si potranno ottenere i risultati migliori in merito agli aspetti relazionali e di acquisizione di nuovi saperi.
Nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria non ci sono (o non ci dovrebbero essere) esami e pagelle, non ci dovrebbero essere bocciature, anche se la nuova riforma della scuola primaria “minaccia” un po’ i bambini dell’ex scuola elementare.

Il secondo pensiero va agli insegnanti

Lo sappiamo tutti: siamo in una stagione di transizione, per quanto riguarda la scuola, profonda e travagliata. Abbiamo imboccato l’ingresso del ponte ma non siamo ancora arrivati all’altra sponda. Abbiamo, per così dire, toccato l’altra sponda solamente per quanto riguarda l’approvazione della legge 53 dello scorso marzo. Si tratta tuttavia di una legge delegata: in questo senso, i motori del cambiamento potranno mettere in moto la macchina della riforma scolastica solamente quando i decreti delegati saranno approvati e pubblicati. Ma i decreti, al momento, non ci sono ancora.
Anche gli insegnanti hanno bisogno di star bene a scuola, di sentirsi umanamente appagati all’interno di un ruolo così delicato. Allo stesso modo, sul piano operativo e professionale, è importante consolidare alcuni aspetti del lavoro degli insegnanti.

In prima istanza, dovrebbero – cosa che non fa la riforma – dare molto rilievo al momento della relazione, il cuore della vita della scuola. I bambini devono potere entrare nella classe con il loro cuore e l’insegnante deve sempre di più ‘perdere tempo’ - che vuol poi dire guadagnarlo – nell’ascoltare, dialogare, far parlare, far raccontare, far venire alla memoria, i problemi e le difficoltà che si porta con sé. Liberare il cuore vuol dire liberare la parola ed essere aperti alla relazione con gli altri, godere di possibilità di aggregazione, avere la possibilità di costruire in gruppo le conoscenze e le esperienze. Questo è molto importante. Gli insegnanti devono evitare una scuola nozionistica, proiettata esclusivamente al fare, ad accumulare conoscenze. La scuola deve essere prima di tutto ed innanzi tutto uno spazio in cui i bambini e gli insegnanti sentono di star bene. E tutto questo avviene quando al centro c’è il cuore.

In secondo luogo, gli insegnanti devono assicurare ai bambini ed alle bambine di restare “i bambini della domenica” e di non diventare gli scolari del sabato. I bambini della domenica sono quelli che a scuola – ma anche, ovviamente, in famiglia – hanno la possibilità di vivere compiutamente la loro stagione evolutiva. Sono bambini che possono vivere le dimensioni di sviluppo proprie di questa età (rispettivamente della scuola dell’infanzia e della scuola elementare) e cioè la sfera emotiva, affettiva, sociale, cognitiva, estetica, motoria. Il bambino della domenica è il bambino che può ancora perdere tempo, sognare e perdersi nel proprio immaginario, nelle proprie utopie e nelle proprie fantasie.
Non vogliamo invece che la scuola sia popolata dai bambini del sabato. Il sabato è per noi la giornata simbolica che significa l’anticipo. Nel calcio ormai si gioca solo il sabato. Tutto è anticipato al sabato. Non vogliamo un bambino anticipato, velocizzato, accelerato, un bambino costretto a lasciare la propria stagione di vita, un bambino della scuola dell’infanzia che corre per entrare nella scuola elementare, così come un bambino della scuola elementare costretto a velocizzare i tempi di vita per entrare nella scuola media. E’ un processo totalmente centrato sull’adultità dell’uomo che lavora, che produce, che compera che spende, che consuma. E’ ciò che più piace all’attuale razionalismo economico, alla mondializzazione dei mercati. E’ una stagione della vita che vale in se stessa in quanto tale, mentre la stagione premiata è quella l’età adulta e si vorrebbero fare scomparire quelle precedenti, l’infanzia, l’adolescenza e la giovinezza. Diciamo perciò no agli anticipi. L’anticipo segnala una volontà politica di far scomparire l’infanzia l’adolescenza, la gioventù per promuovere unicamente l’età produttiva. Preferiamo senza dubbio il bambino e la bambina della domenica. I bambini che vestono gli abiti della festa dei loro sogni, delle loro fantasie, delle loro magie. Il sabato si porta con sé una scuola dello studiare solamente a memoria, di apprendere risolvendo quiz. Si vorrebbe costruire un bambino snaturato, un bambino bonsai, un alberello che assomiglia un po’ all’adulto ma che la vita del sabato atrofizza.

Il terzo appello è che la scuola cucini – ed è chiaro che il cuoco è l’insegnante – quei saperi e quelle conoscenze che durano. La scuola del sabato mette a disposizione alfabeti e conoscenze che muoiono subito, che evaporano rapidamente.
Noi vogliamo invece una scuola nella quale le conoscenze non muoiono rapidamente, non scompaiono subito. E questo avviene quando la scuola mette i bambini in situazione di apprendimento come avviene quando la scuola lavora per laboratori, quando è aperta all’ambiente quando fa ricerca.
Non ci riferiamo ai decantati laboratori di informatica e di inglese perché non si tratta in realtà di laboratori ma aule specializzate. Pensiamo ai classici laboratori che sono stati sempre di interesse per la scuola dell’infanzia e per l’elementare. Ciò che abbiamo appreso dai e nei laboratori dura a lungo.
La scuola deve anche aprirsi all’ambiente. La riforma attuale non ne parla in nessuna sua parte. L’ambiente, sia quello naturale sia che quello sociale è un grande libro di lettura, è un’aula didattica decentrata. Le conoscenze acquisite ed accumulate nell’ambiente durano e non scompaiono, perché divengono strutture della mente. Non sono soltanto saperi frantumati e per questo non scompaiono.
La scuola deve fare ricerca. E’ la scuola che costruisce un bambino scout, un bambino curioso, che vuole scoprire da solo i propri saperi, un bambino montessoriano che chiede all’adulto di imparare da solo, un bambino mai pago di conoscenza. La scuola della ricerca non deve produrre delle ricerche ma si propone come metodo di conoscenza consentendo al bambino di scoprire, costruire e progettare da solo le proprie conoscenze. Anche in questo caso si tratta di saperi che durano. Quando i saperi che vengono accumulati nella scuola sono di questo tipo, sono sicuri. Il tentativo dell’attuale riforma è invece quella di costruire una scuola tutta quiz, in cui i bambini vengono valutati dal Centro, attraverso l’Ivalsi ed avvalendosi di test oggettivi di profitto a prove chiuse.
Quando i bambini apprendono dai laboratori, dall’ambiente e attraverso la ricerca non sanno di che farsene di tali schede. Sono strumenti inutili e privi di significato. E tanto meno servono a verificare il diritto a passare al grado successivo. Dobbiamo combattere questa cultura del quiz che sta entrando nella scuola perché rimanda ad un’idea ripetitiva, mnemonica, enciclopedica dell’apprendimento e della scuola.
Questi sono mali antichi della scuola che l’attuale riforma (e le Indicazioni Nazionali) sembrano volere riaffermare.
E con queste ‘avvertenze’ concludo, nella fiducia di un’altissima professionalità degli insegnanti della scuola dell’infanzia e della scuola elementare che sono indubbiamente fra i più preparati, impegnati ed appassionati d’Europa.

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 ilaria ricciotti    - 07-09-2003
Grazie al Preside Franco Fabbroni per aver esternato, con il cuore, un augurio tanto appassionato.

Per aver evidenziato pienamete,
ciò di cui si ha bisogno veramente.

Non sentivo da anni queste parole,
trasmesse da un cattedratico col cuore.

Finalmente ho avuto modo di appurare
che anche Fabbroni pone al primo posto:
lo star bene ed il rapporto relazionale.

E' incoraggiante e molto bello
leggere certe affermazioni
che non sono state scritte con il solo cervello.

Io credo fermamente in questo augurio,
e spero vivamente,
che quest'anno scolastico non sia buio.


 ilaria ricciotti    - 07-09-2003
Mi scuso con il Preside di facoltà Frabboni per averlo scambiato con qualche altro a causa di un errore ortografico. Anche gli insegnanti sono disattenti e sbagliano, soprattutto quando diventano forzatamente ex insegnanti.